Bodrato e “la dignità della politica”: convegno in Sala Rossa

Torino – «Guido Bodrato: la dignità della politica», è il titolo del convegno che si tiene venerdì 26 gennaio nella Sala Rossa del Comune di Torino, organizzato da Fondazione Carlo Donat-Cattin, Associazione dei Consiglieri emeriti di Torino, Coordinamento degli ex parlamentari della Repubblica. Un dibattito a poco più di sei mesi dalla scomparsa, a 90 anni, dello storico leader dei cattolici democratici

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Guido Bodrato

«Guido Bodrato: la dignità della politica»: il 26 gennaio nella sala rossa del Comune di Torino convegno organizzato da Fondazione Carlo Donat-Cattin, Associazione dei consiglieri emeriti di Torino, Coordinamento degli ex parlamentari della Repubblica. Poco più di sei mesi dopo la scomparsa a 90 anni (Chieri, 8 giugno 2023) «abbiamo accolto con vivo piacere la proposta di ricordare Guido Bodrato in una sede prestigiosa come la “Sala rossa” del Comune in cui svolse per più mandati il ruolo di consigliere comunale. Lo facciamo cercando di unire il ricordo dell’amico e la riflessione sulla politica italiana del secondo dopoguerra di cui è stato protagonista. Lo facciamo come primo spunto per indagare il suo ruolo nella storia del cattolicesimo politico, cui ha contribuito con il pensiero e l’azione». Lo scrive la Fondazione Carlo Donat Cattin che tiene presente l’attuale difficile momento politico con le ricorrenti tentazioni di risuscitare in Italia il fascismo.

BIOGRAFIA – Nato a Monteu Roero (Cuneo) il 27 marzo 1933, storico esponente della Democrazia cristiana è, insieme a Carlo Donat-Cattin, uno dei migliori rappresentanti della corrente Forze Nuove e poi stretto collaboratore di Benigno Zaccagnini e animatore, con Mino Martinazzoli e altri, dell’«Area Zac». Esponente della sinistra del partito, è ministro della Pubblica istruzione (1980-82), del Bilancio e Programmazione economica (1982-83), dell’Industria e commercio (1991-92). Vicesegretario Dc, con la segreteria De Mita e poi Forlani, è direttore de «Il popolo» (1995-99).

CONSIGLIO COMUNALE – Laureato in Giurisprudenza sotto il profilo amministrativo e politico si fa le ossa, come tutti i politici del dopoguerra, al Consiglio comunale di Torino. Una delle prime apparizioni pubbliche, se non la prima, è al convegno organizzato dal Collegio parroci di Torino (3-4 novembre 1961) su «I problemi assistenziali, religiosi e morali degli immigrati a Torino» nel quale il giovane Bodrato svolge l’introduzione «Note sullo sviluppo demografico di Torino e sull’immigrazione». Eletto alla Camera nel 1968, anno difficile per la DC e per Torino, ne fa parte per sette legislature ricoprendo importanti cariche di governo, in rappresentanza della sinistra del partito. Nella sua biografia politica di particolare rilievo sono gli anni del «compromesso storico» dopo il rapimento, la prigionia e di Aldo Moro.

ROTTURA CON DONAT-CATTIN – La scelta dell’«Area Zac» provoca la rottura con Carlo Donat-Cattin, capo di Forze Nuove, a cui è vicinissimo nella militanza torinese e nel primo decennio di attività parlamentare e di governo. «Una divisione – dicono gli osservatori – che non si manifestava tanto sul piano personale quanto politico. Donat-Cattin pensava che dopo l’assassinio di Moro fosse venuta meno l’unica persona, cioè Moro, in grado di reggere E guidare la collaborazione DC-PCI. Donat-Cattin ritiene che le scelte del suo collaboratore e amico fossero dovute ad alti valori ideali e a precise – ma da lui non condivise – scelte politiche, non a ragioni di interesse personale e di carriera». Per la ben nota integrità morale, con Tangentopoli, Bodrato è chiamato a ricoprire la carica di commissario della DC a Milano.

NEMICO DEL FASCISMO – L’ultima fatica di Guido Bodrato è il volume «Le stagioni dell’intransigenza» pubblicato da Celid nel 2022: la sua partecipazione alla presentazione del libro il 25 novembre 2022 è forse l’ultima uscita pubblica. I testimoni concordano: «Fu come sempre piena di passione politica e civile». Un volume che documenta non solo la bravura di storino di Bodrato ma il suo ferreo antifascismo. Dopo la «marcia su Roma» il 28 ottobre 1922, i fascisti a incendiano la Camera del lavoro e devastano la sede di «Ordine nuovo». Mentre il Consiglio nazionale del Partito Popolare di don Luigi Sturzo denuncia l’affondamento delle istituzioni democratiche, il direttivo del gruppo parlamentare sta per accettare l’offerta di partecipare al primo governo Mussolini, senza tener conto delle riserve della direzione del partito e di don Sturzo. Nel governo Mussolini entrano ministri liberali e popolari nell’illusione di normalizzare il fascismo. Molti periodici e quotidiani, laici o clericali, giustificano la collaborazione con il fascismo mentre la destra clericale vuole rendere definitiva la collaborazione.

VIOLENZE FASCISTE A TORINO – La sera del 17 dicembre 1922 in uno scontro tra fascisti e operai presso la Fiat-Lingotto sono uccisi due fascisti. Per due giorni la città subisce la spedizione punitiva di squadristi che incendiano la Camera del lavoro e la sede di «Ordine Nuovo». Una vera e propria «strage di Torino» con 14 morti e 26 feriti; una sessantina di circoli e sedi sindacali sono bruciati e distrutti. I fascisti a Cuorgnè incendiano una cooperativa con un morto e tre feriti; a Lanzo uccidono un comunista; a Collegno è gravemente ferito un fascista; altre devastazioni ad Alpignano e a San Gillio. In questo clima di violenza il 20 dicembre don Sturzo tiene un discorso a Torino per denunciare la paralisi politica di cui è responsabile il raggruppamento liberale, l’inerzia delle istituzioni che ha favorito il dilagare della violenza fascista. Osserva acutamente Guido Bodrato: «A don Sturzo interessa avviare il processo di revisione della strategia del Ppi, iniziando dal ruolo dei popolari al governo e del gruppo parlamentare nella Camera dei deputati. Sarà il Congresso nazionale, convocato a Torino nelle primavera 1923, a portare a conclusione quella riflessione e a definire i rapporti tra popolari e fascisti, salvaguardando l’identità di un partito erede delle idealità della democrazia cristiana, ma anche difendendo l’unità del Ppi minacciata dalla scissione dei clerico-fascisti».

Pier Giuseppe Accornero

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