Repole, “abbiamo tutti bisogno della consolazione di Maria”

Torino – Nella Solennità della Consolata, patrona della diocesi di Torino, l’Arcivescovo ha presieduto la solenne Celebrazione Eucaristica nel Santuario torinese invitando ad “affidarsi allo sguardo di fede di Maria per venire a capo delle tante desolazioni che ciascuno vive”. GALLERY

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Pubblichiamo l’omelia che il cardinale Arcivescovo di Torino Roberto Repole ha pronunciato sabato 20 giugno alle 11 nella Messa solenne per la Festa della Consolata celebrata nel santuario torinese. Al termine l’Arcivescovo ha rivolto la preghiera della Supplica. 

Leggendo il brando di Vangelo di Luca (Lc 1, 39-56) sul viaggio e sulla visita di Maria alla cugina Elisabetta, si accende la nostra immaginazione e, per certi aspetti, anche la nostra curiosità. Verrebbe da domandarsi: qual è il posto, il paese, la città in cui Maria è andata, dove abitava la cugina Elisabetta? E come è possibile che sia andata da sola lei, che già aspettava un bimbo? C’è qualcuno che l’ha accompagnata e, se sì, chi? Ma a questa curiosità l’evangelista Luca non risponde, perché non intende fare una cronistoria.

L’intento del suo racconto è piuttosto “teologico”, e lo si comprende bene se si fa attenzione a dove viene collocato nel racconto evangelico. Il racconto della visita e del viaggio dalla cugina Elisabetta segue immediatamente il racconto dell’Annunciazione. L’angelo Gabriele ha visitato Maria, le ha preannunciato che diventerà la madre del Salvatore e le ha detto che nulla è impossibile a Dio, infatti la cugina – che pure era definita da tutti sterile – attende un bimbo. E quello deve essere un segno per lei della veridicità e della bontà con cui Dio la guarda.

E allora – dice Luca – subito, in tutta fretta, Maria si reca dalla cugina Elisabetta. Nella grande tradizione cristiana questa fretta è stata interpretata come la fretta di chi si mette a servizio della cugina, che aspetta un bimbo e ha bisogno dei servizi di un’altra donna. Però, dal racconto, nulla fa immaginare che questo sia il motivo della fretta, tanto più che Maria non si fermerà dalla cugina Elisabetta fino al parto: sta qualche tempo, poi va via. Perché va di fretta dalla cugina? Va di fretta per poter constatare con i suoi occhi, con la sua vita, ciò che l’angelo le ha preannunciato. Va di fretta perché i suoi occhi possano vedere ciò di cui l’angelo le ha parlato e cioè il modo benefico, misericordioso, con cui Dio interviene nella storia. Va di fretta per poter essere vista lei, a sua volta, con gli occhi di un’altra donna credente che, tra le altre cose, la saluta come la madre del Signore, e con la beatitudine di colei che ha creduto, che è discepola. Ed è così che anzitutto la Vergine Maria è “consolata”: è consolata dalla possibilità che i suoi occhi hanno di vedere come Dio interviene nella storia; è consolata dallo sguardo di un’altra donna credente che è capace di vedere l’opera di Dio in lei.

E mi sembra che è di questa consolazione che anche tutti noi, e anche in questo mondo, abbiamo fortemente bisogno. Ci sono delle situazioni di desolazione nella nostra vita rispetto alle quali non basta una pacca sulla spalla, non basta l’ascolto di qualcuno, non basta neppure la parola buona di qualcuno, perché sono delle desolazioni profonde, come quando viene a mancare una persona cara, come quando abbiamo a che fare con dei fallimenti che sappiamo non verranno mai più ricuciti nella nostra esistenza terrena… E allora abbiamo bisogno di questa consolazione, della consolazione di Maria: abbiamo bisogno di occhi di fede, capaci di intercettare come ancora Dio è all’opera nella storia; abbiamo bisogno di occhi di fede di altre credenti e di altri credenti, che ci aiutino a vedere noi stessi in un modo rinnovato. E chi ne ha fatto l’esperienza lo sa benissimo: ci sono delle situazioni di ansia, di paura, di fallimento, che si dissolvono soltanto quando riceviamo questo sguardo della fede. E allora troviamo un po’ di pace, di quella pace che ha trovato Maria visitando la cugina Elisabetta.

E mi veniva da pensare che anche dentro questo mondo, tutto sommato, oggi abbiamo un fortissimo bisogno di questo sguardo della fede, per venire a capo di tante desolazioni che viviamo. C’è la desolazione di conflitti che si aprono incessantemente e non si chiudono mai in maniera definitiva. C’è la desolazione di un mondo che, qualche volta, ha la percezione di essere affidato a guide che non sono poi così sicure. Che cosa – dentro questo mondo che a volte ci fa paura, che ci fa guardare al futuro con paura – ci può consolare se non gli stessi occhi di Maria, che sanno vedere comunque ciò che ai più è invisibile, cioè la presenza di Dio; se non gli occhi di altri credenti, che ci aiutano a mantenere fisso lo sguardo su di noi nella sua verità? E la sua verità è come siamo guardati da Dio, come rimaniamo guardati da Dio.

Ma questo vale anche in quelle situazioni di desolazione che hanno bisogno anche di un intervento concreto, fattivo, da parte di sorelle e di fratelli. Penso a chi è desolato perché ha perso il lavoro, per chi non trova una casa, per chi è costretto ad emigrare, per chi ha preoccupazioni economiche, per chi non sa come sbrogliarsela nell’educazione dei figli… Sono delle desolazioni che chiedono semplicemente l’intervento e l’aiuto di sorelle e fratelli generosi. Ma anche in questo caso la consolazione più autentica che possiamo ricevere, la consolazione più profonda è quella di chi interviene concretamente e ci rimanda al modo in cui siamo visti da Dio, al modo in cui Dio nella sua misericordia ci guarda, perché questo è ciò che produce nel nostro cuore la vera e più autentica, indistruttibile consolazione. E lo sappiamo benissimo: chi è consolato così, come Maria, diventa capace a sua volta di consolare allo stesso modo le sorelle e i fratelli, qualunque sia la desolazione che portano nel cuore e nella vita.

cardinale Roberto Repole 

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