Guerra in Israele, il Papa: «Gli attacchi e le armi si fermino»

Angelus – «Gli attacchi e le armi si fermino, la guerra porta solo alla morte». Papa Francesco domenica 8 ottobre chiede la cessazione del conflitto tra Israele e i palestinesi di Hamas: «In Israele la violenza provoca centinaia di morti e feriti: sono vicino alle famiglie delle vittime, prego per chi vive nel terrore e nell’angoscia…»

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«Gli attacchi e le armi si fermino, la guerra porta solo alla morte». Papa Francesco domenica 8 ottobre 2023 chiede la cessazione del conflitto tra Israele e i palestinesi di Hamas: «In Israele la violenza provoca centinaia di morti e feriti: sono vicino alle famiglie delle vittime, prego per coloro chi vive nel terrore e nell’angoscia. Terrorismo e guerra non portano a nessuna soluzione ma solo alla morte, alla sofferenza di tanti innocenti. La guerra è una sconfitta. Preghiamo per la pace in Israele e in Palestina».

Preoccupato per i luoghi santi il cardinale patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa: «L’improvvisa esplosione di violenza è molto preoccupante per estensione e intensità: ci riporta ai periodi peggiori della nostra storia. Chiediamo alla comunità internazionale di compiere ogni sforzo per ridurre l’escalation, ripristinare la calma e garantire i diritti fondamentali delle persone. Le dichiarazioni unilaterali sui luoghi religiosi e di culto scuotono il sentimento religioso e alimentano odio ed estremismo. Bisogna preservare lo status quo in tutti i luoghi santi». Anche per il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, «il mondo pare impazzito. Serve una soluzione duratura e globale. Ciò che succede in Medio Oriente va aldilà dell’immaginabile. I problemi vanno risolti con ben altri metodi». Invita a condannare i nazionalismi e ogni forma di sacralizzazione dell’idea di nazione. L’appello di pace del Papa «è stato ripetuto da quasi tutti i governi del mondo perché si fermi la violenza. Questi eventi  mettono ancora più in pericolo le fragili speranze di pace che sembravano delinearsi all’orizzonte con l’accordo con l’Arabia Saudita».

Il popolo ebraico comincia a insediarsi in Palestina nei primi del Novecento, grazie a  Theodor Herzl, ispiratore del sionismo, che predica uno Stato ebraico nel quale gli ebrei del mondo possono accasarsi. Il sionismo ha un’accelerazione grazie alla Gran Bretagna: coinvolta nella Prima guerra mondiale, Londra ha bisogno dell’appoggio e dei soldi degli ebrei inglesi e il ministro degli Esteri nel 1917 dichiara che il governo britannico è favorevole alla nascita dello Stato ebraico. Nel 1918, dopo il crollo dell’Impero Ottomano, la Gran Bretagna si fa incaricare, come «mandataria», dalla Società delle Nazioni di gestire la Palestina. Negli anni Venti gli insediamenti aumentano notevolmente e provocano scontri con gli arabi, fortemente preoccupati che gli insediamenti limitino la loro indipendenza.

Dopo la Seconda guerra mondiale e dopo l’Olocausto, con i nazisti che vogliono sterminare non solo gli ebrei, l’immigrazione verso la Palestina aumenta sensibilmente. Il governo britannico impone un’immigrazione controllata provocando fortissimi malumori e rabbia nelle organizzazioni sioniste. Per contrastare i britannici, gruppi combattenti – come I’lrgun e la Banda Stern – compiono attentati e violente campagne contro gli inglesi che nel 1947 rimettono il mandato alle Nazioni Unite, che aveva sostituito la Società delle Nazioni. L’Onu approva la divisione della Palestina fra arabi e israeliani: questo non ferma ma intensifica gli scontri. Il 14 maggio 1948 nasce lo Stato ebraico.

I vicini Stati arabi reagiscono violentemente e nel 1948 attaccano Israele: è la Prima guerra arabo-israeliana che causa molti morti e l’esodo di mezzo milione di arabi cacciati dalla Palestina mentre i restanti 200 mila finiscono nei campi profughi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Questo incendia il nazionalismo palestinese che accusa Israele e il popolo ebraico di operare un vero e proprio sterminio del popolo arabo. La Seconda guerra arabo-israeliana scoppi per la crisi di Suez nel 1956. Il presidente egiziano Nasser, che crede fortemente nel nazionalismo arabo, nel luglio 1956 nazionalizza la compagnia anglo-francese che gestisce il canale: Gran Bretagna e Francia non ci stanno e si accordarono con Israele affinché attacchi il Sinai per eliminare le basi da cui si sparano i missili. La comunità internazionale reagisce negativamente e gli Sati Uniti premono sull’Inghilterra perché ritiri le truppe dall’Egitto. L’Onu chiede il ritiro delle truppe anglo-francesi. Nel dicembre 1956 gli eserciti si ritirano e Nasser diventa il vessillo della lotta per l’indipendenza araba.

La Terza guerra arabo-israeliana o «guerra dei sei giorni» (5-10 giugno 1967) scoppia quando il governo egiziano chiede il ritiro dal Sinai delle truppe Onu. Le truppe israeliane attaccano l’Egitto, riconquistando il Sinai, la Siria conquistando le alture del Golan, la Giordania impossessandosi della Cisgiordania. Il 7 giugno 1967 la Santa Sede diffonde un messaggio di Paolo VI: «Ecco una nuova guerra! Avremmo creduto di non mai più vedere una simile tragedia nella storia presente e futura dei popoli, dopo le terrificanti, inutili e assurde esperienze che, sempre più gravemente, già due volte in questo secolo gli uomini hanno inflitto a sé stessi. La nostra generazione doveva sapere che cosa è la guerra moderna. Ed ecco che pare dimenticata la sua terribile realtà, se ancora si ripone fiducia nella sua cieca e micidiale violenza. Si sospendano i bombardamenti e si riprenda il dialogo».

La Quarta guerra arabo-israeliana, 50 anni fa, scoppia per l’attacco simultaneo di Siria e Egitto contro Israele, il 6 ottobre 1973 durante la festa ebraica dello «Yom Kippur». Gli aspri combattimenti spingono gli Stati Uniti ad alzare il livello di allarme nucleare temendo che anche l’Unione Sovietica entri nel conflitto. Il 24 ottobre cessano le ostilità e Israele mantiene i territori occupati nei precedenti conflitti. Come reazione all’appoggio internazionale a Israele gli Stati arabi, padroni del petrolio, alzano il prezzo a livello esorbitante, facendo precipitare il mondo in una crisi colossale che impone l’austerità. È il risultato di un lungo periodo di «non pace»: ai tentativi di mediazione si alternano atti di violenza. Nel 1973 Israele apre un importante varco diplomatico con l’incontro tra il primo ministro Golda Meir e il Papa Paolo VI: non raggiunge alcun risultato ma l’udienza è un primo passo per il  riconoscimento vaticano di Israele che avviene il 30 dicembre 1993.

Con gli «accordi di Camp David» del 1978 Israele restituisce il Sinai all’Egitto e il Cairo riconosce a Israele il diritto di esistere. Ma Tel Aviv invade il Libano nel 1978 e nel 1982 per eliminare l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) che risponde con l’«intifada, rivolta». Yasser Arafat, capo dell’Olp, tenta una soluzione  che ottiene una risposta positiva da Yitzhak Rabin, capo del governo israeliano, soluzione osteggiata dagli estremisti islamici (Hamas e Hezbollah) e dagli estremisti israeliani. Rabin nel 1993 è ucciso da un estremista ebreo. Israele continua a costruire insediamenti e Hamas continua a colpire civili e militari. Questa situazione alimenta l’odio e accresce gli attacchi terroristici: il più clamoroso è l’attentato alle Torri gemelle di New York l’11 settembre 2001.

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