Scrive il cardinale arcivescovo di Torino Roberto Repole: «Francesco Faà di Bruno nasceva 200 anni fa. Celebrare la memoria della nascita di un santo significa riconoscere che quelle virtù perseguite, quella fede incarnata in un periodo storico sono attuali, significa ripercorrere le tappe di una vita che ci ricorda che seguire Dio che ci ama, l’attenzione e la cura dei fratelli, il tempo destinato alla preghiera e la testimonianza del Vangelo sono una vera scelta».
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«Tutti sono malcontenti. Si desidera un buon generale in capo, senza di che si dubita molto del buon esito della guerra. Sono triste per tutte le bestialità che veggo fare».
«Dio ce la mandi buona». Metà giugno 1848, prima guerra d’Indipendenza, il ventenne marchese Francesco Faà di Bruno, luogotenente (sottotenente) e aiutante di campo del principe ereditario Vittorio Emanuele, ha un certo decoro da difendere e, dal campo, il 23 marzo 1848, scrive al «signor» padre Luigi, battendo cassa: «Questa mattina ho comperato un altro cavallo, tale era l’ordine; poiché in guerra bisogna averne due. Qualche cosa ho potuto ragranellare da me; ma per carità, per carità mi soccorra. Lo facci per la patria, per un suo figlio che va alla guerra necessitoso di tutto. Mi dia un 800 lire». E il 15 giugno 1848, scrivendo al cugino Lodovico, insiste: «Noi tutti siamo malcontenti dei capi supremi, tutti desideriamo un buon generale in capo. Dio ce la mandi buona». La battaglia di Novara il 23 marzo 1849, si conclude con la disfatta dei piemontesi e con il trionfo dell’esercito austriaco: 2.392 morti, feriti e prigionieri tra i piemontesi e 3.223 austriaci.
Rimane folgorato dalla crudeltà del conflitto: la battaglia è una carneficina. Gli rimangono fissi nella memoria quelle vite stroncate e il pensiero che la maggior parte di quei giovani non fossero preparati all’inaspettato incontro con Dio. Anche lui rimane ferito a una gamba e il suo cavallo è colpito a morte. Francesco Faà di Bruno, ultimo di 12 figli di una famiglia nobile e benestante in un tranquillo castello a Bruno in provincia di Alessandria e diocesi di Acqui Terme, nasce il 29 marzo 1825. La mamma, esemplare per la carità, muore quando lui ha 9 anni; due fratelli religiosi, due sorelle in monastero. Frequenta i Somaschi a Novi Ligure. A 15 anni entra nell’Accademia militare di Torino, come il fratello Emilio, che morirà da eroe nel 1866 alla battaglia di Lissa. Sorpreso che non esistessero rilievi della zona, raccoglie i dati per disegnare la «Gran carta del Mincio», il cui utilizzo sarà decisivo nel 1859 nelle battaglie di Solferino e San Martino.
Capitano di Stato Maggiore, incrocia don Bosco: deposta la sciabola in sacrestia, gli serve la Messa in divisa. Le doti e il carattere convincono Vittorio Emanuele II a nominarlo precettore dei figli. Ma prima, perfeziona gli studi alla Sorbona a Parigi dove consegue la licenza in Scienze matematiche. Rientrato a Torino, scopre che l’incarico gli è stato revocato: come cattolico infastidisce la corrente anticlericale delle forze armate. Deluso, si dimette dall’Esercito. Alla Sorbona si laurea in Scienze matematiche e in Astronomia. Tornato a Torino apre una scuola di canto per le serve che la domenica vagano per la città. Nel 1857 pubblica la «Formula di Bruno», ancora oggi impiegata nei calcoli informatici, e all’Università inizia a impartire lezioni, non retribuite, di Analisi e Astronomia fisica; invita le autorità cittadine a istituire i fornelli economici per offrire un pasto caldo ai poveri; non ottenendo risposta, realizza il progetto in Borgo San Donato, uno dei quartieri più poveri e difficili della città: il 2 febbraio 1859 inaugura la Pia Opera di Santa Zita.
Accoglie gratuitamente le donne di servizio; cura la loro formazione; si preoccupa di sistemarle in famiglie di sani principi; le mette in lavanderia, dove funzionano macchine a vapore da lui progettate, e lavorano per l’Accademia militare, le ferrovie e qualche privato, e così ha i fondi per sostenere l’Opera. Inizia a insegnare topografia, geodesia, trigonometria nella Scuola d’Applicazione dell’Esercito. Intanto il Conservatorio del suffragio di Santa Zita si ingrandisce: un pensionato per le donne di «civile condizione», uno per le donne più povere, uno per la formazione delle giovani come insegnanti, una classe per le allieve maestre, una classe di educande, un liceo, una biblioteca circolante, una tipografia. È la «cittadella della donna».
Un laico dà vita a un complesso di opere. Pone mano alla costruzione di una chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio come «monumento ai caduti di tutte le guerre, luogo di preghiera per le anime dei defunti». A 51 anni diventa sacerdote a Roma, con una dispensa di Pio IX, il 22 ottobre 1876. Alla chiesa affianca un campanile di 75 metri, prodigio di architettura che progetta applicando le leggi della statica e della fisica. Nell’ardita costruzione inserisce un osservatorio astronomico e meteorologico. Con don Bosco inizia l’opera per la santificazione delle feste contro lo sfruttamento domenicale dei lavoratori; invia al Comune uno studio per realizzare dei bagni pubblici e dei lavatoi per prevenire la diffusione delle malattie e delle epidemie provocate dall’assenza di igiene.
Armonizza scienza, fede, carità – Faà di Bruno è anzitutto uno scienziato: inventa un barometro differenziale a mercurio, uno scrittoio per ciechi, uno svegliarino elettrico e uno ellipsigrafo; pubblica un saggio scientifico sulla teoria delle forme binarie in cui vede l’armonia delle leggi della fisica e della matematica come «un’ombra delle perfezioni di Dio», convinto che «il vero ricercatore, purché oggettivo, non può non riconoscere dietro i fenomeni fisici e le misteriose regolarità matematiche su cui si regge l’universo, una provvida e onnipotente sapienza». Il suo nome comincia a circolare in Europa, ma l’Università di Torino non lo nomina mai ordinario, per l’opposizione degli anticlericali e dei massoni: ha solo supplenze e incarichi temporanei. Vive con angustia il Risorgimento e gli attacchi alla Chiesa, è uomo di preghiera, «asceta cittadino», tra i primi a introdurre le adorazioni notturne.
Nel 1881 ottiene l’approvazione della Congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio. Pubblica su autorevoli riviste internazionali: «L’istruirmi e l’essere utile agli altri sono i cardini della porta della mia felicità». Da ricco e nobile, vive da povero per aiutare i poveri. Chiude gli occhi il 27 marzo 1888, due mesi dopo l’amico don Bosco. La beatificazione in piazza san Pietro il 25 settembre 1988, nel centenario della morte. Giovanni Paolo II, che nella visita a Torino gli aveva dedicato la cappella della Scuola di Applicazione, dice: «Fu veramente un profeta in mezzo al popolo di Dio. Curvo sui libri, impegnato in cattedra o intento ad alleviare le sofferenze dei poveri, ebbe come stella polare un grande amore per Dio».
Pier Giuseppe Accornero



