Evade dal “Ferrante”, giovani senza futuro nel limbo delle carceri

Intervista – Con l’evasione, martedì 10 gennaio, di un minorenne dal Centro di Prima accoglienza del «Ferrante Aporti», torna in primo piano l’emergenza carcere. Sulla situazione dei giovani detenuti nei penitenziari torinesi parliamo con Monica Cristina Gallo, Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Torino

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Con l’evasione, martedì 10 gennaio, di un minorenne dal Centro di Prima accoglienza del «Ferrante Aporti», torna in primo piano l’emergenza carcere. Sulla situazione dei giovani detenuti nei penitenziari torinesi parliamo con Monica Cristina Gallo, Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Torino, a partire dalla recente ricerca «Giovani dentro e fuori». Voluto dalla Garante e realizzata in collaborazione con la Clinica legale «Carcere e Diritti I» diretta da Cecilia Blengino del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, lo studio, grazie alle visite di Monica Cristina Gallo a partire dalla fine del 2021 nella Casa Circondariale «Lorusso e Cutugno di Torino», evidenzia un aumento dei giovani detenuti tra i 18 e i 25 anni. «In Italia il Tribunale per i Minorenni giudica coloro che hanno commesso reati prima di compiere la maggiore età, tra 14 ed i 18 anni, dal momento che i minori di 14 anni non sono imputabili per legge, mentre per gli adulti l’intervento è prerogativa del Tribunale Ordinario» spiega la Garante. «Ad esempio, se due giovani nati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, vengono arrestati per aver insieme commesso lo stesso reato avranno percorsi penali molto differenti: il giovane maggiorenne, anche se lo è solo da pochi giorni, sarà prerogativa della Giustizia Ordinaria, che riserva trattamenti e percorsi in totale assenza di opportunità trattamentali adeguate e che non tiene conto delle esigenze evolutive individuali. L’altro «quasi» diciottenne verrà recluso al «Ferrante Aporti». La nostra ricerca analizza i maggiorenni che a mio avviso sono i più penalizzati ed invisibili».

La ricerca promossa dal suo Ufficio in collaborazione con l’Università, pubblicata a ridosso dell’evasione di alcuni detenuti dall’Istituto penale minorile Beccaria di Milano, evidenzia lo «stato cronico stato di sofferenza» in cui versano le carceri della Penisola soprattutto per la fascia più giovane della popolazione detenuta. Da più parti si dice che questo non è un Paese per i giovani… Possiamo dire lo stesso per gli Istituti di pena?

«La privazione della libertà personale è una condizione devastante per tutti ma per i giovani lo è ancora di più. La ricerca, come evidenziato si sviluppa all’interno di un contesto, la Casa Circondariale di Torino che come è noto è un Istituto che da anni soffre di gravi carenze strutturali e di personale ed è quindi facilmente comprensibile come non possa essere un luogo adatto a soddisfare le esigenze evolutive ed il percorso di crescita in atto nei giovani reclusi. L’analisi dei risultati qualitativi evidenzia una condizione di abbandono e un trattamento senza alcuna particolare attenzione verso i ragazzi. Un carcere che non era pronto ad affrontare la pandemia ma neppure a gestire gli esiti della stessa, che inevitabilmente sul territorio hanno creato maggiori disagi ed isolamento proprio nei giovani con il conseguente aumento di reati e carcerazione».

Dalle colonne di questo giornale il giudice Ennio Tomaselli, già procuratore del Tribunale dei minorenni del Piemonte e della Valle d’Aosta, richiamando la vicenda del Beccaria ma anche le tensioni dello scorso autunno all’Istituto penale per i minorenni (Ipm) «Ferrante Aporti», che sembrano non sopite, sottolineava come «i ragazzi ristretti negli Ipm non sono di ciascuno di essi, ma di tutti noi». Come commenta queste parole e cosa deve cambiare nel nostro sistema carcerario perché – soprattutto per i reclusi più giovani – il tempo della pena sia, coerentemente al dettato costituzionale, volto alla rieducazione?

«Il giudice Tomaselli ha perfettamente ragione. Non limiterei però tale affermazione ai giovani ristretti negli Istituti minorili bensì a tutti i giovani: gli invisibili nelle carceri per adulti da noi intercettati, i giovani sul territorio che vivono una condizione caratterizzata da isolamento, ritiro sociale e abbandono scolastico, caratteristiche che devono interrogare ognuno di noi ed in particolare i decisori politici. Il carcere non è mai la soluzione. Il sistema carcerario attuale non è adeguato per il recupero dei giovani ma tende ad isolarli ancora di più. Agire con un sistema efficace di politiche di prevenzione sul territorio e incidere maggiormente l’applicabilità della Probation (messa alla prova) anche per i maggiorenni (opportunità possibile per legge dal  2014) potrebbe risultare più efficace e sicuramente meno costosa».

Il Questore di Torino Vincenzo Ciarambino, commentando la vostra ricerca – che evidenzia come il 43,14% dei giovani detenuti prima di varcare i cancelli del «Lorusso e Cutugno» viveva in Barriera di Milano – ha affermato che quando un giovane finisce in carcere siamo tutti sconfitti. Cosa si può fare perché nella città dei Santi sociali le periferie ritornino al centro delle cure della collettività?

«In questi ultimi anni gli investimenti nelle periferie della nostra Città sono stati molti ma i risultati che emergono dalla ricerca mostrano chiaramente che alcuni luoghi sono in profonda sofferenza e i giovani con ogni probabilità non trovano un contesto accogliente ma di esclusione. Sperimentare nuove forme di educazione non formali ma specializzate, di azione educativa in ambiente aperto con professionisti in grado di far circolare l’amicizia come finalità e metodologia educativa potrebbe essere una delle tante formule da incentivare. Del resto anche noi durante il nostro lavoro di indagine abbiamo privilegiato la formula del peer to peer, coinvolgendo nella somministrazione dei questionari dei giovani, in particolare universitari della Clinica Legale e solo così è stato possibile incoraggiare i giovani detenuti non solo a rispondere ma a riflettere sul loro futuro e sulle loro responsabilità».

La Garante dei detenuti del Comune di Torino Monica Cristina Gallo

Lo scorso dicembre il vicepresidente del Consiglio regionale Daniele Valle, dopo una visita con Igor Boni presidente dei Radicali italiani al «Ferrante Aporti» denunciava l’assenza in tutto il Piemonte di posti nelle comunità terapeutiche ed educative per garantire percorsi in uscita ai giovani ristretti che rischiano di dover essere trasferiti per la riabilitazione e la formazione in comunità anche nel sud Italia. Dal suo osservatorio qual è lo stato di salute dell’Ipm di Torino? Quali le urgenze?

«Siamo tornati a sentir parlare di Istituti minorili solo dopo il triste evento del Beccaria ma i riflettori sugli Ipm ben poco si sono accesi negli ultimi anni. Entrando in carcere spesso ci si accorge come la giovane popolazione detenuta sia cambiata, pensiamo ai minori non accompagnati che compongono la maggior parte della comunità penitenziaria minorile anche al «Ferrante» ma non pensiamo sufficientemente ai loro viaggi migratori sempre più rischiosi, violenti e traumatici, non conosciamo i loro percorsi di inclusione, i programmi delle comunità di accoglienza e le loro fughe da esse. Non dobbiamo guardare lo stato di salute dell’Istituto di pena minorile di Torino ma dei ragazzi che dentro sono reclusi e lavorare tutti insieme per   la costruzione di collaborazioni più forti   tra  enti  pubblici  e  privati  e potenziare a tutti i livelli,  équipe  multidisciplinari  per superare la categoria specifica cosi contemplata dalla legge italiana: 1) minori, 2) non hanno cittadinanza italiana, 3) si trovano sul territorio  senza la presenza di un adulto che ne abbia la tutela. Consiglio di vedere il film «Le nuotatrici»: ci può aiutare a riflettere ancor di più su questi temi».

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