Fiori rossi al Martinetto ottant’anni anni dopo

Aprile 1944 – Il «Processo di Torino», 80 anni fa, è uno degli atti più repressivi del regime fascista per dare una lezione al movimento di liberazione. Dopo una sommaria istruttoria, il 2 aprile 1944, domenica delle Palme, il processo si conclude con la condanna a morte di 8 partigiani. La fucilazione avviene al  Martinetto all’alba del 5 aprile. La testimonianza di Valdo Fusi, scampato alla tragedia, su La Voce del Popolo del 31 marzo 1974

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Nella memorialistica sulla Resistenza, «Fiori rossi al Martinetto» dell’avvocato Valdo Fusi (1911-1975), pubblicato da Mursia nel 1968, è uno dei documenti più drammatici. Alla presenza dei gerarchi fascisti, ottant’anni fa il «Processo di Torino» è uno degli atti più repressivi del regime fascista per dare una lezione al dilagante movimento di liberazione nell’Alta Italia. Dopo una sommaria istruttoria, il 2 aprile 1944, domenica delle Palme, il processo si conclude con la condanna a morte di Franco Balbis, Quinto Bevilacqua, Giulio Biglieri, Paolo Braccini, Errico Giachino, Eusebio Giambone, Massimo Montano e Giuseppe Perotti. La fucilazione avviene al poligono del Martinetto nelle prime ore del 5 aprile al grido «Viva l’Italia libera!». Scampato miracolosamente alla morte, Fusi rievoca i giorni della tragedia. Cinquant’anni fa su «La Voce del Popolo» del 31 marzo 1974, sotto il titolo «Eroi o uomini qualunque?» apparve la conversazione con Valdo Fusi che riproponiamo perché quegli uomini sono eroi e non solo nomi dati alle vie di Torino. 

Il nostro colloquio si con­clude verso le due del pome­riggio sotto i portici di via Roma, all’angolo di via Arci­vescovado. Piove, le macchine e i passanti sono rari. È  sa­bato 16 marzo e Torino pare accucciata sotto una cappa di grigiore, di tristezza, di piog­gia.

L’avvocato Valdo Fusi rac­conta l’ultimo episodio prima di lasciarci: «Non più di un anno fa, in una scuola media di Torino dove presentavo il mio libro “Fiori rossi al Mar­tinetto” una ragazzina mi ha rivolto una domanda: “Lei che ha vissuto il processo di Torino del 1944 e ha parteci­pato alla Resistenza, che ha visto morire i suoi compagni, come si sente: un eroe, oppu­re un uomo qualunque?” So­no rimasto di stucco per un buon minuto e poi ho rispo­sto: “Ho visto il comporta­mento dei miei compagni, du­rante la Resistenza e il pro­cesso, li ho visti morire da eroi; al loro confronto mi sento un uomo qualunque”. Mi creda – conclude – c’è da aver fiducia in questi ra­gazzi, quando ti fanno certe domande».

Gli eroi sono: generale Giuseppe Perotti; capitano Fran­co Balbis; Paolo Braccini pro­fessore alla facoltà di Medici­na veterinaria all’Università di Torino; Eusebio Giambone – il suo nome di battaglia «Berruti» – cacciato dalla Francia perché comunista; Quinto Bevilacqua e il tenente Massimo Montano, patrio­ti che però non facevano par­te del Comitato militante pie­montese; capitano Giulio Biglieri, bibliotecario all’Univer­sità di Torino; Errico Giachino detto «Erik». Tutti furono fucilati alle 7,10 di mercoledì 5 aprile 1944 al po­ligono di tiro del Martinetto, dove una volta moriva il grande corso Regina Marghe­rita ai bordi del Parco della Pellerina.

Nel suo studio di piazza Ca­stello, Fusi rievoca, a tren­t’anni giusti di distanza, il sacrificio dei «martiri del Mar­tinetto», le vicende della Re­sistenza «sangue d’Europa», e le gesta semplici e coraggiose di tanti patrioti. «Una volta avevo tanta ammirazione per i mar­tiri del Risorgimento – escla­ma Franco Balbis durante il processo -. Adesso quasi gli manco di rispetto. È così fa­cile, è così bello morire per la Patria». Di essi Fusi scrive nel suo «Fiori rossi al Martinetto»: «Ho co­nosciuto esemplari superbi della razza umana. Ma sono matti. Qualcuno di essi diventerà ministro, ma i più fini­ranno sul patibolo… L’effetto dei primi contatti con l’eroi­smo è disastroso. Gli eroismi collettivi mi paiono ancora più ardui da spiegare, quelli dei contadini specialmente. Contadini e preti sono la grande novità di questo secondo Risorgimento. Ho visto prendere vita sotto i miei oc­chi la più straordinaria leg­genda di tutta la guerra: un intero paese animato dal parroco rischia la sua esistenza per salvare dei prigionieri britannici, un paese di conta­dini, Castiglione Torinese».

Chiedo all’avvocato: «Vor­rei sapere da lei, che l’ha vis­suta, che cos’è la Resistenza. Non ho vissuto quegli anni (sono ancora giovane); ma, se devo dire sinceramente, mi pare che la si strumentalizzi troppo, se ne parli troppo a vanvera, rendendola persino banale…». Fusi resta pensoso alcuni attimi, poi: «Quello che noi abbiamo fatto a Tori­no, in Piemonte e in Italia, al­tri lo fecero in Francia, in Norvegia, in Olanda, in Jugo­slavia. È stata una reazione istintiva, corale, europea. Non si poteva accettare quello che facevano Hitler e il nazismo, Mussolini e il fascismo: c’era un’incompatibilità naturale e istintiva tra la barbarie e il desiderio di libertà. Nella Resistenza si sono raccolti uomini e donne che volevano vivere gli ideali di libertà, di democrazia, di uguaglianza e volevano diffonderli. Questi ideali spingevano i patrioti a combattere, a fare il maggior danno possibile agli occupanti. In Italia si costituirono i Comitati di liberazione con una loro organizzazione, for­mati da uomini dei partiti an­tifascisti e da semplici cittadini».

A sentir parlare certa gente, pare che la Resistenza sia stata di un solo colore politico: il rosso. E allora «quale contributo hanno dato i cat­tolici alla Resistenza?». Mi ri­sponde: «Non è facile dirlo. Noi cattolici torinesi viveva­mo la Resistenza come una vocazione spirituale, come un impegno religioso. Ma la aspirazione a un mondo nuovo, diverso, in cui non ci fossero guerre, dittature, armi… la sentivamo tutti. Basta leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza, anche quelli del Martinetto, per ren­dersi conto dello “spirito reli­gioso” che animava la Resi­stenza. Basta pensare al sacri­ficio di migliaia di preti cat­tolici, di pastori protestanti, di rabbini ebrei di tutta Euro­pa… Se non ci fosse stato il clero: favolosi certi parroci di montagna, certi preti e fra­ti di città…non si saprà mai quello che hanno fatto per salvare migliaia di perso­ne! Se non ci fosse stato il contributo dei cattolici italia­ni ed europei, la Resistenza non si sarebbe fatta!».

Gli tiro fuori il parere di molti giovani amici: «Che ne è stato della Resistenza? Che ne avete fatto? Non siete riusciti a fondare un mondo davvero nuovo». Passeggia per lo studio a grandi falcate: «Con umiltà, respingo l’accusa. Con umiltà ma con fermezza. Abb­iamo fatto quello che abbiamo potuto: quelli del Martinetto, come migliaia di altri, sono morti perché facessimo un po’ nuovo il mondo. Ma gli ideali della Resistenza non sono stati tradotti. Sono mor­ti invano? Vano è stato il sacrificio di migliaia di soldati che, dopo l’8 settembre, si so­no rifiutati di collaborare con i tedeschi e sono stati depor­tati in Germania, o sono pas­sati nelle bande partigiane?… Caro amico, adesso tocca a voi giovani, fare un mondo nuovo. Noi il nostro dovere lo abbiamo fatto».

Racconta episodi rimasti vi­vi nella memoria, come quel­lo del giovane partigiano che grida al plotone di esecuzio­ne: «Muoio anche per voi, im­becilli»; mi legge la frase di Sandro Pertini, presidente della Ca­mera, pronunciata nel discor­so al Consiglio comunale di Cuneo, nel 1973, quando gli fu conferita la cittadinanza ono­raria: «Io sono socialista, e se a me socialista offrissero la più radicale delle riforme so­ciali al prezzo della libertà, la rifiuterei».

A voce e in «Fiori rossi al Martinetto» Valdo Fusi rievoca le vicende dolorose di quei sei giorni, fra marzo e aprile, di trent’anni fa, e la parteci­pazione commossa e straziata della città di Torino. Fusi fa­ceva parte – con il liberale Cornelio Brosio, il socia­lista Renato Martorelli, Paolo Braccini del Partito d’Azione e il comunista Eusebio Giambone – del Co­mitato militare piemontese che aveva il compito di orga­nizzare e armare le bande partigiane in Torino e nel Pie­monte. Viaggiava fuori Torino, a Vercelli, a Castagneto Po, nelle Valli di Lanzo. Il suo studio a Palazzo Paesana diventa un centro di smista­mento di informazioni e di aiuti, una centrale operativa di reclutamento.

Commovente l’incontro con il cardinale Maurilio Fossati, arcivescovo di Torino: «È invecchiato – scrive nel “Fiori rossi” -, porta i segni della veglia e della sofferenza. È l’unica persona importante di Torino che non sia mai sfollato. Ha preso, nella vecchia cantina di mattoni dell’Arcive­scovado, tutti i bombardamenti. Mi dice: “Non ho mai veduto tante pene. Quanta gente in anticamera. Tutti poveretti che hanno qualcuno in carcere. Ogni giorno è una processione. Ho provato, in principio a parlare alle auto­rità. I tedeschi mi hanno ri­sposto che badassi ai fatti miei. Che cosa posso fare per tanti infelici? È un’infamia. Ci portano via tutto, i nostri figli, le nostre figlie, i nostri beni. Ma non praevalebunt, stia certo”… Mi domanda dei partigiani con molto interesse e con grande affetto. “Ma non lasciateli senza armi, senza viveri!”».

Pier Giuseppe Accornero

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