Germania, intesa storica per i lavoratori: settimana da 28 ore

Accordo senza precedenti – L’intesa dei metalmeccanici tedeschi indica una nuova via per il lavoro in tutta Europa. La distanza con il modello italiano

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Meglio la vita che il lavoro, e anche dei soldi. L’accordo dei metalmeccanici tedeschi è un evento storico, non solo per la loro categoria. Indica una nuova via per i lavoratori europei. Mentre a quattro mesi e mezzo dal voto (il 24 settembre), stavano per giungere a conclusione le faticose trattative per la nuova Große Koalition, l’IG Metall, il più potente sindacato al mondo, con 3,9 milioni di iscritti, ha minacciato di paralizzare l’industria, con un primo Warnstreik, uno sciopero d’avvertimento, che ha coinvolto mezzo milione di operai. Le richieste sembravano folli: riduzione della settimana da 35 a 28 ore, e un aumento del sei per cento. Ogni punto percentuale comporta un costo di due miliardi di euro.

Se le imprese non avessero ceduto, il sindacato minacciava lo sciopero vero e proprio, difficile da dichiarare: è necessario che prima votino «ja» i due terzi degli iscritti, a questo punto bisogna chiedere l’intervento di un mediatore al di sopra delle parti, e solo dopo si può arrivare allo sciopero vero e proprio. Evento raro in Germania, anche se più frequente che in passato, ma quando comincia è difficile porre fine all’agitazione.

Invece, l’accordo è stato raggiunto con rapidità. Solo per 900 mila lavoratori nel Baden-Württemberg, il Land dove si trova la Daimler, ma verrà esteso al resto del Paese. E va spiegato nei dettagli: ogni dipendente può, a seconda delle necessità personali, ridurre l’orario a 28 ore, per badare ai figli piccoli o un parente anziano non autosufficiente. Si ha una riduzione della paga, ma compensata in parte da aiuti, fino a 700 euro all’anno, o anche più a seconda dei casi. I metalmeccanici ottengono il 4,3 di aumento che, in realtà, per una serie di extra concordati (per i prossimi 21 mesi), supera anche il sette. E bisogna ricordare che un operaio alla catena di montaggio della Volkswagen, ad esempio, guadagna oggi in media tutto compreso 5.500 euro lordi, più di un professore di liceo. Una riduzione minima della paga per lavorare meno è sopportabile.

Però, l’Ig Metall viene incontro anche ai datori di lavoro. L’agitazione è stata interpretata all’estero come un modo di creare nuovi posti, ma in realtà la disoccupazione nel settore è quasi inesistente. Non siamo più negli anni Cinquanta e Sessanta, quando dal Meridione arrivavano immigrati per lavorare alla Fiat, o in Germania. Oggi, bisogna saper usare un computer e avere qualche conoscenza dell’inglese. La Germania ha bisogno di mano d’opera, ma è un’illusione che i profughi possano essere subiti impiegati nell’industria. Del milione e 100 mila giunti in quattro mesi alla fine del 2015, solo poco più di 43 mila ha un lavoro regolare. Le case automobilistiche e le altre imprese si trovano a fronteggiare ordini dall’estero a cui non riescono a far fronte. La congiuntura è ottima, e per questo l’Ig Metall ha deciso di dare battaglia, ma allo stesso tempo il sindacato non ha ignorato le esigenze della controparte ed ha accettato le richieste delle imprese: chi vuole può lavorare fino a 40 ore alla settimana, e scegliere se avere pagati gli straordinari o ottenere giorni in più di ferie. Un accordo in base alla Mitbestimmung (la «cogestione»). Si decide insieme per il bene dell’azienda e dei lavoratori.

L’IG Metall, ad esempio, concordò in un momento di crisi la settimana supercorta di 28 ore alla VW per salvare diecimila posti di lavoro. I dipendenti, anche in altre aziende, accettarono riduzioni salariali, ma quando la congiuntura migliorò, i datori accordarono aumenti prima della scadenza dei contratti. Il segreto del sistema tedesco è nel rispetto dei patti, anche tra cittadino e Stato. E nel 2003 scatenò l´ultima battaglia per giungere allo storico accordo delle 35 ore settimanali.

Oggi la Germania conosce un benessere senza precedenti dalla caduta del Muro: la disoccupazione è ai minimi storici, intorno a 2,4 milioni. Sono senza lavoro quanti non hanno una preparazione minima, o chi è super qualificato. E i disoccupati a lungo termine sono pochi. Gli occupati non sono mai stati tanti, oltre 42 milioni. Gli stipendi continuano a salire, le tasse diminuiscono, ma aumentano le entrate fiscali perché sono più quelli che lavorano e pagano le imposte, mentre calano le uscite sociali per i tedeschi. E aumentano quelle per assistere i profughi. Sugli oltre sei milioni che ricevono l’assegno sociale (il minimo vitale, pari a 409 euro al mese più l’alloggio, con tutte le spese connesse), un buon terzo è composto da stranieri.

Ci sono problemi per i pensionati di domani: a causa dei tassi d’interesse quasi a zero i fondi pensione rendono poco. Chi ha una retribuzione media rischia tra qualche anno di andare in pensione con una rendita al di sotto del livello di povertà. E mancano gli alloggi. Per decenni i tedeschi hanno preferito vivere in affitto piuttosto che comprare casa. L’offerta era più alta della richiesta, quindi perché soffrire per pagare un mutuo? La situazione è cambiata, anche a causa degli stranieri, al primo posto gli italiani, che hanno comprato alloggi in Germania, soprattutto a Berlino, per investire attratti dai prezzi molto bassi, e magari lasciare sfitto l’appartamento o offrirlo ai turisti. Le case libere si trovano in provincia che, però, si va spopolando, non solo nelle regioni orientali della scomparsa Ddr. I giovani vogliono vivere nei grandi centri urbani: nel 1958 viveva nelle città il 28 per cento della popolazione, oggi quasi il 59, oltre il doppio. E fra vent’anni, la percentuale salirà al 78. Solo un tedesco su quattro vivrà in campagna.

Quanti vogliono dare un quadro negativo della Germania di Frau Angela, citano sempre che i poveri aumentano, e che nel Paese non esiste giustizia sociale. Ovviamente, non è perfetto, ed è un sistema capitalista, ma più giusto che altrove. I poveri aumentano per un effetto statistico: è povero in Europa chi ha un reddito inferiore al 60% della media. Se sale il reddito, salgono anche i poveri: ma ad esempio è povera a Monaco una famiglia con due figli che ha un reddito di 2.400 euro al mese, più la casa. E il costo della vita in Germania è inferiore a quello italiano.

Questo spiega anche la crisi della socialdemocrazia. Martin Schulz ha condotto una campagna elettorale in nome dei diseredati, forse ispirato dai «Miserabili» di Victor Hugo che lui lesse da ragazzo in francese. Ma come dimostra l’IG Metall, che da sempre è stato vicino all´Spd, il Partito socialdemocratico, i lavoratori sono cambiati. E un operaio della Bmw o della Mercedes appartiene ormai alla borghesia. Ha altri desideri e bisogni.

I sociologi e i politologi rimproverano alla Merkel di non avere visioni, ma come ricordava Helmut Schmidt, il Cancelliere socialdemocratico, «quando un politico ha delle visioni, chiamate la neurodeliri». Frau Angela forse penserà al quotidiano, ma ai tedeschi basta. Anche la Große Koalition piace a pochi. Il compromesso inevitabile tra la Cdu/Csu della Cancelliera e la sinistra di Schulz non prevede ancora una volta riforme epocali, visioni di un nuovo ordine sociale. Ma l’accordo prevede nuove uscite per 46 miliardi di euro, che andranno in gran parte a favore delle famiglie, dai bambini agli anziani. Si investe per i Kindergarten e per i residence per la terza età. Tra assegni e sconti fiscali, ogni famiglia avrà in media 450 euro in più all’anno, e nelle famiglie con anziani si arriva a 622 euro. E verranno stanziati cinque miliardi per l’edilizia sociale. Non bastano, ma è l’inizio, dovrebbero essere costruire 200 mila alloggi all’anno, anche per far ospitare gli immigrati. E verranno integrate le pensioni al minimo. Un buon accordo, anche se sono state bloccate le proposte dirigistiche dei socialdemocratici: il blocco degli affitti, ad esempio, che non ha mai funzionato da nessuna parte, o il controllo da parte dei comuni sui terreni edificabili per evitare speculazioni. E non passa neanche una proposta per una supermutua per 82 milioni di tedeschi, abolendo le mutue private, per evitare una assistenza sanitaria a due velocità. Ma in Germania, chi ha una mutua statale viene assistito come un privato, se non c’è urgenza attenderà qualche giorno in più rispetto a un paziente pagante. Un ospedale tedesco sembra un albergo a tre stelle, e offre un’assistenza superiore a qualsiasi clinica privata. Parlo per esperienza personale: mi posso servire di una mutua statale tedesca, o della mia mutua dei giornalisti italiana che mi consente di fatto di andare da un medico a Berlino da privato e poi mandare il conto a Roma. Ma non lo faccio, perché non avrei, anche se lo desiderassi, alcun privilegio. Per una camera singola in ospedale, che la mutua non prevede, chi lo desidera paga un extra di dieci euro al giorno.

Mancanza di visioni? L’ultima mossa populista di Martin Schulz, prima di dover rinunciare al ministero degli Esteri, e porre fine alla carriera (Berlino non è Roma, non perdona gli errori, e la mancanza di parola), è stato di indire un referendum tra gli iscritti al partito, circa 460 mila, favorevoli o contrari alla Große Koalition. Tornare al governo con Angela non piace soprattutto agli Jusos, i giovani fino ai 35 anni. Meglio l’opposizione, in nome del tanto peggio tanto meglio, anche se ciò significherebbe elezioni anticipate dal risultato pericoloso, con il probabile aumento dell’estrema destra. Ancora un sacrificio in nome delle visioni? Secondo l’ultimo sondaggio, l’87 per cento dei tedeschi si dichiara soddisfatto: non è il Paradiso, ma in Germania si diffida di chi lo promette senza precisare quanto costa.

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