G20, “I poveri non possono attendere”

Bilancio – Al G20 di Roma i grandi della terra hanno fissato tempi lunghi per affrontare le sfide ambientali e sociali del pianeta. Ma solo le popolazioni protette possono permettersi di attendere. I tre miliardi di persone che non hanno avuto accesso al vaccino, gli 800 milioni di sottonutriti, le donne e gli uomini che vedono quotidianamente negato l’accesso ai servizi fondamentali e alle libertà non possono attendere

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Riccardo Moro, torinese, docente di Politiche di sviluppo e istituzioni di economia all’Università Statale di Milano, ha partecipato al G20 come «sherpa» (coordinatore) del gruppo di lavoro Civil20 (C20), dedicato al dialogo tra le diverse componenti della società e che raccoglie quasi 600 organizzazioni e reti internazionali da più di 100 paesi. È stato presidente mondiale della Gcap, la Coalizione mondiale per la lotta alla Povertà e ha lavorato in Perù su incarico del Governo italiano come responsabile del Fondo italo-peruviano di conversione del debito. Durante il Giubileo è tra i responsabili della Campagna giubilare sul debito e direttore della Fondazione giustizia solidarietà.

Il vertice del G20 di fine ottobre ha raccolto le fila di un anno di intenso lavoro e il premier Draghi nella conferenza stampa finale ha espresso soddisfazione, parlando di successi e risultati concreti. Rilancio del multilateralismo, iniziativa responsabile sui vaccini, tassazione delle transnazionali e azioni concrete sul clima sono stati i punti su cui ha insistito Draghi, annunciando che il G20 assumeva l’impegno di contenere il riscaldamento globale in un grado e mezzo entro la metà del secolo.

Si tratta di risultati soddisfacenti? Partiamo dal clima. L’impegno a contenere le temperature «ben al di sotto di due gradi» possibilmente «entro un grado e mezzo» era già nell’Accordo di Parigi del 2015. Il G20 aggiunge la scadenza temporale, ma in modo vago e nemmeno troppo condiviso: a Glasgow l’India ha detto che si impegnerà per il 2070. Sulla tassazione globale il principio è corretto. Le imprese transnazionali trasferiscono i profitti nei paradisi fiscali, occorre mettere una tassa comune e ridistribuirne i proventi nei paesi in cui l’attività dell’impresa è maggiore. Ma non è cosa nuova, è l’accordo Ocse già sottoscritto a luglio da molti paesi. Sui vaccini il G20 annuncia che entro il 2022 almeno il 70% della popolazione mondiale accederà alla prima dose: ma questo è l’impegno già assunto dall’Oms, impegno peraltro ovviamente insufficiente.

Un’analisi pignola della Dichiarazione finale porta purtroppo a constatare che in molti casi gli impegni annunciati non comportano reali novità o non indicano passi concreti per la loro realizzazione.

La società civile internazionale aveva chiesto al G20 maggiore concretezza. Lo ha fatto attraverso il C20, che ha articolato le sue raccomandazioni secondo le priorità proposte dalla presidenza italiana del G20, People, Planet, Prosperity, rielaborandole in Persone, Pianeta e Democrazia: non può esserci prosperità se non c’è rispetto dei diritti.

La richiesta più importante del capitolo «People» riguarda proprio i vaccini: la sospensione del pagamento dei brevetti. È una norma prevista dall’Organizzazione mondiale del commercio in caso di emergenza. Ma per applicarla occorre l’unanimità e l’Unione europea è contraria per il veto posto con durezza da Angela Merkel. I brevetti sono l’ostacolo più importante alla produzione di vaccini nel Sud del mondo a prezzi accessibili per quei contesti. La Dichiarazione finale del G20 non menziona nemmeno il tema.

Riguardo il «Pianeta» si chiedono impegni più rigorosi. Eliminare il carbone e gli incentivi ai combustibili fossili, definire i Piani nazionali di emissione e rendere obbligatorio che il settore privato dichiari l’impatto ambientale delle iniziative di investimento. Tutti impegni dell’Accordo di Parigi, su cui il G20 è rimasto vago.

Sul capitolo «Democrazia» tre temi. Il primo riguarda le responsabilità finanziarie. A Parigi i paesi ricchi avevano promesso 100 miliardi per gli investimenti sul clima dei paesi a basso reddito. Ne hanno raccolti al massimo 80. Altrettanto avviene per gli aiuti allo sviluppo: l’impegno è dello 0,7% del Pil, ma siamo allo 0,32%. Occorre anche un nuovo impegno sul debito internazionale. Con le crisi del 2008 e quella del Covid, amplificate da comportamenti poco responsabili di leader e nuovi prestatori, diversi paesi fanno fatica. Serve una nuova iniziativa che aumenti lo ‘spazio fiscale’, cioè le disponibilità di chi non può contare su strumenti potenti come il piano Next Generation Eu di cui stiamo usufruendo noi. Ma nella Dichiarazione compare solo l’ipotesi di ridistribuire risorse provenienti dal Fondo monetario.

Giudizio severo del C20 sulla tassa globale Ocse/G20. L’aliquota proposta è del 15%, quando i paradisi fiscali applicano il 12% e la media di ogni regione è fra il 20% e il 30%. Biden aveva proposto il 21%, ma non lo hanno seguito. Paradossalmente, poi, con il criterio proposto la tassa verrebbe redistribuita nei paesi ricchi del Nord del mondo, dove le attività delle transnazionali sono maggiori. Il contrario di una tassa che deve produrre equità e redistribuzione in favore di chi ha meno.

Il secondo tema è la governance dei processi di digitalizzazione, oggi inadeguata. Un esempio per tutti: il mercato di quartiere in cui andiamo a fare la spesa si fa in una piazza in cui l’autorità pubblica offre uno spazio perché venditori e consumatori si incontrino secondo le regole stabilite dalla comunità. Oggi gli attori più importanti dell’e-commerce si stanno trasformando da grandi supermercati virtuali, che comprano e rivendono, in ‘piazze’ virtuali in cui invitano produttori e acquirenti a vendere e comprare. La ‘piazza’ del mercato virtuale non è più della comunità, ma di un privato che ha il potere di decidere chi può vendere e chi no. Con la dimensione che il mercato virtuale sta assumendo, questo significa un potere discrezionale immenso nelle mani di pochi privati. Una mostruosità politica e giuridica della quale nella Dichiarazione, preoccupata della sicurezza in rete, non troviamo menzione.

Il terzo tema è quello dei diritti. Troppi membri del G20 hanno comportamenti lesivi dei diritti al proprio interno. Anche di questo la Dichiarazione non fa parola.

Giudizio pesantemente negativo allora? No. Le differenze tra i membri del G20 sono così grandi e le rivalità tra alcuni così intense che aver sviluppato un anno di negoziati e dialogo è già un risultato in sé. Paradossalmente, il fatto che la macchina G20 abbia tenuto è il risultato più importante: i tavoli di dialogo oggi sono estremamente preziosi. Ma ovviamente non basta.

Questo ci porta al multilateralismo che Draghi ha tanto enfatizzato. Il multilateralismo vero è quello delle Nazioni Unite, dove tutti hanno un seggio, non quello del G20. Col suo potere politico ed economico, il G20 dovrebbe rafforzare i processi multilaterali Onu e richiedere che ogni membro del G20 ne rispetti gli impegni a casa, a cominciare dai diritti umani. Con urgenza, coerenza e meno retorica. Sarebbe già molto.

Chi scrive ha le sue non più giovanissime radici nel cattolicesimo democratico. È uso al negoziato e alla mediazione. Al dialogo e alla ricerca dell’incontro con chi ha posizioni anche aggressivamente diverse. È uso all’attesa, per costruire convergenze. Ma solo chi è protetto può attendere. I tre miliardi che non hanno avuto accesso al vaccino, gli 800 milioni di sottonutriti, le donne e gli uomini che vedono quotidianamente negato l’accesso ai servizi fondamentali, alla protezione e alle libertà non possono attendere. Costringerli all’attesa è mortificare la loro dignità. E con la loro anche la nostra.

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