Hanno vissuto tutti i drammi della guerra a Gaza, tutti sono stati colpiti dalle bombe, poi la fuga, lo sradicamento dalla propria terra e il trasferimento in nuovo mondo in cui ricominciare a vivere. Nei loro giochi simulavano scene di guerra, nei loro occhi c’era la paura. Oggi in oratorio hanno il sorriso, si fanno coccolare dai loro animatori, si sentono a casa, una casa in cui percepiscono di essere voluti bene da una comunità. È la storia di 9 bambini e ragazzi scappati dall’inferno di Gaza insieme alle proprie famiglie grazie ai corridoi umanitari e ospiti da otto mesi del Centro di prima accoglienza della Croce Rossa di via Brione 38 a Torino, nel quartiere Campidoglio. Dallo scorso 15 giugno sono accolti per l’Estate Ragazzi negli oratori Sant’Anna, proprio accanto alla struttura in cui vivono, e Sant’Alfonso. Un’estate di pace resa possibile grazie alla disponibilità subito espressa dalle comunità parrocchiali non appena hanno appreso della loro presenza nel quartiere.
«Ognuno di questi bambini», spiegano gli educatori della Croce Rossa che collaborano con i coordinatori e gli animatori degli oratori, «porta con sé una storia complessa, segnata dall’esperienza del conflitto e delle sue conseguenze. Alcuni stanno affrontando percorsi di cura e riabilitazione a seguito di gravi ferite riportate durante gli eventi bellici; altri vivono situazioni familiari particolarmente delicate che richiedono attenzione, sostegno e accompagnamento».
Sono bambini appartenenti a nuclei familiari numerosi, giunti in Italia per consentire a fratelli o sorelle di ricevere cure specialistiche – al Regina Margherita – non disponibili nei martoriati territori palestinesi.
All’oratorio Sant’Anna sono accolti 7 iscritti gazawi di elementari e medie, mentre a Sant’Alfonso due fratelli, uno di prima elementare e uno di prima media.
«I bimbi e i ragazzi», evidenzia Riccardo Amati, uno dei coordinatori dell’oratorio Sant’Anna, «si sono dimostrati nel corso delle prime settimane di estate ragazzi sempre più solari, collaborativi e aperti all’idea di vivere in una realtà molto diversa dalla loro terra, dopo aver subito tutte le conseguenze della guerra. Dopo il primo giorno si sono sentiti parte della vita dell’oratorio, hanno tirato fuori pian piano anche la loro parte più tenera ed emotiva che ovviamente all’inizio veniva tenuta nascosta con alcune barriere protettive verso il nuovo ambiente, che però fin dal primo momento li incuriosiva. Ora sono sorridenti e sereni, contenti di far parte dell’oratorio».
A Sant’Alfonso la difficoltà con la lingua è stata superata in fretta: «da anni la parrocchia», sottolinea l’educatrice Sara Ughetti, «accoglie famiglie siriane arrivate a Torino con i corridoi umanitari: uno dei ragazzi di queste famiglie è dunque diventato il mediatore linguistico tra gli animatori e i due bimbi di Gaza. Anche alcune ‘sentinelle’ (aiuto-animatori) di origine araba si sono prestate per agevolare l’inclusione». «La loro mamma», conclude l’educatrice, «è contentissima di vedere di nuovo i propri figli sorridere».

Tra chi coccola i bimbi a Sant’Anna c’è anche suor Veronica Sini, suora del Santo Natale che presta servizio in oratorio: «in pochi giorni il loro volto è cambiato, qui non hanno più paura, riconoscono alcuni animatori come punto di riferimento. Certamente questa esperienza sarà una base per il loro futuro».
«Questa accoglienza nei due oratori dell’Unità pastorale 9», sottolinea il parroco di Sant’Anna mons. Valter Danna, «rappresenta una risposta concreta che come comunità possiamo dare alla tragedia di Gaza: offrire uno spazio, una nuova chance a questi ragazzi per il loro percorso di inclusione nella società in cui ora vivono». Un’accoglienza certamente non estranea in quanto le porte degli oratori sono sempre spalancate a tutti. «Quest’esperienza è una testimonianza concreta di quella carità che ci spinge», prosegue mons. Danna, «non solo per fare un servizio sociale – che certamente ha un valore in sé – ma anche per rispondere a un appello di Gesù che ci invita a vedere nel volto dei nostri fratelli il suo Volto». Una scuola anche per gli animatori perché, conclude il parroco, «con questa occasione a trovare nuovi modi di accogliere e di rispondere al mandato che gli è stato affidato. Sperimentano, infine, che la guerra non è così lontana: chi l’ha vissuta è qui insieme ai ragazzi e agli animatori in oratorio. Le settimane di Estate ragazzi diventano allora occasione per costruire una cultura di pace».
Stefano DI LULLO



