Il canonico Camisassa a 100 anni dalla morte, “alter ego” del beato Allamano

18 agosto 1922 – Ogni famiglia religiosa spesso annovera oltre il fondatore o la fondatrice, un’altra figura che li affianca nell’istituzione, nel sostegno nei primi, difficili passi. Cento anni fa, a 78 anni, moriva il canonico Giacomo Camisassa, primo collaboratore e «alter ego» del canonico Giuseppe Allamano, rettore del Santuario e del Convitto della Consolata e fondatore delle Missioni della Consolata

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Il beato Giuseppe Allamano e il canonico Giacomo Camisassa

Ogni famiglia religiosa spesso annovera oltre il fondatore o la fondatrice, un’altra figura che li affianca nell’istituzione, nella guida spirituale e pratica, nel sostegno nei primi, difficili passi. Cento anni fa il 18 agosto 1922 a 78 anni moriva il canonico Giacomo Camisassa, primo collaboratore e «alter ego» del canonico Giuseppe Allamano, rettore del Santuario e del Convitto della Consolata e fondatore delle Missioni della Consolata. La loro amicizia e collaborazione dura tutta la vita senza incrinature, nel rispetto – si danno del «lei» e mai del «tu» – e nella condivisione di ideali, vita, tormenti e preoccupazioni.

Giacomo Camisassa nasce a Caramagna, provincia di Cuneo e diocesi di Torino, il 27 settembre 1854, tre anni dopo Allamano: le loro vite scorrono in parallelo. Quintogenito di tre fratelli e due sorelle, figli dei contadini Gabriele e Agnese Perlo, è apprendista di un fabbro e per tutta la vita dimostra senso pratico ed è esperto in vari settori tecnici. La sorella maggiore, abile sarta, con il proprio lavoro gli permette di continuare gli studi: nel 1868 entra nell’Oratorio di don Bosco e in soli tre anni segue i corsi ginnasiali; poi nei Seminari di Chieri per la Filosofia e, dal 1873, nel Metropolitano per la Teologia: ha Allamano come direttore spirituale per cinque anni. Il 15 giugno 1878 è ordinato dall’arcivescovo Lorenzo Gastaldi in Cattedrale; in luglio si laurea alla Facoltà teologica.

Allamano, «maestro nella formazione del clero», è preside della Facoltà legale; dal 2 ottobre 1880 – nominato da Gastaldi – è rettore del Santuario e del Convitto della Consolata, dell’annesso Ospizio per sacerdoti, del Santuario di Sant’Ignazio a Lanzo e annessa casa per esercizi spirituali. Accetta per obbedienza lunga 46 anni. Pone come condizione di scegliersi il collaboratore più stretto. Scrive a Camisassa: «Veda, mio caro, faremo d’accordo un po’ di bene e procureremo di onorare la cara nostra madre, Maria Consolatrice». Economo, poi vicerettore, rimane uomo di dottrina ed è docente al Convitto Ecclesiastico. Il 3 ottobre 1880 entra alla Consolata, «basso di statura ma ben formato, ampia la fronte di pensatore, lo sguardo schietto e penetrante, energico nei movimenti». Dal 1903 è canonico del Duomo.

La «Travà ‘d la Consulà, la catapecchia della Consolata» la chiamano i torinesi, tanto è malridotta, trasuda muffa, manca aria e spazio, i mattoni greggi e scalcinati.

La vigilia di Pasqua 1883 l’arcivescovo Gastaldi, dopo la preghiera in santuario, esclama: «Come è brutto!» Allamano concorda: «Eh, sì, vorrei ripararlo e ho già pronto il progetto». «Ottimo, mettiti all’opera». In vista dell’ottavo centenario del ritrovamento dell’effigie della Consolata (1104-20 giugno-1904) i lavori iniziano nel 1898 e durano quattro anni, affidati a Camisassa: segue calcoli e sondaggi; cerca i materiali; tratta con artisti e artigiani; vigila su progettazione, esecuzione, ampliamento di quattro cappelle laterali e abbellimento con marmi e oro. I fedeli contribuiscono: dal 1899 la rivista «La Consolata» li informa e nel gennaio 1926 si sdoppia: «Il santuario della Consolata» e «Missioni Consolata». Scelgono Carlo Ceppi, il principe degli architetti. Non basterà un milione e Allamano: «Ne metteremo 2-3 purché Torino abbia un santuario degno della Patrona. I lavori non sono opera nostra ma della Madonna».

Le celebrazioni centenarie iniziano l’11 giugno 1904 con la novena. Pio X riserva al proprio legato, cardinale Vincenzo Vannutelli prefetto della Congregazione dell’Indice, l’incoronazione della Madonna e del Bambino con nuove corone di 24 stelle di brillanti offerte dalla regina Margherita, dalle principesse sabaude e dalle signore torinesi il 18 giugno, presenti cinque cardinali, l’episcopato subalpino, il clero, i principi reali e le autorità. Il 20 giugno transita «la grandiosa, imponentissima processione», fra 300 mila persone, del quadro miracoloso, preceduto da mille sacerdoti, 400 canonici e parroci, 30 vescovi e 5 cardinali: Agostino Richelmy (Torino), Antonio Callegari (Padova), Giulio Boschi (Ferrara), Andrea Carlo Ferrari (Milano), Domenico Svampa (Bologna) e il legato Vannutelli. Racconta al processo per la beatificazione un sacerdote: «Mi pare ancora di vedere il can. Allamano precedere i cardinali portando su un cuscino le preziose corone, procedere calmo e sereno fra tanta gloria. In presbiterio prese posto presso la credenza e durante la cerimonia tenne un profondo contegno meditativo». In agosto si concedono qualche giorno di riposo a Balme in montagna. Il rettore trasferisce in santuario la salma dello zio Giuseppe Cafasso, beatificato da Pio XI 1° novembre 1924

Allamano sente che tanti giovani preti e chierici desiderano andare missionari e agisce, ma non vuole muoversi senza l’approvazione del cardinale arcivescovo Gaetano Alimonda, che si dimostra freddo. Con il successore Agostino Richelmy la musica cambia. Il 29 gennaio 1901, con l’approvazione dell’arcivescovo e dei 17 vescovi subalpini, riuniti alla Consolata, nasce l’«Istituto della Consolata per le missioni estere»: Allamano non vuole essere chiamato fondatore perché «fondatrice è la Consolata». A Camisassa toccano i dettagli pratici – preparano i futuri missionari e il santuario è il centro propulsore. L’8 maggio 1902 partono i primi quattro, due sacerdoti e due laici: Camisassa li accompagna a Marsiglia dove si imbarcano per il Kenya. Poi invia i macchinari per una falegnameria, centraline elettriche, una trebbiatrice, attrezzature per la lavorazione del caffè, una tipografia. Seguono altri, affiancati dalle Vincenzine della Piccola Casa della Divina Provvidenza alle quali Allamano chiede aiuto. Raggiungono Etiopia, Tanganica, Somalia, Mozambico, Tanzania. I due desiderano essere informati, li guidano nella dedizione apostolica, li preparano e leggono il materiale disponibile su usi e costumi.

Allamano si convince della necessità di avere donne missionarie: il 29 gennaio 1910 avvia le Missionarie della Consolata, inizialmente ospitate alla «Consolatina», una palazzina in corso Duca di Genova 49 (oggi Stati Uniti), donata da mons. Angelo Demichelis e benedetta da Richelmy il 18 giugno 1901. Gli aspiranti missionari si infittiscono e Allamano acquista un terreno di 12.000 metri quadrati in via Circonvallazione 514-516 (oggi corso Ferrucci). Nel marzo 1905 iniziano i per la Casa madre delle Missioni della Consolata e Camisassa guida l’impresa: la casa è inaugurata il 23 ottobre 1909. Senza muoversi da Torino, i due sacerdoti, grandi amici e collaboratori, guidano i missionari e le missionarie in Africa, nonostante le difficoltà. Dal febbraio 1911 all’aprile 1912, per incarico di Allamano, l’«alter ego» visita le missioni in Kenya: in 14 mesi prende visione dei luoghi, dell’opera dei missionari e delle cottolenghine, delle molteplici problematiche e delle prospettive future. Invia ad Allamano decine di lettere con informazioni di prima mano. Tornato a Torino, segue con particolare cura le suore. Per 42 anni è il cooperatore provvidenziale, l’esecutore oculato e laborioso, il braccio destro umile e nascosto, uomo di singolare intelligenza e perspicacia, di volontà tenace, di bontà non comune, di poche parole che aborre perdere tempo.

I numerosi impegni minano la salute di don Camisassa. Colpito dalla «spagnola», guarisce ma resta debole. A fine giugno 1922 un collasso, poi un’ischemia cerebrale. Muore il 18 agosto 1922. Allamano scrive ai missionari: «Le ultime parole del caro estinto furono di unione tra i missionari e le missionarie. Era sempre intento a sacrificarsi, pur di risparmiare me; aveva l’arte di nascondersi e possedeva la vera umiltà». A varie riprese dice: «Con la sua morte ho perso tutte due le braccia; quale perdita per il Santuario, per l’Istituto e per le missioni; abbiamo promesso di dirci la verità e l’abbiamo sempre fatto; da 42 anni eravamo insieme, eravamo una cosa sola». Per le imprese apostoliche i due canonici mettono a disposizione beni e denari di tasca loro, per il resto si affidano alla Provvidenza e alla Consolata. Dopo la morte sono sepolti nel cimitero di Torino. Le spoglie di Allamano nel 1938 sono traslate nella cappella della Casa madre, seguite nel 2001 da quelle del confondatore, vicino all’amico di una vita.

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