I beati Allamano e Frassati insieme verso la santità

Torino – «Che Pier Giorgio Frassati e don Giuseppe Allamano si conoscessero, più che probabile è quasi certo. Il giovane frequenta il santuario: è inverosimile che un giovane così spirituale non abbia sentito il fascino di tale rettore. Alla notizia della morte di Pier Giorgio, il vecchio Allamano scoppiò in pianto». Lo testimonia il canonico Nicola Baravalle

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Il Santuario della Consolata

«Che Pier Giorgio Frassati e don Giuseppe Allamano si conoscessero, più che probabile è quasi certo. Il giovane frequenta il santuario: è inverosimile che un giovane così spirituale non abbia sentito il fascino di tale rettore. Alla notizia della morte di Pier Giorgio, il vecchio Allamano scoppiò in pianto». Lo testimonia il canonico Nicola Baravalle.

Beato Pier Giorgio Frassati

Ora il giovane dell’alta borghesia subalpina, figlio di Alfredo, proprietario e direttore de «La Stampa, e il prete grande missionario senza mai lasciare Torino, rettore del santuario, formatore dei sacerdoti come lo zio, fondatore dei Missionari-e della Consolata, chiamato «Cafasso redivivo e copia perfetta del grande zio» verranno proclamati santi da Papa Francesco nel Giubileo del 2025, come accadde ad altri due giganti, canonizzati da Pio XI nell’Anno Santo 1933-34, Giuseppe Benedetto Cottolengo il 19 marzo ’34 e don Giovanni Bosco il 1° aprile 1934 Pasqua.

Beato Giuseppe Allamano

Sulle prime propaggini del Monferrato, a Castelnuovo d’Asti (dal 1930 Castelnuovo Don Bosco) c’è il più alto concentrato, in Piemonte e in Italia, di santi, missionari, preti, «terra di santi e di vini». San Giuseppe Cafasso (1811-1860) formatore di sacerdoti, docente e rettore del Convitto, conforta i detenuti e consola i condannati a morte, amico e finanziatore di don Bosco, l’unico che non costruisce opere e non fonda istituti. San Giovanni Bosco (1815-1888) nato una cascina tra i vigneti nel «giorno consacrato a Maria Assunta», in assoluta povertà. «padre e maestro dei giovani», uno dei subalpini più famosi al mondo che mette la questione giovanile nell’agenda dell’Italia unita. Giuseppe Allamano (1851-1926), quartogenito di Giuseppe e Maria Anna Cafasso, sorella minore di don Cafasso: anche lui rettore del Convitto e della Consolata, fonda i Missionari-e con il motto: «Fare bene il bene». Ripete spesso: «Noi ’d Castelneuv soma ativ, laborios, intraprendent (Noi di Castelnuovo siamo attivi, laboriosi, intraprendenti)». I castelnovesi famosi sono tanti. Mons. Giovanni Battista Bertagna (1828- 1905), grande moralista e vescovo ausiliare di Torino; cardinale Giovanni Cagliero (1838-1926), una delle due colonne dei Salesiani – l’altro è il torinese-doc don Michele Rua – che don Bosco mette a capo della prima spedizione missionaria in Argentina; primo vescovo e primo cardinale salesiano. Mons. Matteo Filipello (1859-1939), formato da Allamano, parroco, vescovo di Ivrea dal 1898, tra gli estensori della «Lettera collettiva dell’episcopato piemontese sul sacerdote» del Sinodo pedemontano. Francesco Alessandro Cagliero (1875- 1935): studia in Seminario, prete nel 1899, parroco: missionario della Consolata, va in Kenya, dal 1922 prefetto apostolico di Iringa (Tanganyka, oggi Tanzania).

Giuseppe Allamano nasce il 21 gennaio 1851 e il giorno dopo è battezzato Giuseppe Ottavio nella parrocchia Sant’Andrea. Di ingegno vivace, frequenta le scuole del paese, porta le bestie al pascolo, è il primo della classe: i paesani lo vedono sempre con qualche libro di scuola tra mano. Per il sacerdozio si propone di battere il vizio della superbia: «Voglio celebrare ogni Messa come se fosse la prima e l’ultima. Ogni giorno sveglia come dalla tromba del giudizio, mi segno, alzo la mente e il cuore a Dio. È tempo di lavorare, il riposo in Paradiso». Così per 53 anni. Il 20 settembre 1873, a 22 anni, è ordinato dall’arcivescovo Lorenzo Gastaldi. Laureato in Teologia, vorrebbe andare in parrocchia. Invece è nominato direttore spirituale del Seminario: «La mia intenzione era andare viceparroco e poi parroco in qualche paesello». «Ti affido la parrocchia più importante della diocesi: il Seminario!». Si distingue per la fermezza nei principi e soavità nel proporne l’attuazione. Nel 1880, 29 anni, Gastaldi lo convoca: «Ti nomino rettore della Consolata e dell’annesso ospizio per i preti vecchi». «Sono troppo giovane per dirigere i vecchi». «Ti vorranno bene lo stesso. Essere giovane è un difetto che si perde con l’età». Rettore anche del santuario Sant’Ignazio a Lanzo Torinese, con annessa casa per esercizi: con lui diventa casa di esercizi di prim’ordine e non c’è mai una camera vuota.

A Richelmy, morto il 10 agosto 1923, il 20 dicembre succede l’astigiano Giuseppe Gamba, vescovo di Novara. Trionfale l’ingresso il 4 maggio 1924, festa della Sindone. Nelle foto si vedono Pier Giorgio Frassati, con il cappello «fucino» e i guanti bianchi, reggere il baldacchino, l’ausiliare-parroco di San Secondo Giovanni Battista Pinardi e il rettore Allamano. Gamba trova una città sconvolta, prostrata e inviperita dalle violenze fasciste. Conciliante e fermo, disponibile e paterno, Gamba simpatizza con i Popolari e con l’«Appello ai liberi e forti» di don Luigi Sturzo ed è molto sensibile al mondo del lavoro. Il 12 ottobre 1924 consegna il Crocifisso a trenta missionari/e diretti in Somalia e rivolge loro «un eloquente saluto, pervaso di paterna bontà, fervido nel pensiero, elevato nella forma».

In quei decenni Torino industriale, patria di «mamma FIAT», si sviluppa nelle barriere operaie. Città di Antonio Gramsci e Piero Gobetti, di don Bosco e Frassati, raddoppia da seicentomila abitanti nel 1931 a un milione nel 1961.

Pier Giorgio Michelangelo Frassati apre gli occhi alla vita in via Legnano 33 a Torino il 6 aprile 1901 (Sabato Santo). Nel 1902 nasce la sorella Luciana.

Primogenito di una famiglia della illuminata borghesia liberale biellese-torinese, è autodidatta della fede. Il padre Alfredo, «dominus» de «La Stampa», poi ambasciatore a Berlino e senatore del Regno, è religiosamente indifferente ma tollerante, comunica al figlio il senso della libertà e l’apertura degli orizzonti. La madre Adelaide Ametis affida i figli a don Antonio Cojazzi, educatore salesiano. Il giornale è preso di mira dai fascisti perché il fiero direttore sostiene: «Gli uomini del fascio sono guerrafondai e il fascismo è la nuova guerra che nasce». Padre e figlio combattono la dittatura: la coscienza democratica porta il giovane a schierarsi con il Partito Popolare. Si impegna nella promozione delle masse diseredate: i reduci della Grande Guerra, gli operai, i giovani. Contrasta gli anticlericali; partecipa alle proteste contro la riforma universitaria fascista.

Nel settembre 1921 al congresso della Gioventù Cattolica a Roma con cinquantamila giovani la Guardia Regia attacca il corteo: Pier Giorgio difende la bandiera e appende un cartello sull’asta del lacerato vessillo: «Tricolore sfregiato per ordine del governo». Testimonia Renato Vuillermin «Il tricolore del nostro circolo, portato da Pier Giorgio, è preso di mira da un gruppo di agenti che l’afferrano tentando di spezzare l’asta e sgualcire il drappo. Pier Giorgio grida: “Mi strappano il tricolore!”. Un urlo incomposto si eleva, irrompe come furiosa marea e rapidi i nostri giovani balzano sul vessillo, lo strappano di mano ai violenti inalberandolo come un trofeo di guerra». Grazie al giornale cattolico, Torino apprende dell’eroico gesto «e don Allamano si compiaceva e versava lacrime di gioia nel leggere che Pier Giorgio teneva alto il morale di tutti, invitava a recitare il rosario e intonava le litanie della Madonna». Nei giorni della «marcia su Roma» il giovane scrive: Nel grave momento della Patria noi cattolici e studenti abbiamo un dovere da compiere: la formazione di noi stessi. Non dobbiamo sciupare gli anni più belli, come fa tanta infelice gioventù, che si preoccupa di godere dei beni che portano l’immoralità della società. Dobbiamo temprarci per essere pronti a sostenere le lotte per dare alla Patria giorni più lieti e una società moralmente sana. Il 23 ottobre 1923 Benito Mussolini visita Torino. In suo onore il circolo FUCI espone la bandiera. Pier Giorgio si indigna e la leva dal balcone.

Portando aiuto a una famiglia, ove povertà e mancanza di igiene procurano infezioni, probabilmente contrae la poliomielite fulminante che lo porta alla morte, a 24 anni il 4 luglio 1925 alla vigilia della laurea. La famiglia scopre ai funerali quanto è stato eroico il ragazzo: trascinava carretti di masserizie dei poveri; entrava nelle case più squallide; questuava per i poveri. L’arcivescovo Gamba profetizza: «Di questo giovane si parlerà molto presto e molto bene». Nella sua breve esistenza, sa fondere il richiamo di Dio, la preghiera e l’ascesi con il servizio ai più poveri, l’apostolato e l’impegno sociale e politico, l’animazione cristiana nell’ambiente universitario. Preghiera, Messa e Comunione, adorazione eucaristica notturna e rosario gli danno la carica. Milita nelle associazioni cattoliche, nella FUCI e nella San Vincenzo. Frequenta il «D’Azeglio», poi il «Sociale» e Ingegneria meccanica, con specializzazione mineraria al Politecnico.

Nel 1990 Giovanni Paolo II beatifica tre figli del Piemonte: il 29 aprile don Filippo Rinaldi, secondo successore di don Bosco; il 20 maggio Pier Giorgio Frassati; il 7 ottobre, Giornata Missionaria mondiale, don Giuseppe Allamano.

Pier Giuseppe Accornero

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