Giornata della Memoria, Pio XII salvò migliaia di ebrei

Storia – Pio XII, la Santa Sede e la Chiesa hanno salvato migliaia di ebrei. Negli Archivi vaticani sono conservate le prove del tentativo della Santa Sede e di mons. Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, di salvare Liliana Segre, quattordicenne, e il padre Alberto Segre nel campo di concentramento di Pomerania Greifswald

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«Mi fece un grande effetto. Pio XII aveva occhi neri come fessure. Mi disse di non inginocchiarmi: “Sono io che dovrei farlo davanti a te”. C’è una bella foto di lui che benedice a braccia spalancate davanti alla basilica di San Lorenzo dopo i bombardamenti. Mi sono sempre chiesta: perché non si è messo così davanti alle locomotive dei treni diretti ai lager?» La risposta alla domanda della senatrice a vita Liliana Segre – numero 75190 tatuato sul braccio del lager – è facile: Pio XII sapeva che i nazifascisti gli sarebbero passati sopra con locomotiva e treno. Non risulta che la Segre – nelle infinite apparizioni nelle scuole, in televisione, nei dibattiti – abbia mai accennato che Pio XII, la Santa Sede e la Chiesa hanno salvato migliaia di ebrei e che negli archivi vaticani ci sono le prove del tentativo della Santa Sede e di mons. Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, di salvare lei, quattordicenne, e il padre Alberto Segre nel campo di concentramento di Pomerania Greifswald. Cose da ricordare nella «Giornata della memoria».

Leone Pontecorvo sfuggito al nazismo grazie alla Chiesa – Ebreo 85enne, a 8 anni nell’ottobre 1943 trova riparo, con il fratellino Bruno, nel convento delle Oblate del Sacro Cuore di Gesù a Roma: «Un’esperienza che non dimenticherò mai, che mi ha segnato nella vita e rafforzato nell’identità ebraica». Diventa Ciro Buoncristiani. Solo la superiora e la direttrice della scuola sanno la verità: «Furono eccezionali. Eravamo come tutti gli altri bambini»: sveglia all’alba, acqua fredda, studio, preghiera, gioco. «Mi ero adattato a tutte le regole, dalle preghiere in latino a servire Messa. Recitai al meglio la finzione e divenni il più bravo tra i chierichetti: a Natale e Pasqua fui scelto tra 50 bambini cattolici per servire Messa al vescovo». Ciro promuove un torneo di calcio; Bruno scambia con gli amichetti non le figurine dei calciatori, ma i santini. I genitori si salvano perché murati nella casa di amici cristiani. Leone ricorda, 80 anni dopo, «il volto, uno dei più belli che abbia mai visto» di una suora che lo curò quando aveva la febbre: «Non fecero alcuna pressione perché ci convertissimo al Cattolicesimo. Mi sono sempre schierato dalla parte di Pio XII. Aprì le porte dei conventi e offrì aiuto agli ebrei: 5 mila solo a Roma. Merita grandi lodi e gratitudini per l’ospitalità agli ebrei in chiese, conventi e monasteri».

Dopo la Seconda guerra mondiale anche gli ebrei lo elogiano per l’operato discreto ma efficace. Tutto cambia radicalmente con l’ignobile e faziosa opera teatrale «Il Vicario» del tedesco Rolf Hochhuth che distorce la storia e presenta Pio XII «amico di nazisti». Il cardinale arcivescovo di Monaco Friedrich Wetter, dichiara: «Falsa la verità chi dimentica che il 70-90 per cento dei 950 mila ebrei europei sopravvissuti lo devono ai cattolici». Lo riconosce lo studioso ebreo Pinchas Lapide. La «leggenda nera» su Pio XII è amplificata e alimentata dai servizi segreti sovietici. Mark Riebling nel libro «Church of Spies: The Pope’s Secret War against Hitler» confuta il «Papa di Hitler»: «Pio XII fu il più forte oppositore del nazismo. Lavorò fino all’ultimo per far firmare una pace separata tra la Germania e gli Alleati». Arturo Carlo Jemolo, storico cattolico liberale, conclude: «In 19 anni di pontificato incarnò veramente la Chiesa cattolica».

Sovietici e comunisti distorcono la verità – Alla morte di Pio XII, il 9 ottobre 1958, «L’Humanité», quotidiano comunista francese, parla di «silenzi sulla Shoah» che indubbiamente ci furono perché il Papa preferì salvare gli ebrei. La stampa comunista lo bersaglia come collaboratore del nazifascismo ma le organizzazioni ebraiche come «Anti-Defamation League» e «American Jewish Commitee» guardano con interesse a Papa Pacelli, al Concilio Vaticano II e ai nuovi rapporti con gli ebrei, tanto che fanno annullare il giro americano de «Il Vicario». Per Carlo Bo «sceglie la strada del minor male. La Chiesa non è la principale accusata, è seduta fra altri sullo stesso banco». Prima della guerra, infatti, gli Alleati non muovono un dito per frenare le nefandezze di Hitler. Lo scrittore francese François Mauriac scrive: «Il silenzio del Papa e della gerarchia altro non era che un ripugnante dovere; si trattava di evitare lo slittamento della figura di Pio XII da Papa popolare a simbolo del passato». Mauriac è sensibile alle opinioni del cardinale arcivescovo di Parigi Emmanuel Célestin Suhard, vicino al generale Philippe Pétain, alleato con i nazisti.

Pacelli (1876) è coetaneo di Churchill (1874) e di Stalin (1879) – La questione comunista è decisiva: Pio XII avverte il presidente americano Franklin Delano Roosvelt del pericolo che l’Urss invada l’Europa orientale, come accade. Perché il Papa scomunica i comunisti nel 1949? Mons. Eugenio Pacelli, nunzio a Berlino (1920-29), nel 1925 negozia con il commissario sovietico Georgij Vasilevic Cicerin e riferisce al cardinale segretario di Stato Pietro Gasparri: «Il governo dei Soviet, per la prima volta e in via di eccezione, dice di ammettere sul suo territorio la gerarchia soggetta alla Santa Sede, che considera  come potere estero». Ma i negoziati falliscono e la situazione dei cristiani in Russia è disperata sotto la mannaia di Iosif Stalin, il peggior persecutore dei cristiani. I comunisti vogliono «nazionalizzare» la Chiesa e colpiscono ortodossi e cattolici, specie vescovi, sacerdoti e laici fedeli al Papa. In questo clima nasce la scomunica, una denuncia che incarognisce ancora di più Stalin. L’anticomunismo di Pio XII è indubbio come indubbio è il fatto che a fare il Concilio sono gli uomini di Pacelli come Giovanni Battista Montini, trasferito arcivescovo di Milano nel 1954 per non fargli mancare l’esperienza pastorale.

Pacelli vive la giovinezza sacerdotale durante la crisi modernista, è uomo della tradizione e della dottrina. Avverte che i Paesi di antica tradizione cristiana sono in crisi di fede, si allontanano dalla Chiesa e definisce Roma «terra di missione»; confida di aver perso il sonno prima della riforma del digiuno eucaristico; le sue riforme sono all’insegna della restaurazione. È un implacabile accentratore e non si fida dei collaboratori. Autorizza i preti operai in Francia e poi li blocca. Durante il suo pontificato raddoppiano i preti missionari, i preti africani passano da 300 a 1.800; inventa i «Fidei donum». La consacrazione episcopale del poco più che trentenne Bernardin Gantin nel 1957 a Roma è un evento simbolico e importante. La Chiesa – per Pacelli – «è educatrice di uomini e di popoli e prepara alla società una base sulla quale riposare con sicurezza». Per padre Yves Congar, perseguitato dal Sant’Offizio e teologo precursore del Concilio, «il grande Pio XII non era contrario a ogni cambiamento ma voleva conservarne uno stretto controllo e l’iniziativa».

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