I vescovi Álvarez e Mora liberati con altri sacerdoti in Nicaragua

Sono già in esilio in Vaticano 2 vescovi, 15 sacerdoti e 2 seminaristi, liberati dal regime di Daniel Ortega e di sua moglie Rosario Murillo dalle prigioni del Nicaragua – dove erano ingiustamente trattenuti

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Il vescovo di Matagalpa, Rolando Álvarez

Sono già a Roma in esilio in Vaticano 2 vescovi, 15 sacerdoti e 2 seminaristi, liberati dal regime di Daniel Ortega e di sua moglie Rosario Murillo dalle prigioni del Nicaragua – dove erano ingiustamente trattenuti – ed espulsi.

«In patria resta una Chiesa perseguitata ma viva», scrive Bruno Desidera, giornalista de «La vita del popolo». Mons. Rolando Álvarez, vescovo di Matagalpa, è detenuto dal 19 agosto 2022 ed è stato condannato a 26 anni di carcere senza processo. Con lui il vescovo mons. Isidoro Del Carmen, Mora Ortega vescovo di Siuna; altri 15 sacerdoti e 2 seminaristi, tutti illegalmente imprigionati. In Vaticano hanno concelebrato la Messa e sono tornati a indossare i paramenti liturgici.

Il comunicato del governo di Managua conferma il ruolo centrale del Vaticano che  lavorava per l’espulsione dei vescovi, dei sacerdoti e dei seminaristi: «La presidenza della Repubblica, il governo di riconciliazione e unità nazionale e il popolo del Nicaragua sono profondamente grati a Papa Francesco; alla Segreteria di Stato, al suo capo cardinale Pietro Parolin e alla sua équipe per il coordinamento molto rispettoso e discreto realizzato per rendere possibile il viaggio in Vaticano».

«La dittatura criminale sandinista non è riuscita a vincere la potenza di Dio»: di tutt’altro tenore la dichiarazione da Miami negli Stati Uniti dove vive in esilio di mons. Silvio José Báez, vescovo ausiliare di Managua, che ringrazia Francesco «per il suo interesse, la sua vicinanza e il suo affetto per il Nicaragua» ed elogia «l’efficacia della diplomazia vaticana».

Da mesi numerosi organismi internazionali, governi, organizzazioni non governative prendevano posizione contro l’illegale detenzione. La notizia – secondo il giornalista Desidera – «conferma la totale mancanza di democrazia e di rispetto per la libertà religiosa nel Paese centroamericano, dato che l’unica alternativa alla detenzione è l’esilio e la deportazione dal proprio Paese».

Ora si scopre che era il terzo tentativo diplomatico di liberare il vescovo. In un primo momento aveva rifiutato di essere esiliato e deportato, con altri 222 oppositori, negli Stati Uniti. Nel luglio 2023 trapela la notizia di un secondo tentativo, concluso con un nulla di fatto. Nella seconda metà di dicembre c’è stato un inasprimento della persecuzione contro la Chiesa, con l’arresto e la detenzione di mons. Mora e di numerosi sacerdoti. Aggiunge Desidera: «Ora si è capito che si trattava di un cinico modo per fare munizioni, alzare il prezzo di una possibile trattativa, vincolando la sorte e la scelta di mons. Álvarez a quella di altri confratelli. Tutti i moltissimi nicaraguensi in esilio hanno reagito con gioia alla notizia».

C’è, invece, riservatezza, sulle modalità e sui protagonisti della trattativa: oltre al Vaticano, è probabile una mediazione del Venezuela e del suo presidente Nicolás Maduro.

«Credo si tratti di una grande notizia, soprattutto per i cattolici del Nicaragua» afferma all’agenzia cattolica «Sir» da Madrid il giornalista nicaraguense in esilio Israel González Espinoza, tra i più informati sulla Chiesa del suo Paese. «Questa liberazione si deve, senza dubbio, a un’instancabile opera di mediazione, che ha visto impegnata la Santa Sede, assieme ad altri attori internazionali. Quanto accaduto conferma la missione, la dignità, l’amore per il Vangelo e per il suo popolo di mons. Rolando Álvarez. Una deportazione forzata rappresenta una violazione dei diritti umani, e questo aspetto non può essere taciuto. Un esilio è preferibile a una detenzione umiliante». La voce madrilena aggiunge: «Credo che il regime fosse debilitato per la fortissima pressione internazionale. La massiccia cattura di ecclesiastici è servita per avere maggiore margine d’azione nella trattativa. Il regime era in un vicolo cieco, il suo discredito stava crescendo a vista d’occhio».

Resta il fatto che la Chiesa in Nicaragua è sempre più senza forze e ridotta al silenzio, privata di un terzo dei suoi vescovi. Il giornalista González Espinoza vede segni di speranza: «Quella del Nicaragua è una Chiesa ridotta al silenzio ma resta l’unica istituzione che non è sotto il controllo del regime, che cerca in tutti i modi di cancellare la Chiesa e la sua azione, che tra la popolazione continua ad avere grande consenso e prestigio. Ho parlato con vari cattolici in Nicaragua: mi assicurano che sono disposti a proseguire nella loro testimonianza di fede».

Pier Giuseppe Accornero

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