Tre giorni di festa, 17-19 gennaio 2026, iniziative culturali, spettacoli e visite di Palazzo Barolo e Distretto sociale Barolo per la nuova scultura posizionata sulla facciata della storica residenza tra via Corte d’Appello e via delle Orfane. Voluto dall’Opera Barolo per la fondatrice e patrocinato da città di Torino e Accademia Albertina delle Belle arti, il monumento è stato realizzato con il sostegno della famiglia Abbona, titolare dell’azienda «Marchesi di Barolo. Antiche Cantine in Barolo» e il Gruppo Iren ne cura l’illuminazione. |
Nella domenica in Albis, 17 aprile 1814, dalle Carceri Senatorie in via San Domenico a Torino la nobildonna Giulia Falletti di Barolo sente il grido disperato di un detenuto al quale il prete sta portando la Comunione: «La zuppa voglio, non il Viatico!». Ne rimane folgorata. Entra nel carcere e visita i reparti maschili e femminili e trova una situazione sconvolgente: il detenuto è umiliato dai carcerieri, abbrutito dall’ozio, disprezzato dalla società. Nelle «Memorie sulle carceri», dopo una visita al reparto femminile, annota: «Il loro stato di degradazione mi provocò un dolore, una vergogna che non posso ricordare senza provare una viva emozione. Quelle povere donne e io eravamo della stessa specie, figlie dello stesso Padre, anch’esse erano una pianta dei Cieli, avevano avuto un’età dell’innocenza ed erano chiamate alla stessa eredità celeste. Rincasai con il cuore a pezzi per il dolore».
Situazioni perenni nelle carceri, nella storia, ieri e oggi. Considerazioni analoghe aveva svolto mezzo secolo prima l’illuminista, giurista, filosofo e letterato milanese Cesare Beccarìa (1738-1794) nel suo celeberrimo «Dei delitti e delle pene» (1764), scritto contro la tortura e la pena di morte.
Giulia Colbert nasce a Maulévrier, nella Vandea, regione della Loira, il 27 giugno 1785. Di nobile lignaggio è pronipote di Jean-Baptiste Colbert, ministro delle Finanze di Luigi XIV. Nel 1806 sposa il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, trasferendosi a Torino nel 1814. Dedica gran parte della sua vita alle opere di beneficenza destinate alle fasce meno abbienti della popolazione, fondando e ospitando nella sua abitazione strutture educative per fanciulle povere, ragazze madri, bambini disabili e in difficoltà. Si occupa del miglioramento delle condizioni di vita della popolazione carceraria femminile e dell’istituzione di scuole professionali destinate a ragazze socialmente ed economicamente svantaggiate.
Fin da piccola Giulia è convinta che la detenzione deve riabilitare la persona – invece la si punisce solo – e a chi sbaglia bisogna insegnare a fare il bene: quando la giustizia ha concluso il suo compito, deve intervenire la carità per rieducare e reinserire nella società «le povere prigioniere». Passa giorni in carcere; ascolta le detenute; condivide la loro vita, la loro pena e il loro rivoltante cibo. Qualcuna, fingendo una crisi, la colpisce con spintoni, schiaffi e insulti. Lei incassa: «Bisogna cominciare con il commuoverle, intenerirle, farsi voler bene da loro, dimostrando loro che le si ama. È in questo modo che ho ottenuto la loro fiducia. Piangevo, soffrivo con loro: Dio è un Padre buono e tenero che non le punirà due volte. Mi sembra molto aspro spaventare per l’avvenire chi è già tanto infelice per il presente. Le cure, la dolcezza, l’affetto che manifesto loro cominciano a riconciliarle con sé stesse. Mai l’orrore del crimine faccia trattare con disprezzo il criminale. Finché gli resta un istante per il pentimento, il suo destino può ancora essere così bello».
Poco per volta le sventurate si rasserenano perché vedono che la nuova amica è mossa dall’amore. Ottiene un edificio più sano e spazioso, il carcere delle Forzate, sempre in via san Domenico 32 assegnatole il 30 ottobre 1821. Con i suoi soldi lo abbellisce, organizza un carcere modello di cui è nominata sovrintendente: il regolamento è discusso punto per punto con le detenute in assemblea. Vara una rivoluzionaria riforma delle carceri femminili. Uno studioso inglese, in un rapporto sulle prigioni d’Europa, scrive che il carcere delle Forzate è il migliore sotto l’aspetto morale, il più ordinato e calmo.
La «madre dei poveri» fonda a Valdocco una serie impressionante di opere: la scuola per ragazze povere affidata alle Suore di San Giuseppe (1821); il Rifugio casa di accoglienza per ex-carcerate e ragazze a rischio (1823); chiama a Torino le Dame del Sacro Cuore per l’educazione delle giovani nobili e borghesi (1823); fonda l’Istituto delle Sorelle penitenti di Santa Maria Maddalena (1833) quando alcune ospiti del Rifugio chiedono di consacrarsi al Signore (oggi Figlie di Gesù Buon Pastore); i marchesi fondano le Suore di sant’Anna della Provvidenza (1834) ed Enrichetta (Caterina) Dominici (1829-1895, beata dal 1978), è la superiora generale per 34 anni.
Quando, nell’agosto del 1835, il colera colpisce Torino, i Barolo, dalla villa a Moncalieri, tornano in città e si prodigano per assistere i colerosi. Per iniziativa del marchese la città erige la colonna votiva in piazza della Consolata come ringraziamento alla Patrona per la liberazione dal morbo.
Il loro salotto è frequentato da aristocratici e uomini di cultura: Cesare Balbo, Federico Sclopis, Cesare Alfieri di Sostegno, Pietro di Santarosa, il giovane conte Camillo Benso di Cavour e Silvio Pellico (1789-1854). La marchesa assume il patriota saluzzese come segretario e bibliotecario e lo spinge a scrivere e a pubblicare nel 1832 «Le mie prigioni» sulla dura esperienza (1820-1830) nel famigerato carcere «Spielberg» (oggi nella Repubblica Ceca): è il libro italiano più famoso e più letto dell’Ottocento. Anche il cancelliere Metternich ammette che esso danneggia l’immagine dell’Austria più di una guerra perduta.
Carlo Tancredi muore a 44 anni il 4 settembre 1838 a Chiari (Brescia) durante un viaggio. Cavour lo definisce «l’uomo più caritatevole del Paese». Per Giulia è una prova durissima: si ritira dalla vita salottiera e ancora di più batte i sentieri della carità. Per sua iniziativa aprono un monastero le Adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento (1839); nel suo palazzo istituisce tre «Famiglie di operaie» (1845), case-famiglia dove vivono 12 ragazze di 14-18 anni: affidate a una «mamma» laica, lavorano nelle botteghe artigiane. Accanto al Rifugio sorge l’Ospedaletto di Santa Filomena (1845) che ospita 60 ragazze disabili e povere, primo nel suo genere a Torino.
Giulia a 78 anni chiude una vita laboriosa il 19 gennaio 1864. Ai suoi funerali una folla immensa ripete tra le lacrime: «II Paradiso se l’è proprio guadagnato con la sua carità! I poveri di Torino la ricordano come madre dei poveri». Senza eredi, il patrimonio finisce all’Opera Pia Barolo. La sua amica Costanza de Maistre l’elogia come «pegno della misericordia divina e provvidenza visibile degli indigenti di ogni sorta». Il conte Nicola d’Agliano, presidente onorario della Corte di cassazione, all’inaugurazione della nuova sede del Rifugio il 19 gennaio 1891 elogia il suo metodo educativo fatto «di carità e abnegazione in anticipo sui tempi».
Carlo e Giulia, oggi venerabili, sono incamminati sulla via della santità ufficiale ed è un fatto singolare che personaggi così diversi come Giuseppe Cafasso, Giovanni Bosco e Giulia Colbert Falletti di Barolo siano accomunati dall’impegno dietro le sbarre.
Pier Giuseppe Accornero



