Giornata della Memoria, Pio XII salvò migliaia di ebrei

27 gennaio – La rinuncia alle condanne pubbliche di Papa Pio XII serve a nascondere l’azione silenziosa di conventi, parrocchie, nunziature, opere pie, ordini religiosi e dello stesso Vaticano che cercano di salvare in ogni modo e con ogni sotterfugio le vittime del genocidio nazifascista

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Mons. Angelo Giuseppe Roncalli, delegato apostolico a Istanbul, nell’ottobre 1941 si sente chiedere da Pio XII se il silenzio papale sul comportamento del nazismo contro gli ebrei «è giudicato male». E a don Pirro Scavizzi, che gira l’Europa a raccogliere notizie su profughi e perseguitati, nel 1942 Papa Pacelli chiede: «Dica a tutti che, più volte, avevo pensato a fulminare con scomunica il nazismo, a denunciare la bestialità dello sterminio degli ebrei. Dopo molte lacrime e preghiere ho giudicato che la mia protesta non solo non avrebbe giovato a nessuno, ma avrebbe suscitato le ire più feroci e moltiplicato la crudeltà. Forse la mia protesta avrebbe suscitato a me una lode del mondo civile, ma avrebbe procurato ai poveri ebrei una persecuzione più implacabile».

A uno sguardo non viziato da pregiudizi ideologici, l’autocensura papale appare l’opzione più ragionevole. Afferma Robert M. W. Kempner del collegio di accusa al processo di Norimberga: «Qualsiasi presa di posizione della Chiesa contro Hitler sarebbe stata non solo un suicidio premeditato, come più volte Rosenberg dichiarò, ma avrebbe accelerato l’assassinio di un numero ben maggiore di ebrei e sacerdoti».

Ne è consapevole Papa Pacelli. Il 15 maggio 1956 scrive nel testamento: «Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam. Queste parole, che conscio di esserne immeritevole e impari, pronunciai nel momento in cui diedi tremando la mia accettazione all’elezione, con  maggiore fondamento le ripeto ora con la consapevolezza delle deficienze, delle manchevolezze, delle colpe commesse durante un così lungo pontificato e in un’epoca così grave».

Da sessant’anni contro l’aristocratico Pontefice piovono accuse infamanti e infondate che ne infangano la memora: dipingono il «Pastor angelicus» come il «vicario dei silenzi», come il responsabile morale dell’Olocausto. Nel 1963 al teatro Kurfürstendamm di Berlino il dramma «Il vicario» di Rolf Hochhuth descrive il Papa correo degli stermini hitleriani, per non aver tuonato contro il genocidio. Ma le critiche più feroci a «Il Vicario» vengono da esponenti ebraici. Il giurista Robert Kempner ipotizza che lo scopo Hochhuth sia «distrarre l’attenzione dai problemi reali, come la cattura dei nazisti clandestini, per portarla su quelli artificiosi». Il borgomastro Kolfschooten scrive: «A L’Aja “Il vicario” è stato dato una sola volta: nessuno ha applaudito. È stata una protesta muta. Il popolo olandese non vuole avere nulla a che fare con questo metodo di fare la storia».

Altre pubblicazioni contribuiscono alla «leggenda nera» e al dogmatismo acritico contro Pio XII. Un’ubriacatura propagandistica che causa parecchi scivoloni. Meir Lau, rabbino capo ashkenazita di Gerusalemme, nel 1998 a Berlino, commemorando i cinquant’anni della «Notte dei cristalli», punta il dito: «Dov’era Pio XII il 9 novembre 1938, quando i nazisti distruggevano sinagoghe e negozi degli ebrei? Perché non condannò la “Kristallnacht?”». Semplice, perché non era ancora Papa: sarà eletto il 2 marzo 1939. Lau dimentica che proprio Pacelli, segretario di Stato, è l’estensore – con il cardinale arcivescovo di Monaco di Baviera Michael von Faulhaber, «der Judenkardinal, amico degli ebrei» – di «Mit Brenneder Sorge, Con bruciante preoccupazione», l’enciclica di condanna del nazismo di Pio XI.

Ci sono infinite attestazioni di stima e riconoscenza verso Pio XII. Il gran rabbino di Gerusalemme Isaac Herzog il 28 febbraio 1944, a conflitto ancora in corso, scrive al nunzio Roncalli: «Il popolo d’Israele non dimenticherà mai i soccorsi apportati ai suoi sfortunati fratelli e sorelle da parte di Sua Santità e dei suoi eminenti delegati, in uno dei momenti più tristi della nostra storia». Pinchas Lapide, ex console israeliano di Milano: «Non c’è Papa nella storia che sia mai stato ringraziato tanto dagli ebrei, per l’aiuto e la salvezza offerti ai loro fratelli in momenti di grave pericolo». Alexandre Safran, gran rabbino di Romania nel 1944 attesta: «Nelle ore più difficili che noi ebrei di Romania abbiamo passato, l’appoggio generoso della Santa Sede è stato decisivo».

Alla fine del conflitto da tutto il mondo piove la riconoscenza israelitica al Papa che la stampa nazista aveva accolto come «servo dell’internazionale ebraica e massonica». Alla morte nel 1958 il ministro degli Esteri israeliano Golda Meir scrive: «Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo durante il terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata in favore delle vittime». E il rabbino capo di Roma, Elio Toaff, scampato al campo di concentramento: «Più di chiunque altro, abbiamo avuto modo di beneficiare della grande e caritatevole bontà e della magnanimità del rimpianto Pontefice, durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando ogni speranza sembrava morta». William Zukerman: «Nessuno statista della nostra generazione ha dato agli ebrei più poderoso aiuto nell’ora della più grande tragedia. Il Vaticano fece una delle più grandi manifestazioni di umanitarismo nel secolo XX». Il politico italiano Francesco Saverio Nitti nel 1945: «Ho pensato spesso a Pio XII quando ero deportato in Germania». E il laico Panfilo Gentile: «Nella misericordia Pio XII aveva fatto tutto il suo dovere. Chi scrive è un laico, ma non ha dimenticato che molti suoi amici e commilitoni sono oggi vivi, e senza Pio XII sarebbero quasi certamente periti. Questo basta a chiudere il discorso con Hochhuth e con chi lo applaude».

Pio XII evita di esprimere una condanna pubblica della Germania nazista a ragion veduta: nel luglio 1942 i vescovi cattolici olandesi denunciano con durezza la persecuzione degli ebrei e i nazisti rispondono incrudelendo la deportazione di cristiani e israeliti. Tanto che Pacelli brucia gli appunti di un pronunciamento contro il nazismo, come conferma nel 1963 Eugen Dollmann, colonnello delle SS: «Una pubblica protesta del Vaticano sarebbe stato un inutile bel gesto. Hitler avrebbe arrestato e deportato Pacelli in ventiquattr’ore e agli ebrei sarebbe derivata una rovina infinitamente peggiore»

Nel giugno 1943 ai cardinali Pio XII confida il suo senso d’impotenza «davanti a porte che nessuna chiave vale ad aprire» e il timore che ogni mossa «renda, pur senza volerlo, più grave e insopportabile la situazione dei sofferenti». Non ha la presunzione di presentarsi come colui che, per mandato divino, è chiamato a distruggere l’impero del male con la forza della parola.

La rinuncia alle condanne pubbliche serve a nascondere l’azione silenziosa di conventi, parrocchie, nunziature, opere pie, ordini religiosi e Vaticano che cercano di salvare in ogni modo e con ogni sotterfugio le vittime. L’ex console Lapide dice che «la prudenza e la circospezione del Pontefice salvarono più del 90 per cento della comunità ebraica romana». E fonti israelitiche parlano di 7-800 mila ebrei salvati da istituti cattolici e personalità ecclesiastiche. Un dato ancor più significativo, se confrontato con le omissioni di soccorso degli organismi internazionali e degli Alleati: Inghilterra e Stati Uniti respingono gli ebrei in fuga dalla Germania. Il Papa rinuncia «a parlare e a scrivere» affinché la strategia del soccorso non sia colpita e smantellata dalla rappresaglia hitleriana.

I suoi messaggi non nominano Hitler né il nazismo ma ricorrono a formule allusive: parlano di «coloro che soffrivano per ragione della nazionalità o della stirpe, destinati talora a costrizioni sterminatrici» (2 giugno 1943); o condannano «la dottrina razzistica che rivendica determinati diritti per determinate stirpi» e deplorano «la sorte di centinaia di migliaia di persone che, senza veruna colpa, solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate a morte o a un progressivo deperimento» (Natale 1942).

Gerhard Schröder, ministro degli Esteri della Germania federale, conclude: «Pio XII in diverse occasioni ha alzato la sua voce contro le distruzioni razziali del Terzo Reich, strappando il maggior numero possibile di ebrei ai persecutori. Una denigrazione alla sua memoria da parte di un tedesco è particolarmente incresciosa».

Pier Giuseppe Accornero

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