Giornata della Memoria: il sacrificio del torinese Renato Sclarandi

Testimonianza – Renato Sclarandi, l’eroe torinese nei campi di concentramento nasce a Sangano (Torino) il 30 gennaio 1919; è allievo dei Salesiani del ginnasio San Giovanni evangelista e del liceo Valsalice

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A sinistra il soldato Renato Sclarandi

«Questo giorno non è una semplice ricorrenza che si ripete ogni anno, ma è soprattutto un impegno per il futuro. Perché ciò che è avvenuto, non avvenga mai più. La memoria è profondamente legata al presente e al futuro. Per questo è importante legarla con il racconto, soprattutto per i più giovani: ignorare una tragedia così grande porta all’indifferenza e al proliferare della “cultura dello scarto”, denunciata da Papa Francesco». La Conferenza episcopale italiana interviene perché «il Giorno della memoria» sia monito per una cultura di pace, di rispetto e di fratellanza. Nonostante un passato drammatico, «facciamo esperienza quotidiana di minacce e manifestazioni di violenza. Guerre, genocidi, persecuzioni, fanatismi continuano, anche se la storia insegna che la violenza non porta alla pace. Mai più crimini per l’umanità!».

«Ricordare è stare attenti perché queste cose possono succedere un’altra volta». Papa Francesco, in piena sintonia con la Cei, invita: «State attenti a come è incominciata questa strada di morte, di sterminio, di brutalità». Settantasette anni fa, il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa abbattono cancelli e filo spinato di Auschwitz, rivelando al mondo la realtà del genocidio ebraico. La data è scelta dall’assemblea delle Nazioni Unite per la «Giornata internazionale di commemorazione delle vittime della Shoah» istituita il 1° novembre 2005 con la «risoluzione 60/7». Decisione assunta nel 60° della fine della Seconda guerra mondiale. In Italia il «Giorno della memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti» è istituito dal Parlamento con la legge 211 del 20 luglio 2000. Il primo Paese che celebra la giornata è la Germania, 25 anni fa, il 27 gennaio 1996.

Renato Sclarandi, l’eroe torinese nei campi di concentramento – Nasce a Sangano (Torino) il 30 gennaio 1919; è allievo dei Salesiani del ginnasio San Giovanni evangelista e del liceo Valsalice. Contagiose sono la sua allegria, la serietà dell’impegno, la santità di vita e l’entusiasmo nelle attività. Iscritto all’Azione Cattolica della sua parrocchia, San Bernardino in Borgo San Paolo, è animatore in diocesi, nelle parrocchie di città e di campagna di Torino e del Piemonte. Ama andare in bicicletta e scalare le montagne. Il 5 dicembre 1941 è chiamato alle armi negli Alpini; è allievo ufficiale ad Aosta. Poi a Merano, Bassano del Grappa, Civitavecchia e Pinerolo raduna gli esponenti dell’Azione Cattolica per individuare i modi per vivere da cristiani la vita militare con tutti i drammi e le preoccupazioni della guerra.

A Pinerolo incontra Luigi Gedda e Carlo Carretto e don Giovanni Barra, giornalista e scrittore, per il quale è in corso la causa di beatificazione. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 è catturato e deportato nel campo nazista di Luckenwalde in Germania e poi a Przemyls in Polonia. Non cede allo sconforto e inizia a scrivere un diario; continua l’apostolato fra i compagni di prigionia; fornisce a ciascuno un fraterno calore di solidarietà, un po’ d’aiuto; alimenta in tutti la speranza di sopravvivere in quella desolazione di corpi e menti, di intelligenze e spiriti. Il 30 gennaio 1944, giorno del suo 25° compleanno e vigilia della festa di San Giovanni Bosco, Sclarandi annota una preghiera al santo: chiede di insegnargli «in modo particolarissimo la via della fede completa nella Provvidenza» e di guidarlo «verso una profonda, completa e filiale devozione a Maria Ausiliatrice, affinché risolva tutti i miei problemi».

Il 22 aprile 1944 è impegnato, come sempre, a portare sollievo a un prigioniero ammalato nel vicino campo di Hammerstein in Pomérania (Polonia). Va avanti tranquillamente, avvolto nella mantellina. Accanto al cavallo di Frisia trova il soldato italiano in servizio di polizia del campo, che lo lascia passare. Quel giorno, fra il campo italiano e quello russo, che sono attigui, c’è uno scambio: gli italiani forniscono il tabacco e i russi il sapone. La sentinella tedesca che ha sparato sui russi, vuole farla pagare anche agli italiani: quando Sclarandi presenta il permesso, lo straccia e gli ordina di rientrare. Renato si volta e si dirige verso il suo reticolato per rientrare nel blocco. La sentinella spiana il fucile e, a distanza di pochi metri, gli spara nella schiena. Renato grida: «Mamma!» e cade al suolo imbevendo del suo sangue le ostie che porta con sé. È sepolto nel cimitero del campo. Nel 1967, grazie alla tenacia dei genitori, le spoglie tornano in Italia e sono sepolte nella tomba di famiglia a Sangano. La Città di Torino nel 1970 gli dedica una scuola elementare in via Baltimora, quartiere Santa Rita, e una lapide. Brevi biografie sono nei volumi:  R. Chiodi, «La Gioventù italiana di Azione Cattolica nei lager nazisti», Ferrari, 1991; Aa. Vv. «Laici nella Chiesa, cristiani nel mondo. L’azione Cattolica in Piemonte e Valle d’Aosta», Impressionigrafiche, 2010.

Torino, autunno 1938, Elena Ottolenghi sta per iniziare la quarta elementare ed è felice «di rivedere le compagne e di partecipare alla festa in cui la maestra le consegnerà il premio per gli eccellenti risultati della stagione precedente» scrive Stefano Garzano su «Torino Storia». Elena non sa nulla delle leggi razziali promulgate all’inizio del settembre 1938 e resta colpita quando la madre l’avvisa che dovrà andare in un’altra scuota, frequentata soltanto da bambini ebrei. Pochi giorni dopo una bidella suona alla porta di casa e consegna un pacchetto: è un libro, il premio che la bimba non può ritirare a scuola. Con le leggi razziali fasciste i bambini ebrei torinesi si scontrano con realtà nuove: porte sbarrate della scuota, insulti degli ex compagni di giochi, esclusione dalle feste di compleanno degli ex amichetti, divieto di indossare l’uniforme delle organizzazioni giovanili del partito, «balilla» e «giovani italiane». La Patria non li considera più figli, ma nemici, come i loro genitori e parenti. E poi le vignette offensive sui giornali, gli sputi per strada, il silenzio imbarazzato dei genitori che non spiegano cosa sta succedendo «fino alle bastonate dei soldati per farli satire sui camion che li portano via».

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