“I have a dream”, 60 anni dal «sogno» di Martin Luther King

28 agosto 1963 – «I have a dream – Io ho un sogno: che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza …». Sessant’anni fa il pastore battista Martin Luther King, simbolo della lotta contro la segregazione razziale negli Stai Uniti, pronuncia il celebre discorso davanti ad oltre 200 mila persone che pacificamente avevano invaso Washington

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Martin Luter King

«I have a dream. Io ho un sogno: che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho un sogno, che un giorno perfino lo Stato del Mississippi, colmo dell’arroganza dell’ingiustizia e dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia. Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Questa è la fede con la quale mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza».

Sessant’anni fa, il 28 agosto 1963, il pastore battista Martin Luther King, promotore delle battaglie per i diritti civili dei neri degli Stati Uniti, simbolo della lotta contro la segregazione razziale, pronuncia questo discorso davanti a oltre 200 mila persone che pacificamente hanno invaso Washington invocando la legge sui diritti civili e cantando «Black and white together, Bianco e nero insieme».

Prosegue King con grande realismo ammantato di sublime poesia: «Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello Stato di New York. Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve. Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà. E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”».

Barack Obama aveva due anni quando il 28 agosto 1963 King parlava al Lincoln Memorial. Nel 2015 parla dallo stesso luogo come presidente degli Stati Uniti, primo afro-americano alla Casa Bianca: «Un errore comune è pensare che il razzismo sia stato sconfitto, che il lavoro iniziato dagli uomini e dalle donne sia concluso e che ogni tensione razziale rimasta sia frutto di situazioni contestuali. Sappiamo che la marcia non è ancora finita, che la battaglia non è ancora vinta. Ma rifiuto di ammettere che niente sia cambiato». Eppure orrendi misfatti razziali si compiono ancora negli Stati Uniti. A Trayvon Martin, 17 anni, sparano a bruciapelo il 26 febbraio 2012.  Michael Brown a 18 anni è ucciso il 9 agosto 2014. Contro Laquan McDonald, 17 anni, scaricano sedici colpi di pistola. Il dodicenne Tamir Rice è ucciso. L’elenco degli assassinii è lunghissimo. La polizia americana – informa Google – ha commesso nel 2017-18 ben 2.311 omicidi, oltre tre al giorno. Il tasso di afroamericani assassinati dagli agenti è tre volte superiore a quello dei bianchi.

Il presidente John Fitzgerald Kennedy – al quale restano 86 giorni di vita – e il fratello Bob, ministro della Giustizia, tentano invano di bloccare la marcia. Due anni dopo, il 7 marzo 1965, «Bloody Sunday. Domenica di sangue», 600 attivisti, guidati dal pastore King, marciano su Selma in Alabama nel profondo Sud per i diritti sociali e politici dei neri e sono violentemente attaccati dalla polizia dei bianchi con manganelli e gas lacrimogeno. Le marce di protesta Selma-Montgomery sono tre e segnano la storia del Movimento per i diritti degli afro-americani. Vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 1964, è assassinato il 4 aprile 1968 alle 18,01 da un colpo di fucile di precisione alla testa sul balcone al secondo piano del motel «Lorraine» a Memphis da James Earl Ray, criminale comune razzista. Come la maggior parte degli omicidi politici del Novecento negli Usa, il suo assassinio è ancora circondato da mistero che tale rimarrà per sempre.

America violenta. In quattro anni vengono assassinati quattro campioni dei diritti: il 22 novembre 1963 il presidente John Fitgerald Kennedy a Dallas in Texas; il 21 febbraio 1965 Malcolm (Little) X (nome islamico El-Hajj Malik El-Shabazz) freddato a 39 anni con sette colpi di arma da fuoco mentre pronuncia un discorso a Manhattan (New York); il 4 aprile 1968 a 39 anni King a Menphis in Tennessee; il 6 giugno 1968 Robert Kennedy, candidato alla presidenza, a Los Angeles in California. Trascorrono altri mesi di violenze – i repubblicani americani sono ferocemente contrari ai diritti dei neri – prima che il presidente Lyndon Johnson firmi il 6 agosto 1965 lo storico «Voting Rights Act» con il quale assicura il diritto di voto agli afroamericani.

Pochi ricordano che King il 18 settembre 1964 volle incontrare Papa Paolo VI.  Dopo la Terra Santa, King visita Berlino e poi Roma. L’incontro tra il pastore battista e il papa di Roma è un evento storico, nonostante le critiche e un maldestro tentativo dell’Fbi per impedire l’abboccamento, che accresce la fama di King a livello mondiale. All’udienza partecipa mons. Paul C. Marcinkus, che lavorava in Segreteria di Stato e che faceva da interprete, per l’inglese pronunciato all’americana, come aveva già fatto il 2 luglio 1963 quando il neoeletto Paolo VI ricevette Kennedy. King spiega che Paolo VI gli ha promesso di denunciare pubblicamente la segregazione razziale e gli ha rassicurato che il mondo cattolico appoggerà la lotta non-violenta contro il razzismo.

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