Il calvario dei malati senza diritti

Quattro storie di resistenza – Pesantissimi costi per il ricovero dei non autosufficienti, condizioni drammatiche nelle famiglie escluse dai contributi economici della Regione Piemonte. La Legge vorrebbe che il Servizio Sanitario pagasse il 50% delle rette dei non autosufficienti, ma il denaro non si trova e tante domande vengono respinte

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Migliaia di anziani malati cronici non autosufficienti ricoverati in Residenza sanitaria assistenziale (Rsa) non ricevono dall’Asl la quota sanitaria che spetta loro secondo legge nazionale e che coprirebbe la metà dell’ingente retta che sono chiamati a pagare per il loro ricovero privato: dai 3 a i 4 mila euro al mese. Il fenomeno é regionale e riguarda tutte le Asl del Piemonte, che negano la quota sanitaria a fronte di valutazioni discrezionali, non sanitarie. Il possesso di una casa, o un minimo deposito in banca costituiscono criteri di penalizzazione all’accesso. Pur essendo criteri socio-economici, che non potrebbero legittimamente condizionare l’erogazione di cure sanitarie.

I dati dell’Asl Città di Torino al 29 febbraio certificano ufficialmente 1.725 utenti in lista di attesa per le convenzioni residenziali. Ma è la sproporzione tra quanti fanno domanda di un contributo e le effettive erogazioni a dare la dimensione del problema. Nel 2023 le Unità di valutazione geriatrica dell’Asl torinese hanno valutato 7.118 persone. Nello stesso periodo, l’Asl dichiara di aver attivato 1.468 convenzioni residenziali definitive, in buona parte riferite a richieste degli anni precedenti. In totale, le convenzioni attive per gli utenti torinesi sono 4.229, ampiamente al di sotto del fabbisogno.

Secondo il direttore generale dell’Asl Città di Torino, Carlo Picco, «i dati evidenziano comunque il grande lavoro svolto da Asl Città di Torino su questo tema con un incremento tra il dicembre 2019 e il febbraio 2024 dell’11,5% delle prese in carico». Ma il fabbisogno cresce più velocemente. E sull’ampio fronte dei malati senza riconoscimento dei loro diritti, il direttore rimanda la palla nel campo regionale dell’assistenza sociale: «I costi per un inserimento privato in una Rsa sono elevati – riconosce – Nell’attesa dell’inserimento è possibile richiedere il Bonus Scelta Sociale per residenzialità erogato dalla Regione Piemonte, del valore di 600 euro mensili», contributo soggetto a vincoli Isee e limitazione delle risorse complessive stanziate attraverso fondi europei.

Eppure, i Livelli di assistenza sanitaria nazionali (definiti nel 2001 e aggiornati nel 2017) lo scrivono chiaro: «Il Servizio Sanitario Nazionale garantisce alle persone non autosufficienti (…) trattamenti di lungoassistenza, recupero e mantenimento funzionale», costituiti da «prestazioni professionali di tipo medico, infermieristico», «tutelare», da «educazione terapeutica al paziente e al caregiver, con garanzia di continuità assistenziale» e «attività di socializzazione e animazione». È la descrizione, in linguaggio giuridico, delle prestazioni fornite dalle Rsa, con la precisazione, contenuta nel medesimo articolo 30 del Dpcm del 12 gennaio 2017, che i trattamenti «sono a carico del Servizio Sanitario Nazionale per una quota pari al 50 per cento della tariffa giornaliera».

La Regione Piemonte, invece, applica per gli inserimenti in Rsa regole ulteriori, penalizzanti per i malati non autosufficienti, perché negano il loro diritto alla quota sanitaria. Sono le delibere approvate tra il 2012 e il 2013 (Giunta Cota) che formalizzano criteri di sbarramento per concedere ai richiedenti il 50 per cento della retta: alla valutazione della condizione sanitaria si affiancano vincoli socio-economici, per i quali le Asl si sentono legittimate ad escludere molti richiedenti dal diritto alla quota sanitaria.

La delibera 14 del 2013 definisce tre livelli di esclusione. I casi «urgenti» dovrebbero avere la convenzione entro tre mesi, quelli «non urgenti» entro l’anno, quelli «differibili», senza termine. Ma il condizionale è d’obbligo, perché nemmeno i limiti imposti dalla delibera sono rispettati dall’Asl, come raccontano le storie che pubblichiamo qui di seguito, i cui protagonisti hanno nomi di fantasia, che rispondono però a storie vere, esperienze di estrema difficoltà a garantire le cure ai propri cari non autosufficienti, senza alcun sostegno sanitario.

Tra 2013 e 2014, il meccanismo delle delibere venne contestato in Tribunale da alcune organizzazioni di rappresentanza degli utenti, cui si aggiunsero il Comune di Torino e altri diciotto tra Comuni e Consorzi gestori dei servizi socio-assistenziali, lo Spi Cgil e altre organizzazioni. Ottennero ragione al Tar del Piemonte che confermò l’illegittimità del sistema di esclusione dalla quota sanitaria e il diritto pienamente esigibile alle prestazioni socio-sanitarie residenziali. La sentenza venne però impugnata al Consiglio di Stato che (a quel punto si era insediata la Giunta Chiamparino) ribaltò la sentenza del Tar, confermando le delibere regionali. I cui effetti si fanno sentire sempre più duramente nelle tasche dei malati piemontesi e delle loro famiglie.

La storia di Silvano. Marco ha portato il papà Silvano, novantenne, in Pronto Soccorso ad inizio 2023. «Erano i giorni delle feste di inizio anno, il primo senza mamma: ci aveva lasciati a metà 2022 dopo tanti anni di Alzheimer nei quali l’avevo accudita a casa, fino agli ultimi disperati mesi di ricovero». Dopo alcuni giorni nel reparto di emergenza delle Molinette, Silvano è stato trasferito in una Rsa nel quartiere Filadelfia. Trenta giorni a carico del Servizio Sanitario, i successivi trenta metà pagati dall’Asl e metà dal paziente.

Dal sessantesimo giorno tutto è divenuto a carico del malato: oltre 3 mila euro al mese. «Mi è crollato il mondo addosso – racconta Marco – Papà non camminava più, il decadimento cognitivo avanzava… impossibile portarlo di nuovo a casa. Io ho da tempo perso il lavoro, vivevamo nella casa popolare riscattata con la sua pensione e l’indennità di accompagnamento».

Marco ha richiesto all’Asl la convenzione sanitaria (il 50% della retta totale), ottenuta la quale potrebbe anche chiedere al Comune l’integrazione economica per la restante quota alberghiera; ma dopo oltre un anno l’Asl Città di Torino continua a non concederla. Nel frattempo il gestore della Rsa ha inviato un’ingiunzione di pagamento e segnalato la vicenda al Tribunale per la nomina di un amministratore esterno.

La storia di Marta. Con il mese di marzo, ha raggiunto la cifra monstre di 80 mila euro la spesa per gli ultimi due anni di ricovero della signora Marta, un’anziana malata cronica non autosufficiente, degente di una delle più grandi Rsa di Borgo San Paolo. Malata grave, colpita da anni da deterioramento cognitivo, nel 2021 l’Inps l’ha riconosciuta dipendente totale dall’aiuto di terzi per le funzioni della vita quotidiana. Nonostante ciò, le ripetute istanze dei famigliari all’Unità di valutazione geriatrica (Uvg) dell’Asl Città di Torino non hanno ottenuto il riconoscimento della quota sanitaria del ricovero, che coprirebbe almeno metà della cifra mensile di 4 mila euro, oggi pagata con l’intera pensione e una consistente aggiunta dei figli.

La valutazione Asl del marzo 2023 ha accertato un forte aggravamento della condizione clinica di Marta: il suo punteggio sanitario è di 11 (su 14), ma l’esito rimane «non urgente», che secondo le regole regionali – in contrasto con il diritto nazionale – prevederebbe l’erogazione della convenzione dopo un anno. Ne sono passati quasi due. Da gennaio, la retta base del ricovero è aumentata di 20 euro al giorno: 7.200 euro all’anno in più del 2023, oltre eventuali spese extra.

La storia di Luciano. È «una ingiustizia e una presa in giro che fa soffrire» quella di cui si sente vittima Anna, moglie di Luciano, coppia di anziani molto conosciuti nel quartiere Santa Rita, dove da oltre un anno lui si trova ricoverato in Rsa (retta: 3.900 euro al mese) in condizioni sempre più gravi. Non lascia scampo il decadimento cognitivo degenerativo: dall’estate 2023 Luciano è stato riconosciuto non autosufficiente con il 100% di invalidità e incapace di svolgere autonomamente le attività quotidiane, a inizio 2024 è comparsa anche la disfagia, che rende difficile parlare e deglutire.

L’Asl, informata dalla famiglia degli aggravamenti, ha confermato la negazione della convenzione sanitaria del febbraio 2023. Caso «non urgente», cioè «con tempo di risposta entro un anno». Parole della contestata delibera regionale sulle liste di attesa che sembrano scritte sull’acqua. A pochi giorni dalla scadenza per l’erogazione del 50% della retta, la famiglia di Luciano ha ricevuto dall’Uvg il messaggio «l’erogazione della somma prevista non è attualmente programmabile». Rinviata senza termine, in un’attesa indefinita che sta inghiottendo i risparmi di una vita.

La storia di Mario e Lina. Mario e Lina, una vita insieme. Anche nell’Alzheimer che li ha colpiti, una dopo l’altro. «Una disgrazia doppia – racconta la figlia – che dopo anni di accudimento e cura domiciliare ci ha costretti al passo del ricovero in Rsa». Dove, con stessa condizione di non autosufficienza riconosciuta dall’Asl, i destini dei due coniugi paradossalmente si sono divisi. Lei valutata «urgente» dall’Unione valutativa geriatrica, ha ottenuto la convenzione sanitaria. Paga la quota alberghiera, 1.500 euro al mese; altrettanti li mette il Servizio Sanitario. Mario, invece, è finito nel buco nero della negazione delle cure: prima l’Asl ha redatto la valutazione per un «progetto domiciliare»: in lista d’attesa e, comunque, irrealizzabile. Poi, dopo le insistenze della figlia, a fine ottobre 2023 la valutazione è cambiata: «progetto residenziale» (ricovero), ma senza convenzione, perché «non urgente».

La figlia prosegue con regolarità il pagamento delle quote alberghiere dei genitori, come se tutti e due fossero in convenzione. Ancora insieme, anche nella malattia. I conti sono presto fatti: «Ogni mese i miei genitori pagano 3 mila euro al gestore della Rsa. Altri 1.500 li riceve dall’Asl. Mancano i 1.500 di una quota sanitaria che spetta all’Asl e che noi non possiamo aggiungere».

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