Il 10 giugno 1940 “l’ora delle decisioni irrevocabili”

L’Italia entra in guerra – La testimonianza di Maria Romana De Gasperi: «Le camicie nere e la gente applaudivano quasi annunciasse una buona notizia. Impressionante come si può manipolare la coscienza di un popolo. La folla mi faceva paura e, con i miei libri di scuola sotto il braccio, raggiunsi casa a piedi. C’era euforia, quasi la dichiarazione di guerra fosse sufficiente per sentirci vincitori»

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10 giugno 1940 - Mussolini dal balcone di piazza Venezia a Roma annuncia l'entrata in guerra dell'Italia

«L’ora delle decisioni irrevocabili» scocca alle 18 del 10 giugno 1940, ottantuno anni fa. Benito Mussolini, in uniforme da primo caporale d’onore della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, arringa la folla in piazza Venezia: «Combattenti di terra, di mare, dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania. Ascoltate! Un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra Patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo. Popolo italiano! corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore».

GLI ITALIANI NON VOGLIONO LA GUERRA – Al di là della prescritta ovazione, gli italiani di armi e di guerra non hanno voglia e il Paese è impreparatissimo: i generali non infarciti di retorica fascista ne sono consapevoli. Indro Montanelli, giornalista e scrittore, ricorda: «C’era apatia dietro l’entusiasmo forzato. La Nazione non credeva alla guerra, non la voleva. Il Paese avvertiva il pericolo di diventare una colonia tedesca. Tutti erano convinti che la guerra non si sarebbe fatta. Una smargiassata per spartire la preda». Una guerra solo mussoliniana. Per il primo ministro britannico Winston Churchill «la guerra fu decisa da un uomo solo contro la Corona, contro il Papa e il Vaticano, contro il popolo che non la sente». Il 28 aprile 1940 Pio XII fa un altro tentativo: chiede a Mussolini di non entrare in guerra. Galeazzo Ciano annota sul diario: «L’accoglienza del duce è fredda, scettica, sarcastica». L’inizio della fine è la firma del «Patto d’acciaio» a Berlino il 22 maggio 1939. Mussolini sale sul treno che corre verso la guerra.

PIO XII TENTA DI SCONGIURARE IL CONFLITTTO – Eugenio Pacelli, eletto il 2 marzo 1939, teme l’isolamento della Santa Sede e le pressioni delle potenze dell’Asse. Trova un alleato in Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti, che conobbe nel suo viaggio americano dell’autunno 1936. A fine 1939 il presidente riesce a superare l’opposizione del Congresso e ristabilisce rapporti diplomatici con la Santa Sede. Alle 19 del 24 agosto 1939 Papa Pacelli da Castel Gandolfo rivolge un radiomessaggio «ai governanti e ai popoli nell’imminente pericolo della guerra. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo». A conferma della natura diabolica delle dittature di destra (Hitler) e di sinistra (Stalin) il 1° settembre 1939 alle 4:45 la Germania e il 7 l’Unione Sovietica invadono l’inerme Polonia e se la spartiscono, in forza del famigerato patto Molotov-Ribbbentrov (23 agosto).

HITLER SPERA IN UNA «GUERRA LAMPO». NON SARÀ COSÌ – Mussolini nel settembre ‘39, nonostante le pressioni tedesche, dichiara la non belligeranza. Nove mesi dopo cambia idea: impressionato dalle folgoranti vittorie tedesche, si illude di ottenere facili vittorie sul campo di battaglia e brama di essere l’«ago della bilancia». L’Unione Sovietica occupa la Finlandia e gli Stati Baltici; la Germania invade Danimarca e Norvegia (9 aprile 1940), Francia (10 maggio 1940). Nei cieli britannici infuria la «battaglia d’Inghilterra». Il 28 dicembre 1939 Pio XII fa visita al Quirinale in risposta a quella che i sovrani Vittorio Emanuele III ed Elena avevano compiuto in Vaticano. Il 18 marzo 1940 al Brennero, Mussolini incontra Hitler e il 31 nel «Promemoria segretissimo 328» asserisce che la guerra è inevitabile. In una lettera a Mussolini, Pio XII formula «il voto ardente che siano risparmiate all’Europa più vaste rovine e più numerosi lutti e, in particolar modo, sia risparmiato al nostro diletto Paese una così grande calamità». La risposta del duce è arrogante: «La storia della Chiesa, e voi me lo insegnate, non ha mai accettato la formula della pace per la pace, della pace “a ogni costo”, della “pace senza giustizia”».

I RAPPORTI REGNO D’ITALIA-SANTA SEDE SONO PESSIMI – «L’Osservatore Romano» infastidisce Mussolini: il 10 aprile 1940 Dino Alfieri, ambasciatore italiano presso la Santa Sede, insinua che «il pacifismo a oltranza» del quotidiano risponda a istruzioni dei vertici vaticani e invita il giornale «a moderarsi e a essere imparziale». Il 25 aprile l’ex segretario fascista Francesco Giunta alla Camera dei fasci e delle corporazioni parla del Vaticano come di «appendicite cronica dell’Italia» e il gerarca Roberto Farinacci commenta: «La Chiesa è stata la costante nemica d’Italia». Nel maggio 1940 la Germania attacca Olanda, Belgio e Lussemburgo: Pio XII invia un messaggio di solidarietà ai sovrani dei tre piccoli Stati, suscitando le ire dell’ambasciatore Alfieri. Il 12 maggio il quotidiano pubblica uno degli «Acta diurna» di Guido Gonella: «Un conflitto crudele ha travolto nel suo turbine tre popoli che volevano la pace, che hanno lavorato per la pace. Nuove contrade sono insanguinate, nuova gioventù è chiamata al sacrificio, nuove popolazioni pacifiche e laboriose sono colpite dal furore di una guerra che si accanisce contro gli inermi e gli innocenti, contro chi ha il solo orgoglio di difendere il proprio focolare. La generosità del sacrificio è l’unica fiamma che illumina una notte così buia». La sera i fascisti tentano di impedire la pubblicazione, ma falliscono. I venditori di giornali sono pestati, i chioschi danneggiati, i sacerdoti che camminano per strada insultati, gli acquirenti assaliti, chi lo legge pubblicamente aggredito e insultato. A Messina duemila studenti sfilano cantando inni fascisti e bruciando le copie de «L’Osservatore». Il 15 maggio il Papa, uscito dal Vaticano in automobile, è oggetto di contumelie di giovani fascisti: «Il Papa fa schifo! Abbasso il Papa». Il 15 maggio Gonella pubblica l’ultimo dei suoi celebri e seguitissimi «Acta diurna».

L’ITALIA PAGHERÀ CARISSIMA LA FOLLIA DI MUSSOLINI – Maria Romana De Gasperi rammenta: «Le camicie nere e la gente applaudivano quasi annunciasse una buona notizia. Impressionante come si può manipolare la coscienza di un popolo. La folla mi faceva paura e, con i miei libri di scuola sotto il braccio, raggiunsi casa a piedi. C’era euforia, quasi la dichiarazione di guerra fosse sufficiente per sentirci vincitori. Mio padre era silenzioso e preoccupato. Un appunto sul suo diario può dare l’idea dell’atmosfera: “Giornate agitate per l’invasione dell’Olanda, del Belgio, della Francia. Il Vaticano è guardato militarmente, le processioni proibite. In Segreteria si dice che il governo non risponde alle rimostranze del Papa. Violenti attacchi del regime, mescolandovi anche il mio nome».

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