Fragile Italia: contro frane e alluvioni 10 miliardi all’anno

Emergenza – L’Emilia Romagna sotto acqua e fango: 15 morti, migliaia di sfollati, piogge e smottamenti in Piemonte. Il presidente dell’Uncem: serve un piano nazionale contro il dissesto idrogeologico

387
I danni causati dall'alluvione per l'esondazione di un fiume, a Lugo in Provincia di Ravenna, 18 maggio 2023. ANSA/EMANUELE VALERI

Fragile, come una montagna. Dissesto e frane collocano l’Italia tra i Paesi più esposti a rischio del mondo. Nelle 72 ore tra venerdì 19 e domenica 21 maggio, con gli occhi sulle immagini provenienti dall’Emilia-Romagna devastata dalle inondazioni, il Piemonte è tornato a soffrire per piogge quasi monsoniche dopo tanta siccità. I cambiamenti climatici si esprimono così. Inverni miti, senza precipitazioni, ghiacciai delle valli che si contraggono, mesi senza pioggia. Poi una intensità di piogge mai vista prima. E nubifragi che si ripercuotono al suolo su terreni deboli e incapaci di drenare acqua.

La montagna è l’imbuto naturale di un’emergenza climatica che da cima va verso valle. Con effetti devastanti. Se solo avesse continuato per altre 24 ore, tra domenica e lunedì scorsi, la situazione sarebbe stata anche per Torino e per le valli alpine piemontesi molto più complessa. Questa volta l’emergenza ha comportato frane e qualche allagamento, ma poteva andare molto peggio con un fenomeno meteorologico di poco più intenso.

Ma andiamo con ordine. Le recenti calamità naturali, le alluvioni e il dissesto idrogeologico si originano da un combinato disposto complesso che ha nei cambiamenti climatici, nel consumo di suolo e nell’abbandono dei territori montani le cause primarie. Un trinomio sul quale occorre una riflessione politica e istituzionale, sulla quale montare investimenti e processi duraturi di intervento.

La pianificazione è necessaria per rendere i territori «più resilienti». Occorrono specifici studi sulle aste fluviali, nelle sezioni montane, che molti Enti territoriali (Comunità montane e Unioni montane) hanno avviato d’intesa con ingegneri idraulici, geologi, dottori forestali. La pianificazione urbanistica – anche a livello sovracomunale – deve essere congiunta e potersi sovrapporre alla pianificazione forestale e alla pianificazione della Protezione civile, con i Piani strutturati alla luce di quanto disposto dal Codice nazionale in particolare a livello di «ambiti ottimali».

Guardiamo alle Valli di Lanzo ad esempio. Venti Comuni, venti piani regolatori e sistemi di programmazione urbanistica. Mettere in relazione questi piani e tradurli in un unico piano, che incroci anche componenti forestali e di protezione civile è una urgenza sulla quale più di una volta la Regione Piemonte ha provato a insistere.

Il consumo di suolo è per le città una sfida epocale. Tagliarlo, eliminarlo, facilitando -con opportuni incentivi – il recupero dell’esistente, nonché l’abbattimento e la ricostruzione di edifici obsoleti. Questo vale anche nelle zone rurali e montane, tantopiù se esposte a rischio sismico elevato (non in Piemonte, ma in gran parte dell’Appennino) e con un patrimonio edilizio vecchio.

Sostituire è possibile, anche usando bene gli incentivi europei per la ricostruzione efficientando energeticamente tutti gli edifici. Costruire male, nei posti sbagliati genera insicurezza, ci espone a rischi, rende tutti più fragili. Ma il consumo di suolo si unisce a un’altra componente pericolosa, tantopiù nelle zone rurali e montane. Ovvero l’abbandono di suolo. Occorre intervenire per facilitare il recupero di superfici agricole, per superare la frammentazione fondiaria con le «associazioni fondiarie», nate nelle Valli alpine piemontesi sul modello francese, per dare forza e attuazione alla Strategia forestale nazionale, per rigenerare muretti a secco, «Patrimonio dell’Umanità», ma oggi in disfacimento, e ancor prima per agevolare chi vuole reinsediarsi recuperando attività agricole e zootecniche sui versanti. Sono loro, questi reinsediamenti, il primo antidoto ad abbandono e fragilità. Garantiscono servizi ecosistemici-ambientali all’intero Paese.

Il nodo da sciogliere nei Comuni montani non è solo il consumo di suolo, bensì l’abbandono e la parcellizzazione del suolo. Aver perso imprese e superficie agricola mostra oggi gli effetti. Anche su questo occorre potenziare una Strategia per le aree montane e interne che deve vedere al centro i Comuni che imparano a lavorare insieme, nelle valli alpine e appenniniche, a pianificare (anche la pianificazione forestale è imprescindibile, «di valle») e a investire insieme.

Dal 1961, primo censimento italiano dell’agricoltura, conseguenza diretta dell’avvio di una politica comune dell’Europa, al censimento del 2010, la superficie territoriale direttamente riconducibile al controllo delle aziende agricole è diminuita di 93mila chilometri quadrati (dei 300mila che formano il territorio nazionale). Praticamente un terzo del territorio nazionale è uscito dal controllo dei contadini e meno del 10% di questo territorio agricolo e forestale sottratto all’occhio e alla mano dei contadini è stato occupato dalla città, cementificato.

Quasi 90mila chilometri quadrati sono invece usciti dai nostri radar, confinati nella terra di nessuno dove l’inselvatichimento riduce drammaticamente la funzionalità idraulica di un territorio che è stato largamente antropizzato negli ultimi millenni, riduce i tempi di corrivazione delle piene, aumenta il trasporto solido nelle acque. Produce i disastri che abbiamo visto.

Il dissesto è per la montagna una componente della natura stessa dei versanti. L’acqua prende velocità per effetto della forza di gravità, lo impariamo a scuola. Acqua più forza di gravità genera valore, risorsa in tutte le case, energia idroelettrica. Ma è anche origine del dissesto. Acqua che scava e che trascina giù tutto con la sua forza. Investire risorse pubbliche per la prevenzione è il primo passo, ma non l’unico.

New York ogni anno investe 100 milioni di dollari sulle aree montane retrostanti la città, a 80 chilometri di distanza, per tutelare le fonti idriche, prevenire le fragilità determinate dalla non regimazione, ovvero il controllo, delle acque. Si chiama «pagamento dei servizi ecosistemici-ambientali». Ha un valore quel bene, e per tutelarlo alla fonte, renderlo sostenibile nel tempo, serve un’operazione di chi ne beneficia.

Vale anche per Torino, già oggi. Smat riconosce ogni anno un pezzo di valore del metro cubo d’acqua alle due Unioni montane delle Valli di Lanzo, proprietarie e responsabili della manutenzione dell’acquedotto generale delle Valli di Lanzo appunto, che dalla Val Grande scende verso Torino. E pure il Piemonte, con una legge regionale del 1997 ha introdotto un meccanismo di valorizzazione che insiste sull’importanza di acqua più forza di gravità. Una percentuale della tariffa che tutte le famiglie piemontesi pagano a chi gestisce il ciclo idrico (acquedotto, fognatura, depurazione) torna alle 55 Unioni montane piemontesi per difendere le fonti idriche e abbassare i rischi del dissesto. Un modello sussidiario, che non alza la spesa, non aumenta le bollette, bensì va dritto alla fonte.

Esiste in Piemonte e nelle Marche. Venti milioni di euro l’anno. Per la manutenzione ordinaria dei territori montani, dalla Val Maira all’Ossola, passando per Val di Susa e Val Chiusella. Tutte le 60 valli alpine e appenniniche piemontesi ne beneficiano. Si imposta così un rapporto proficuo tra aree urbane, che utilizzano gran parte del bene, per usi domestici e industriali, e aree montane che stoccano quel bene e, anche con la gestione dei versanti dove vi sono paesi e comunità, prevengono il rischio di frane e di rischio.

Manutenzione ordinaria, unita a interventi più grandi e più costosi. Il Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) poteva essere decisivo per mettere in sicurezza l’Italia, e anche il Piemonte. Investire per abbassare le conseguenze negative della fragilità, avrebbe consentito di spendere meno dopo i disastri ambientali, sempre più ricorrenti. Investo prima per non spendere dopo.

Abbiamo la migliore Protezione civile del mondo, siamo imitati e applauditi nel post-emergenza, ma prima sembriamo non avere una bussola. Il noto Piano di ripresa e resilienza nato con la pandemia, guardando (forse) alle nuove generazioni avrebbe dovuto mettere i primi miliardi di 100 necessari contro il rischio idrogeologico e sismico. Ne ha messi solo 2,5.

E si tratta di «cambio di cespiti», come si dice tra i Comuni beneficiari e artefici degli interventi. Ovvero, quelle risorse non sono in più, bensì il Pnrr ha sostituito le leggi di bilancio dello Stato che in passato avevano dato risorse ai Comuni. Non erano ancora state spese e così sono entrate nel Pnrr. Che di spesa ha bisogno, in tempi rapidi. Ma vi è un problema anche organizzativo, di regia e di procedimenti autorizzativi troppo lunghi.

Nel 2014, la cabina di regia Italia Sicura, a Palazzo Chigi, era intervenuta per un coordinamento nazionale di tutti gli interventi. Tre anni dopo è stata chiusa. Accorciare gli iter di autorizzazione dei progetti e dei lavori, oltre che far lavorare meglio insieme Comuni tra loro e con Province e Regioni, è una urgenza nazionale che negli ultimi sette giorni abbiamo visto emergere in tutta la sua forza.

Non potremo continuare a essere così fragili, incapaci di affrontare i rischi del cambiamento climatico nella ‘casa comune’. Ripartire dalla riduzione del nostro impatto sull’ambiente, con scelte politiche adeguate, e agire laddove i territori sono più fragili, diventa l’imperativo anche del Piemonte

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome