I Savoia e la Sindone

La visita di Vittorio Emanuele di Savoia nel 2003 – «È stata un’emozione che non si può descrivere». Mercoledì 18 giugno 2003 Vittorio Emanuele di Savoia vede la Sindone nella Cattedrale di Torino con l’allora Arcivescovo e Custode del Telo card. Severino Poletto. A causa dell’esilio Vittorio Emanuele e il figlio Emanuele Filiberto non l’avevano mai vista

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«È stata un’emozione che non si può descrivere». Mercoledì 18 giugno 2003 – due giorni prima della festa della Consolata, patrona della città e della diocesi di Torino – Vittorio Emanuele di Savoia vede Sindone che, secondo la tradizione riporta impresse le sembianze di Gesù dopo la morte e la deposizione dalla croce. A causa dell’esilio Vittorio Emanuele e il figlio Emanuele Filiberto non l’avevano mai vista. L’ha rivista invece Marina Doria, che era venuta a Torino nell’Ostensione del 2000 per il Giubileo.

Il cardinale arcivescovo Severino Poletto attende i Savoia sul sagrato del Duomo e li accompagna all’interno con il loro piccolo seguito fra cui il cugino Sergio di Jugoslavia. In Duomo la Sindone è collocata nella cappella laterale di sinistra sotto il palco reale dove è custodita in una teca corazzata. L’Ostensione privata dura mezz’ora. Poi visitano il Museo della Sindone in via San Domenico 28.

La Sindone è stata proprietà dei Savoia per 530 anni. La Sindone diventa dei Savoia dopo vicende complesse e ancora non del tutto chiarite . A metà del 1300 è a Lirey, un villaggio a 150 chilometri a sud di Parigi nella Chiesa costruita nel proprio feudo dal primo possessore noto della Sindone in Occidente, Geoffroy de  Charny, custodita da una collegiata di Canonici che nel 1418, dopo la morte del Cavaliere e di suo figlio, l’affidano ad Humbert de la Roche e a sua moglie, Marguerite de Charny, ultima discendente della famiglia, per preservarla da possibili razzie nel delicato momento che la Francia sta attraversando. Alla morte di Humbert, Marguerite non ritenne giunto il momento di restituire la Sindone ai Canonici, e dopo varie peregrinazioni in Europa, per sfuggire alle loro pressioni la cede al duca Ludovico di Savoia a fronte di una serie di benefici, probabilmente nel 1453 a Ginevra. È trasferita a Chambéry, capitale del ducato, dove verrà dal 1506 custodita nella Cappella del Castello commissionata da Amedeo VIII e terminata nel 1430.  Nel 1478 la Sindone è a Rivoli e a Pinerolo: è uno dei frequenti spostamenti della Corte all’epoca ancora itinerante tra i vari possedimenti. Vuoi per devozione, vuoi per prestigio dinastico, vuoi per maggior sicurezza i duchi la portano sempre con sé.

Con bolla del 26 aprile 1506 Papa Giulio II approva la liturgia eucaristica e l’ufficio divino in onore della Sindone: è un traguardo importante per i Savoia, per il più prezioso vessillo del casato e per la pietà popolare. Il Papa fissa la memoria liturgica al 4 maggio, giorno successivo al «ritrovamento della Croce», festa che verrà poi spostata al 14 settembre e che sarà agganciata alla festa dell’Addolorata del 15, mentre quella della Sindone resta al 4 maggio. A causa del conflitto tra Carlo V e Francesco I, da Chambéry il duca sabaudo è costretto a riparare a Torino dove nel 1536 lo raggiunse la Sindone, poi a Vercelli, Milano e Nizza. Porta con sé la Sindone che nel 1541 è di nuovo a Vercelli, dove si ferma quasi un ventennio. Finalmente Emanuele Filiberto ritorna in possesso della Savoia e la riporta a casa, dove rimane fino al 1578. Il duca comprende che l’Italia è il campo aperto alle fortune della dinastia e sposta il baricentro economico, politico, militare e amministrativo sul Piemonte. Torino ingrandita, abbellita e munita di difese, dal 1563 è la capitale ed è arcidiocesi metropolitana.

I Savoia attendono l’occasione propizia per trasferire la Sindone. Si presenta quando il santo arcivescovo di Milano Carlo Borromeo esprime il progetto di recarsi a Chambéry per venerarla e per sciogliere così il voto formulato durante la peste del 1576-77 che aveva colpito Milano e gran parte della Lombardia. Il duca fa trasportare la Sindone a Torino per abbreviare il viaggio al sant’uomo. Il 9 settembre 1578 la reliquia è accolta al castello di Lucento, poi è trasferita nell’antica cappella ducale di San Lorenzo. Il 7 ottobre il Borromeo inizia il pellegrinaggio a piedi, sotto la pioggia e fra austere penitenze da Milano a Torino. La Sindone per tre giorni è mostrata alla folla. Per alcuni anni trova sistemazioni diverse. I Savoia vogliono una degna costruzione, tra Duomo e Palazzo Ducale, per custodire il loro più straordinario tesoro. Vi si cimenta, con una Cappella ardita, leggiadra e stupenda, il geniale abate-architetto Guarino Guarini.

Le ostensioni sono generalmente una volta all’anno, nella festa del 4 maggio; poi per ricorrenze religiose e popolari, per matrimoni, nascite e vittorie dei Savoia. È un segno divino di legittimazione politica della casata così come accadde per tante altre dinastie, a partire dal Regno di Francia con la Corona di spine. L’ultimo Savoia che vede la Sindone durante un’ostensione è il principe Umberto nel 1931 in occasione del proprio matrimonio con Maria José di Brabante e nel 1933 per l’Anno Santo straordinario. Con il permesso della Casa reale ed in accordo con la Santa Sede, il cardinale arcivescovo Maurilio Fossati la trasferisce (settembre 1939-31 ottobre 1946) nel santuario benedettino di Montevergine (Avellino) per sottrarla ai possibili danni e ai previsti bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Quando la reliquia rientra a Torino, Umberto II, «re di maggio», è già in esilio dopo la vittoria della Repubblica sulla monarchia al referendum (2-3 giugno 1946), con poco più del 61% per la scelta repubblicana anche a Torino, città storicamente legata ai Savoia.

Il 18 marzo 1983 Umberto muore a Ginevra: nel testamento (27 marzo 1981) dispone che, dopo la sua morte, la proprietà sia trasferita alla Santa Sede. Proprietà accettata il 18 ottobre 1983. Il 14 novembre 1983 il cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli comunica il passaggio al cardinale arcivescovo di Torino Anastasio Alberto Ballestrero, nominato «custode pontificio», stabilito che la reliquia sarebbe rimasta a Torino. La città, nel giugno di 21 anni fa, accolse Vittorio Emanuele, Marina Doria ed Emanuele Filiberto con il suo tradizionale riserbo, senza entusiasmi e senza contestazioni. Un’accoglienza di basso profilo. Nel complesso le giornate dei Savoia in città si svolgono in modo tranquillo. I Savoia sono attorniati dagli amici delle varie associazioni monarchiche, non sempre in sintonia fra loro, e da piccoli gruppi di cittadini che applaudono. Incontrano il presidente della Regione Enzo Ghigo, poi il sindaco Sergio Chiamparino, infine il cardinale Poletto.

Pier Giuseppe Accornero

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