Fruttero: Torino e l’Italia fra ‘gialli’ e racconti

15 gennaio 2012 – Dieci anni fa moriva a Castiglione della Pescaia lo scrittore e giornalista torinese Carlo Fruttero, amico di Italo Calvino, che aveva conosciuto lavorando nella fucina di cultura subalpina alimentata dall’editore Einaudi

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Carlo Fruttero

Il 15 gennaio 2012, esattamente dieci anni or sono, moriva a Castiglione della Pescaia lo scrittore e giornalista torinese Carlo Fruttero, amico di Italo Calvino, che aveva conosciuto lavorando nella fucina di cultura subalpina alimentata dall’editore Einaudi. Molti suoi libri furono scritti a doppia mano con Franco Lucentini, intellettuale romano trapiantatosi sotto la Mole. Giocando sui titoli (in corsivo) di alcune delle sue (e loro) opere, abbiamo cercato di ricostruire il profilo di una personalità elegante e arguta:

La donna della domenica ha fatto capolino nella casa toscana di Fruttero e altre Donne informate sui fatti, le figlie, ci hanno detto della sua scomparsa. Nonostante si trovassero in un’amena località turistica, non si è trattato di un Enigma in un luogo di mare, o di una vicenda oscura, della quale occorrerebbe fare chiarezza, come per La verità sul caso D. Semplicemente, è stata la fine di un anziano signore, malato da tempo, avvenuta naturalmente, come accade nella vita di ciascuno, perché, se L’idraulico non verrà, la morte invece giunge sempre Come un’amante senza fissa dimora, spesso priva di un appuntamento prefissato. Il colore del destino ha voluto che tutto ciò accadesse proprio nel centenario della nascita di Giulio Einaudi (2 gennaio 1912) e a circa dieci anni dalla scomparsa di  Lucentini, che si suicidò il 5 agosto 2002, non reggendo il peso di una grave malattia”.

Lucentini si tolse la vita gettandosi dalla tromba delle scale della sua abitazione di piazza Vittorio, con un gesto simile a quello di Primo Levi, ed è stato l’ultimo scrittore uccisosi a Torino, città che vide anche il suicidio di Emilio Salgari (che abbiamo ricordato qualche mese fa su queste colonne) e quello di Cesare Pavese: storie completamente diverse, ma accomunate dall’oscura tragedia finale.

Ironico e brillante, colto e spiritoso, una penna come quella di Fruttero (e di Lucentini) manca al pubblico italiano e possiamo chiederci A che punto è la notte della scrittura e della cultura nazionale, dove scrittori tanto arguti, ma garbati, non sono più così abituali. Tanto arguti da sfiorare, nei lontani anni ’70, un incidente diplomatico con la Libia, allora socia della Fiat, a causa di un loro graffiante elzeviro su La Stampa. Così ugualmente tanto spregiudicati, per quella vicenda, da tenere L’Italia sotto il tallone di F&L per qualche settimana, ricavandone un gustosissimo romanzo. Di entrambi possiamo dire che Il significato dell’esistenza non è La prevalenza del cretino. E, se l’esistenza di Fruttero non ha avuto Visibilità zero e neanche è stata  noiosa come Il Palio delle contrade morte, anche il suo funerale fu fuori dagli schemi, perché ebbe le sembianze di un party letterario dove, anziché lumini e candele, campeggiavano pile di libri. Volle essere seppellito con una copia di Pinocchio, un libro che riteneva fosse imponente come una cattedrale. A noi piace pensare, senza lontanamente essere offensivi, che –nascoste tra i pizzi e le sete d’uso- avrebbe voluto avere anche un paio di Mutandine di chiffon.

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