I «silenzi» di Pio XII

Analisi – I «silenzi» di Pio XII, come dice anche lo storico Riccardi, erano «ad mala maiora vitanda», cioè per «evitare guai peggiori, anche ai cristiani». Guai maggiori erano successi ad esempio in Olanda dopo che i vescovi protestarono contro la deportazione degli ebrei: fu fra l’altro arrestata nel convento dove era suora di clausura Edith Stein

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I «silenzi» di Pio XII, come dice anche lo storico Riccardi, erano «ad mala maiora vitanda», cioè per «evitare guai peggiori, anche ai cristiani».

Guai maggiori erano successi ad esempio in Olanda dopo che i vescovi protestarono contro la deportazione degli ebrei: fu fra l’altro arrestata nel convento dove era suora di clausura Edith Stein.

Ho l’impressione che gli storici, come anche Riccardi, cerchino sempre le carte e carte non ce ne potevano essere molte per evitare di svelare quanto si stava facendo e non mandare a monte tutto quanto si faceva. Si sa bene che cosa successe a mons. Vincenzo Barale, segretario del cardinale arcivescovo di Torino Maurilio Fossati,  che fu arrestato dai nazisti proprio perché aveva scritto lettere, su indicazione di Fossati, per raccomandare a parroci e conventi alcune famiglie ebree da nascondere.

Io posso portare una testimonianza diretta, quella di mia madre, medaglia d’argento della Resistenza, che faceva parte del CLN torinese e fu convocata alla fine del 1943 dal cardinale Fossati. La mise a conoscenza del piano, «voluto dal Vaticano» – «Disse proprio così» riferiva mia madre – per salvare gli ebrei. Così lei operò in questo senso, anche in contatto con l’allora vescovo ausiliare di Genova Giuseppe Siri. Certo Fossati non le diede un ordine scritto né le scrisse mai niente a tal proposito. Ma dopo la liberazione, nel 1946 mio padre e mia madre furono sposati da Fossati nella cappella privata dell’arcivescovado.

Troppo spesso si scrive che erano iniziative di singoli parroci e religiosi e non delle alte gerarchie. Mi pare strano non definire «alte gerarchie e principi della Chiesa» personaggi come i cardinali di Torino e di Firenze, Elia Dalla Costa.

Oppure, per fare un altro esempio, l’arcivescovo di Nizza mons. Paul Rémond, del quale ho letto qualche tempo fa la testimonianza di un ebreo franco-siriano sul quotidiano francese «La croix». Mi pare un esempio, fra i tanti, da noi poco conosciuto, che meriti di essere raccontato: si  tenga conto che l’arcivescovo di Nizza passava per avere avuto simpatie «peténiste», come la stragrande maggioranza dei francesi dopo la disfatta del 1940, e conosceva personalmente il maresciallo Pétain.

Alla vigilia dell’occupazione di Nizza da parte dei tedeschi, che avvenne il 10 settembre 1943, un giovane ebreo parigino originario di Damasco, Moussa Abadi, viene ricevuto dal vescovo Paul Rémond. Il racconto di questa udienza è contenuto nel libro «Les 527 enfants d’Odette et Moussa», scritto con l’aiuto dello storico Jacques Semelin, e di due delle centinaia di bambini salvati in seguito a questo incontro, Jeannette Wolgust e Andrée Poch-Karsenti. Moussa Abadi è morto nel 1997 sua moglie Odette Rosenstock nel 1999.

Moussa Abadi e la moglie, grazie all’aiuto del vescovo, mettono in piedi il «reseau Marcel, la rete Marcel» e salveranno 527 bambini ebrei. Fino al 10 settembre 1943 gli ebrei vivevano senza rischi nella Costa Azzurra occupata dalle truppe italiane –  dice nel suo racconto Moussa Abadai – ma gli italiani se ne vanno dopo l‘armistizio dell’8 settembre. Moussa era stato avvisato da un prete italiano reduce dal fronte russo, don Giulio Penitanti, sugli eccidi di ebrei compiuti dalle Waffen SS. Episodi così sanguinari che  Moussa non voleva credere veri. Racconta Moussa che «il sacerdote estrasse da sotto la tonaca un crocifisso e disse: “Io, Giulio Penitanti, prete,  giuro su questo crocifisso che vi ho detto la verità» e lo scongiurò di metter in salvo i bambini.

Anche il vescovo non conosceva l’esatta sorte degli ebrei rastrellati dai tedeschi, ma dopo il colloquio gli disse:  «Voi mi avete convinto, voi mi avete convertito!» Racconta ancora Moussa: «Ci apre la sua diocesi, mi nomina ispettore dell’educazione cattolica, mi dà un incarico in vescovado e anche la tonaca. Grazie, vescovo, grazie per i bambini».

Fino all’inizio degli anni Duemila quasi nessuno a Nizza conosceva la storia di mons. Rémond. Ora una targa lo ricorda. L’arcivescovo Paul Rémond è morto nel 1963, lo Yad Vashem gli ha conferito il titolo di «Giusto tra le nazioni» nel 1999.

Chiudo citando quanto scrisse il noto filosofo francese (di origine ebrea) Bernard Henry Levy in un articolo comparso anche sul «Corriere della sera», all’epoca delle polemiche per il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI: «Quanto alla vicenda molto complessa di Pio XII, ci tornerò, se necessario. Tornerò sul caso di Rolf Hochhuth, autore del famoso ”Il vicario” che nel 1963 lanciò la polemica sui “silenzi di Pio XII”. In particolare, tornerò sul fatto che questo focoso giustiziere è anche un negazionista patentato, condannato più volte come tale e la cui ultima provocazione, cinque anni fa, fu di prendere le difese, in un’intervista al settimanale di estrema destra “Junge Freiheit”, di colui che nega l’esistenza delle camere a gas, David Irving. «Per ora, voglio giusto ricordare, come ha appena fatto Laurent Dispot nella rivista che dirigo, “La règle du jeu”, che il terribile Pio XII, nel 1937, quando ancora era soltanto il cardinale Pacelli, fu il coautore con Pio XI dell’Enciclica “Mit brennender Sorge. Con viva preoccupazione”, che ancora oggi continua a essere uno dei manifesti antinazisti più fermi e più eloquenti. Per ora, dobbiamo per esattezza storica precisare che, prima di optare per l’azione clandestina, prima di aprire, senza dirlo, i suoi conventi agli ebrei romani braccati dai fascisti, il silenzioso Pio XII pronunciò alcune allocuzioni radiofoniche (per esempio Natale 1941 e 1942) che gli valsero, dopo la morte, l’omaggio di Golda Meir: “Durante i dieci anni del terrore nazista, mentre il nostro popolo soffriva un martirio spaventoso, la voce del Papa si levò per condannare i carnefici”.

«E, per ora, ci si meraviglierà soprattutto che, dell’assordante silenzio sceso nel mondo intero sulla Shoah, si faccia portare tutto il peso, o quasi, a colui che, fra i sovrani del momento: a) non aveva cannoni né aerei a disposizione; b) non risparmiò i propri sforzi per condividere, con chi disponeva di aerei e cannoni, le informazioni di cui veniva a conoscenza; c) salvò in prima persona, a Roma ma anche altrove, un grandissimo numero di coloro di cui aveva la responsabilità morale. Ultimo ritocco al Grande Libro della bassezza contemporanea; Pio o Benedetto, si può essere Papa e capro espiatorio».

Faccio una osservazione conclusiva: probabilmente a Pio XII non ha giovato essersi schierato nel dopoguerra per le democrazie occidentali contro il comunismo stalinista. Così gliela si è fatta pagare e dispiace che troppi storici, anche cattolici, seguano l’onda del conformismo, per cui in Italia l’essere stati anticomunisti è una colpa, invece che un merito.

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