Giuseppini del Murialdo da 150 anni

Vaticano – Papa Francesco sabato 18 marzo ha ricevuto nella Sala Clementina una rappresentanza dei Giuseppini del Murialdo nel 150° anniversario di fondazione della congregazione

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Papa Francesco: «Tanti, tanti santi sociali nella Torino dei massoni e dei mangiapreti». Tra essi Leonardo Murialdo (1828-1900) non è molto noto, nonostante la grandezza: è il tipico caso in cui la popolarità non è proporzionata ai meriti. L’esperienza tra i giovani di periferia e il soggiorno parigino a contatto con il cattolicesimo francese maturano il suo carisma. È per la formazione del laicato quello che don Cafasso è per la formazione del clero. Spicca per intelligenza e bontà, apertura al nuovo e intuizioni profetiche, coraggio, tenacia e umiltà, per la vastissima gamma di problemi che affronta. Nella Torino dei massoni e dei mangiapreti che diventa città industriale, egli opera nell’educazione morale, religiosa, professionale di operai, apprendisti e giovani. Pioniere della religiosità popolare, promotore dell’apostolato sociale, difensore dei lavoratori, animatore della stampa cattolica e fondatore degli Oblati di San Giuseppe. Unisce azione e contemplazione, fedeltà ai doveri e genialità di iniziative, forza nelle difficoltà e serenità di spirito.

Nel 150° di fondazione dei Giuseppini del Murialdo – il 19 marzo 1873 fonda la «Pia Società Torinese di San Giuseppe per la cura e la formazione dei giovani operai» – dice Francesco a braccio ai figli spirituali del Murialdo – «a me fa pensare tanto questo tempo nel “fuoco”, nel centro della Massoneria, a Torino, nel Piemonte, tanti santi, tanti! E dobbiamo studiare perché, perché in quel momento. E proprio nel centro della massoneria e dei “mangiapreti”, i santi, e tanti, non uno, tanti. Ha fondato a Torino, in questo contesto duro, segnato da tanta povertà morale, culturale ed economica, di fronte alla quale non è rimasto indifferente: ha raccolto la sfida e si è messo al lavoro, in mezzo alla Massoneria».

«Così è nata una realtà che in 150 anni si è arricchita di persone, opere, esperienze culturali diverse, soprattutto di tanto amore. Una realtà composta da circa 500 religiosi – sono pochi, dovete crescere un po’! – e dalle suore Murialdine di San Giuseppe, dall’Istituto secolare e da parecchi laici. Tanto è cresciuto il seme posto da Dio nella Chiesa per mezzo delle mani generose di Leonardo Murialdo». All’apertura della celebrazione giubilare, Francesco augurò di crescere nell’«arte di cogliere le esigenze dei tempi e di provvedervi con la creatività dello Spirito Santo»; esortò a prendere cura dei «più giovani, i quali, oggi più che mai, hanno bisogno di testimoni credibili»; incoraggiò «a non smettere mai di sognare». Il Papa sottolinea tre aspetti importanti: primato dell’amore di Dio, attenzione al mondo che cambia, dolcezza paterna della carità.

«Lasciamoci amare da Dio per essere testimoni credibili del suo amore; lasciamo che sia il suo amore a guidare i nostri affetti, pensieri e azioni». Per Francesco. Murialdo «non è rimasto indifferente alla povertà morale, culturale ed economica» a Torino «centro della Massoneria» si è dedicato all’educazione dei giovani, soprattutto operai. Invita «camminare guidati dallo Spirito Santo». Sottolinea che «lasciarsi amare è quella passività della vita consacrata, che cresce nel silenzio, nella preghiera, nella carità, e nel servizio», quindi lasciarsi guidare dall’amore e non dalle regole. Racconta che il polacco padre Włodzimierz Ledóchowski preposito generale della Compagnia di Gesù (1915-1942) volle mettere «tutta la spiritualità dei Gesuiti in un libro per regolare tutto». Un abate benedettino, leggendo il primo esemplare, afferma che quel documento «ha ucciso la Compagnia di Gesù».

«Quando si vuole regolare tutto, tu ingabbi lo Spirito Santo. E ce ne sono tanti – religiosi, consacrati, preti e vescovi – che hanno ingabbiato lo Spirito Santo. Per favore, lasciare libertà, lasciare creatività. Sempre camminare con la guida dello Spirito». Di San Leonardo Murialdo evidenzia «la sensibilità ai bisogni degli uomini e delle donne del suo tempo, la capacità di accorgersi dei disagi intorno a sé, l’essere stato portavoce della parola profetica della Chiesa in un mondo dominato da interessi economici e di potere, dando voce ai più emarginati, l’aver saputo cogliere il valore del laicato nella vita e nell’apostolato». Un uomo – torinese doc, come Michele Rua e Pier Giorgio Frassati – coraggioso e aperto, «da imitare da parte di laici, religiosi e religiose, su strade condivise di preghiera, di discernimento e di lavoro, per essere artigiani di giustizia e di comunione». Cita ancora  «Come senza fede non si piace a Dio, così senza dolcezza non si piace al prossimo»: una frase che piace molto al Papa argentino con solide radici piemontesi.

Nella festa di San Giuseppe di 150 anni fa Murialdo fonda la sua congregazione, Nell’Ottocento la devozione allo sposo di Maria e al «padre putativo» di Gesù era molto estesa. Un altro subalpino, san Giuseppe Marello, fonda un’altra Congregazione giuseppina. Papa Francesco ricorda: «Dio ha affidato a san Giuseppe i suoi tesori più preziosi, Gesù e Maria». Ha oltre 150 anni (8 dicembre 1870) il decreto «Quemadmodum Deus» con il quale Pio IX, «mosso dalle gravi e luttuose circostanze in cui versava una Chiesa insidiata dall’ostilità degli uomini», dichiarò San Giuseppe «patrono della Chiesa universale». Nel Concilio Vaticano I (1869-1870) tra le diversi richieste che i padri presentarono a Pio IX, due riguardano San Giuseppe. Una, firmata da 153 vescovi, chiede che il suo culto assuma un posto più elevato nella liturgia; l’altra, sottoscritta da 43 superiori di Istituti religiosi, sollecita la proclamazione di San Giuseppe a «patrono della Chiesa universale». Nel luglio 1870 il Concilio Vaticano I è sospeso per gli eventi politico-militari: la guerra franco-prussiana e la «breccia di Porta Pia» attraverso la quale si scaraventano i Bersaglieri che tolgono Roma al Papa e la consegnano ai Savoia che ne fanno la capitale d’Italia.

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