Gli Arcivescovi di Torino del XX e XXI secolo

Dei nove Arcivescovi di Torino del XX e XXI secoli solo Agostino Richelmy e l’ultimo eletto Roberto Repole sono torinesi; astigiano è Giuseppe Gamba; novarese Maurilio Fossati; cuneese Michele Pellegrino; genovese Anastasio Alberto Ballestrero; milanese Giovanni Saldarini; immigrato in Piemonte dal Veneto Severino Poletto; acquese Cesare Nosiglia

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Il cardinale Ballestrero e il predecessore card. Pellegrino

Dei nove arcivescovi di Torino del XX e XXI secoli solo Agostino Richelmy e l’ultimo eletto  Roberto Repole sono torinesi; astigiano è Giuseppe Gamba; novarese Maurilio Fossati; cuneese Michele Pellegrino; genovese Anastasio Alberto Ballestrero; milanese Giovanni Saldarini; immigrato in Piemonte dal Veneto Severino Poletto; acquese Cesare Nosiglia.

AGOSTINO RICHELMY (1897-1923), di famiglia borghese, «chierico esterno», laureato in teologia, sacerdote. A 35 anni vescovo di Ivrea e dal 1897 metropolita torinese. Organizza l’«Esposizione d’arte sacra e delle missioni cattoliche» e l’ostensione della Sindone (1898): ammirata da 800 mila pellegrini e fotografata per la prima volta con sorprendenti risultati dall’avvocato astigiano-torinese Secondo Pia, accende i fari della scienza.

Durante la Grande Guerra (1914-18) Torino è un cantiere di aiuto per tutte le vittime. Definito «malleus modernistarum», sostiene il condiscepolo don Giuseppe Allamano nella fondazione dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. Si avvale dei vescovi ausiliari Luigi Spandre, Angelo Lorenzo Bartolomasi, poi «vescovo di campo» e Giovanni Battista Pinardi. Le 35 lettere pastorali fotografano il suo stile e la religiosità dei torinesi. Personaggio singolare è il suo segretario don Adolfo Barberis, apostolo del Vangelo; artista e poliedrico sacerdote che onora la Chiesa torinese; maestro e consigliere del clero e fondatore del Famulato cristiano.

GIUSEPPE GAMBA (1923-1929), una vita consumata nel ministero pastorale. Di famiglia contadina di San Damiano d’Asti. Determinante l’incontro con Giovanni Bosco. Parroco e vicario generale; vescovo di Biella dal 1902; poi di Novara: vince la battaglia per conservare il crocifisso nelle scuole che i socialisti volevano estromettere. Neutralista, è accusato di antipatriottismo e la Questura ne controlla la predicazione. Invita i parroci a sostenere i giovani nelle trincee. Arcivescovo metropolita di Torino nel 1923, cardinale nel 1926, conosce e ammira Pier Giorgio Frassati, convoca e presiede il primo Concilio plenario pedemontano nel 1927.

Conciliante e fermo, disponibile e paterno, simpatizza con i popolari e con l’«Appello ai liberi e forti» di don Luigi Sturzo; è molto sensibile al mondo del lavoro; fonda la «Rivista Diocesana Torinese»; restaura la Cattedrale. Cinque lettere pastorali di taglio popolare: «La fede»; «Le prove della fede»; «L’incredulità»; «La Chiesa»; «Il Papa». Poiché il quotidiano cattolico «Il Momento» è su posizioni clerico-fasciste, nel 1924 fonda «Il Corriere» su salde posizioni democratiche grazie a don Alessandro Cantono e don Giuseppe Piovano e il fascismo lo sopprime. Con Pinardi è critico verso il regime. Muore improvvisamente il 26 dicembre 1929.

MAURILIO FOSSATI (1930-1965), l’episco­pato più lungo (35 anni) quando Torino raddoppia la popolazione. Nato ad Arona nono di 10 figli di un dipendente della Società di navigazione del Lago Maggiore, studia nei Seminari novaresi. Segretario di mons. Edoardo Pulciano, vescovo di Novara, e poi di Genova. Dopo la sua morte entra a Varallo nella Congregazione dei Santi Gaudenzio e Carlo, di cui diventa superiore, si dedica alle «missioni popolari». Vescovo di Galtelli-Nuoro in Sardegna, fonda il settimanale «L’Ortobene»; trasferito a Sassari e l’11 dicembre 1930 a Torino. Ricorda lo storico Giuseppe Tuninetti: «Nei confronti del fascismo tenne la schiena diritta: pur deferente verso le autorità, non fu mai servile e protestò contro le prepotenze e violenze. Il regime lo punì arrestando il segretario»: don Vincenzo Barale salva numerosi ebrei. Brilla come «defensor civitatis» e si impegna a favore di Giovanni Agnelli accusato di compromissione con il regime: in sua difesa scrive a mons. Giovanni Battista Montini, sostituto della Segreteria di Stato.

Per dota­re di chiese la diocesi fonda «Torino-chiese»; per la pasto­rale operaia istituisce i cappellani del lavoro; promuove «La Voce del Popolo» e fonda «il nostro tempo»; costruisce il grandioso seminario di Rivoli; celebra il Congresso Eucaristico nazionale (1953). Il 14 settembre 1961 la Santa Sede gli affianca il francescano Felicissimo (Stefano) Tinivella, come coadiutore «personae datus» senza diritto di successione, vescovo di Diano-Teggiano in Campania. Il 30 marzo 1965 si spegne a 89 anni: ordina 2.650 sacerdoti e consacra 22 vescovi.

MICHELE PELLEGRINO (1965-1977). A sorpresa Paolo VI nomina mons. Michele Pellegrino, patrologo internazionale, docente di Letteratura cristiana antica all’Università. Valletta, la Fiat, «La Stampa» avevano mosso mari e monti per Tinivella, ma troppo «ammanicato» con il colosso. Nasce il 25 aprile 1903 a Roata Chiusani di Centallo (Cuneo) diocesi di Fossano. «O sacerdote santo, o non sacerdote, con l’aiuto di Dio» promette durante il servizio militare a Mantova. Consegue tre lauree: Lettere, Teologia, Filosofia. Insegnante in Seminario, direttore del settimanale diocesano «La Fedeltà», vicario generale a 30 anni, è in rotta di collisione con il nazifascismo.

Dalla cattedra universitaria alla cattedra di San Massimo, fedele al motto «Evangelizare pauperibus», opera per una Chiesa libera da ingerenze politiche e potentati economici. Scioglie i legacci con la Fiat e i pellegrinaggi gestiti dall’azienda. Pone la sua Chiesa all’avanguardia in molti campi: liturgia e organismi consultivi; evangelizzazione, Sacramenti, promozione umana; catechesi e carità; Quaresima di fraternità, diaconato permanente e ministri straordinari; pastorale operaia e cooperazione diocesana; equiparazione economica ed ecumenismo; rinnovamento della parrocchia e apertura al Terzo Mondo; immigrazione e assistenza, sanità e terza età. Sensibile al mondo operaio, scrive la lettera pastorale «Camminare insie­me» (1971), sostiene i preti operai e le Acli; istituisce la Facoltà teologica e il diaconato permanente. Don Tuninetti: «Uomo di onestà cristallina e vescovo zelante, esercitò la parresia e promosse il dialogo ecumenico. Segno di contraddizione, fu amato e contestato».

ANASTASIO ALBERTO BALIESTRERO (1977-1989). La ricca e difficile eredità di Pellegrino passa al carmelitano Ballestrero, contemplativo e uomo di governo. Stempera le tensioni e cerca la conciliazione nella comunità lacerata da contestazione e terrorismo. Tra gli eventi: l’ostensione della Sindone (1978) e i contestati esami del carbonio 14 (1988); due visite di Giovanni Paolo II (1980 e 1988). Presidente della Conferenza episcopale italiana, indice il convegno della Chiesa italiana a Loreto nel 1985 «Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini». Affronta gravi problemi: secolarizzazione; calo della pratica religio­sa, delle vocazioni e dei matrimoni; l’immi­grazione, specie musulmana.

Nato a Genova, entra tra i Carmelitani scalzi: professore, maestro dei novizi, priore, provinciale, preposito generale, visita tutte le comunità carmelitane. Al Vaticano II collabora alla stesura di «Perfectae caritatis» e della «Gaudium et spes». Nel 1973 Paolo VI lo nomina arcivescovo di Bari e nel 1977 a Torino. Scrive Tuninetti: «Con Torino non fu amore a prima vista. Anzi ci fu diffidenza reciproca, a mo­tivo di pregiudizi e di scorretta informazione. Torino non era il paradiso terrestre, ma non era neppure babilonia. Era atteso al varco dai nostalgici di Pellegrino e dagli avversari: tutti volevano un arcivescovo a propria immagine e somiglianza». Tenta la pacificazione nella società e nella Chiesa. Gode della stima dei vescovi e Giovanni Paolo II lo nomina presidente della Cei negli anni del terrorismo rosso, delle stragi nere, del referendum sull’aborto, dalla revisione del Concordato. Contemplativo e maestro di spirito nel tumulto della metropoli, vescovo-monaco.

GIOVANNI SALDARINI (1989-1999) – Centesimo vescovo di Torino, brianzolo di Cantù (Milano), nasce nel 1924, sacerdote dal 1947. Biblista e docente di Sacra Scrittura, parroco a Carate Brianza e poi a San Babila nel cuore di Milano, pro-vicario generale e ausiliare del cardinale arcivescovo Carlo Maria Martini. Promosso a Torino: «Inizia oggi la stagione più seria e decisiva della mia vita. Ormai l’unica ragione dei miei giorni è questa Chiesa pellegrina a Torino. Non conosco questa città e questa terra ma sono certo che anche voi mi aiuterete a comprenderla. Rendo onore alla grande tradizione culturale, civile e religiosa della città».

Cardinale dal 1991, il suo programma è scandito dalle lettere pastorali e dal Sinodo diocesano, l’evento più importante (1994-97): il precedente era stato celebrato 115 anni prima. Organizza l’ostensione della Sindone del 1998, con la visita di Giovanni Paolo II. Il momento più doloroso nella notte dell’11 aprile 1997 quando un incendio devasta la Cappella della Sindone. Importanti incarichi nella Cei: vicepresidente per il Nord, ospita a Torino la 42ª Settimana «Identità nazionale, democrazia e bene comune». Apre o segue i processi per ben 13 candidati alla santità. Per salute rinuncia e torna a Milano. Dopo la morte nel 2011, è sepolto in Cattedrale a Torino.

SEVERINO POLETTO (1999-2010) Nato a Salgareda (Treviso) in una famiglia di mezzadri, nel 1952 lascia il Veneto e si trasferisce in diocesi di Casale Monferrato. Ordinato nel 1957, svolge un’intensa attività pastorale. Viceparroco, vicerettore del Seminario, parroco di Santa Maria Assunta a Oltreponte, fa esperienza lavorativa come magazziniere, ma è eccessivo definirlo «prete operaio». Fonda e dirige il Centro per la pastorale della famiglia, coordina la «missione cittadina» nel 500° di fondazione della diocesi; insegnante di religione; delegato vescovile per la pastorale. Nel 1980 vescovo coadiutore di Fossano con diritto di successione. Nel 1989 vescovo di Asti: «missioni diocesane» per giovani, sposi, bambini e ragazzi, anziani; avvio delle «Unità pastorali»; accoglie il Papa che proclama beato mons. Giuseppe Marello.

L’«avventura» torinese comincia il 19 giugno 1999: «Vengo con nessun’altra intenzione che fare della mia vita un’offerta gradita a Dio. Desidero professare davanti al Signore e a voi che intendo vivere il mio servizio episcopale come un’offerta della mia vita per annunciare Gesù e per aiutarvi a camminare nella sua sequela». Promuove le ostensioni della Sindone nel 2000 e nel 2010; avvia il «Piano pastorale decennale»; costruisce, non senza polemiche, la chiesa del Santo Volto e vi trasferisce la Curia; vara le «Unità pastorali»; organizza nel 2002 il «restauro» della Sindone. Cardinale dal 2001, partecipa a due Conclavi per Benedetto XVI (2005) e Francesco (2013).

CESARE NOSIGLIA (2010-2022). L’11 ottobre 2010 Benedetto XVI nomina arcivescovo mons. Cesare Nosiglia, ligure-piemontese, nato a Rossiglione (Genova) in diocesi di Acqui Terme. Sacerdote dal 1968, studia a Roma e lavora all’Ufficio Catechistico nazionale, impegnato nella stesura dei catechismi postconciliari. Vescovo ausiliare e vicegerente di Roma, poi vescovo di Vicenza. Nel 2010, dopo 42 anni torna in Piemonte. Un recente articolo de «La Stampa» parla della sua «eredità civica»: «L’arcivescovo esercita un’influenza notevole sulla vita cittadina. Il solco “tra le due città” lo ha costretto a lanciare forti appelli alle forze politiche e a promuovere concrete iniziative per ridurre le più drammatiche differenze sociali tra la popolazione». Il quotidiano rammenta l’impegno perché lo sgombero del Moi avvenisse senza violenza; l’impegno per impedire la chiusura delle fabbriche è stato totale: il caso più emblematico è l’Embraco di Riva di Chieri. «Senza mai arrendersi alla rassegnazione». Le amministrazioni comunali e la popolazione «hanno trovato in lui un interlocutore attento, partecipe a tutti i problemi cittadini e pronto a offrire il suo contributo. È stato un punto di riferimento, rispettato e autorevole per tutta Torino». All’inizio dell’episcopato torinese confidò di essere stato molto scosso dal fatto che il papà fosse finito in cassa integrazione e avesse perso il lavoro.

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