I martiri di Boves sono beati

Cause dei Santi – Quindici giorni prima del 25 aprile, festa della Resistenza, e quasi 80 anni dopo l’eccidio di Boves, Papa Francesco riconosce il martirio dei sacerdoti Giuseppe Bernardi e Mario Ghibaudo, uccisi in odio alla fede il 19 settembre 1943 a Boves

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Quindici giorni prima del 25 aprile, festa della Resistenza; quasi 80 anni dopo l’eccidio di Boves, Papa Francesco riconosce il martirio dei sacerdoti Giuseppe Bernardi e Mario Ghibaudo, uccisi in odio alla fede il 19 settembre 1943 a Boves e riconosce il miracolo attribuito all’intercessione del beato Artemide Zatti, cooperatore salesiano nato a Boretto (Reggio Omilia) nel 1880 e morto missionario in Argentina nel 1951. Sarà proclamato santo e così la Famiglia salesiana avrà sei santi: don Giovanni Bosco, Maria Domenica Mazzarello, Domenico Savio e i protomartiri Luigi Versiglia e Callisto Caravario di Cuorgnè.

Il Piemonte santo non finisce di stupire e di proporre eroi di bontà e mitezza, di misericordia e perdono. L’eccidio si consuma al ponte del Sergent, frazione Castellar di Boves (provincia e diocesi di Cuneo) il 19 settembre 1943, la prima rappresaglia nazista in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Il parroco don Giuseppe Bernardi e il viceparroco don Mario Ghibaudo, in quei momenti terribili e sanguinosi, non hanno avuto dubbi nel mettere a repentaglio la loro vita per tentare di salvare il paese. E sono stati trucidati. Il 31 maggio 2013, 70 anni dopo l’eccidio, nel monastero delle Clarisse a Boves, il vescovo di Cuneo e Fossano, mons. Giuseppe Cavallotto, ha aperto la causa canonica. Ora con la dichiarazione del martirio non c’è bisogno del miracolo e i due preti sono automaticamente beati. Di questo eccidio si è sempre parlato, anche per denunciare la viltà dei nazisti, che non rispettarono la parola data. Ma solo con la causa canonica è emerso l’eroismo dei due preti.

Allora Boves aveva circa 10 mila abitanti, dediti all’agricoltura e spesso costretti a emigrare, specie nella confinante Francia. Nella Prima guerra mondiale i caduti furono 300 ma molti altri morirono di fame e stenti. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nasce una delle prime formazioni partigiane: i militari, comandati dall’ufficiale Ignazio Vian, si rifugiano sulle montagne e iniziano una dura battaglia, con sabotaggi e combattimenti contro gli occupanti nazisti. Il 16 settembre il maggiore delle Waffen SS Joachim Peiper comunica che i fuoriusciti dall’Esercito italiano rifugiati in montagna verranno liquidati come banditi e che chiunque dia loro aiuto o asilo sarà perseguito. E minaccia di bruciare il paese se i soldati alla macchia non si presenteranno.

La mattina di domenica 19 settembre un’auto con due militari tedeschi a bordo arriva in piazza Italia, contemporaneamente ai partigiani che disarmano e catturano i due tedeschi e li trasportano in Val Colla per interrogarli. Nemmeno un’ora dopo arrivano due grandi automezzi carichi di soldati tedeschi: con le bombe a mano distruggono il centralino del telefono e raggiungono a tutta velocità i Tetti Sergent dove inizia la battaglia. I partigiani in meno di un quarto d’ora costringono i tedeschi a indietreggiare. Cadono il partigiano genovese Domenico Burlando e un militare tedesco, il cui corpo viene abbandonato dai commilitoni. Alle 13 a Boves piomba un plotone di SS. Peiper incarica il parroco don Giuseppe Bernandi e l’industriale Antonio Vassallo di trattare con i partigiani per la riconsegna dei due prigionieri, dell’auto e della salma del caduto. E assicura che, in caso di successo, Boves sarà risparmiata, ma rifiuta di mettere per iscritto l’impegno: «La parola d’onore di un ufficiale tedesco vale gli scritti di tutti gli italiani».

Vian e i partigiani decidono di consegnare i prigionieri, l’equipaggiamento, l’auto e la salma del caduto. I prigionieri e gli ambasciatori sono riportati a Boves. Nonostante questo, il macellaio Peiper ordina la rappresaglia: SS sfondano le porte, sparano e uccidono i cittadini, per la maggior parte anziani, malati, infermi, e appiccano il fuoco al paese. Il bilancio è tragico: 350 case bruciate, 24 uccisi, tra cui don Bernardi, don Ghibaudo e Vassallo. Boves non avrà mai giustizia: nonostante i tentativi, la magistratura tedesca non ha mai accolto le richieste della città. Peiper, arrestato alla fine della guerra, sarà condannato all’impiccagione per il massacro di Malmedy in Francia – 129 vittime – ma la pena verrà commutata in ergastolo. Scarcerato sulla parola nel 1956, trasferito con uno pseudonimo in Francia, verrà raggiunto dalla giustizia partigiana il 13 luglio 1971 e morirà nell’incendio della sua casa colpita da una molotov.

Nel l998 Boves ha dedicato una grande lapide a don Giuseppe Bernardi, medaglia d’oro al valor civile: «Parroco nel Comune non esitava all’ingiunzione dell’ufficiale comandante di un reparto di SS e dietro formale impegno che solo in tal modo si sarebbero evitate spietate rappresaglie ai danni della comunità cittadina a recarsi con altro animoso nel campo partigiano per ottenere la restituzione dei due militari tedeschi fatti prigionieri. Condotta a termine con successo la missione, venne però trattenuto come ostaggio dal reparto tedesco che aveva iniziato nel frattempo la distruzione della città e il massacro di molti cittadini. Quindi maltrattato e seviziato, veniva abbattuto con il compagno a colpi di arma da fuoco nel cortile di uno stabile dato alle fiamme. Fulgido esempio di coraggiosa dedizione e di sublime altruismo spinto fino all’estremo sacrificio».

Don Giuseppe Bernardi, nato a Caraglio il 25 novembre 1897, aveva combattuto nella Grande Guerra e ne era uscito convinto dell’inutilità dei conflitti; sacerdote dal 1923 arriva a Boves come parroco nel 1938. Don Mario Ghibaudo, nato a Borgo San Dalmazzo il 19 gennaio 1920, fin da piccolo aveva adottato il motto «fare tutto con entusiasmo», sacerdote da tre mesi (giugno 1943) giunge a Boves due mesi prima della strage. La loro storia è raccontata dall’associazione che porta il loro nome nel libro «La sofferenza e il silenzio. Il volto di una comunità» pubblicato dall’editrice cuneese Primalpe. Nel 2013 il vescovo Cavallotto, presentando il volume «Don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo. Il perdono di Dio», edito da Elledici-Velar, spiega: «Le mani alzate e benedicenti del parroco e del viceparroco, il loro eroico sacrificio parlano di riconciliazione, di perdono, di speranza. Fino a quando c’è qualcuno che risponde al male con il bene, che semina gratuitamente bontà, che paga di persona, siamo autorizzati a guardare con fiducia a un futuro migliore».

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