Il cardinale Repole al Rifugio “Massi” di Oulx

Visita – La mattina di sabato 6 dicembre l’Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, cardinale Roberto Repole, ha visitato il centro di accoglienza Rifugio Fraternità “Massi” di Oulx, la struttura nata per far fronte all’emergenza migranti dal punto di vista umanitario, offrendo 24 ore su 24 un servizio di accoglienza e assistenza a donne, uomini, bambini che, sfidando il freddo e la montagna, intendono proseguire il proprio cammino verso altri Paesi europei

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foto LaValSusa

«La prima cosa che mi ha colpito è di aver visto un luogo di speranza».  È una mattinata fredda – sabato 6 dicembre – la prima neve intorno è ghiacciata, il cardinale Roberto Repole, Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, ha appena concluso la visita al rifugio Fraternità Massi ad Oulx, nell’alta Val di Susa, che dal 2018 accoglie ogni giorno chi cerca di arrivare in Francia per un futuro migliore, lontano da guerra, fame, persecuzioni, dopo aver solcato le acque del Mediterraneo sui barconi o aver percorso la rotta balcanica.

Ha visitato il rifugio accompagnato da don Luigi Chiampo, presidente della fondazione Talita Kum, che gestisce il rifugio e da don Giorgio Nervo, parroco del comune valsusino.

Centinaia i volontari provenienti da tutta la valle che operano nella struttura dove, con la collaborazione dell’associazione Raimbow for Africa che garantisce l’assistenza sanitaria e la Diaconia valdese che offre supporto legale, ogni giorno si dà ristoro a centinaia di persone di ogni età e provenienza.

«La nostra capienza», gli spiega don Chiampo, «è di una ottantina di posti letto, ma d’estate gli arrivi superano anche le 120 unità, perché il clima più mite incoraggia l’attraversata delle montagne, in media si contano dai 15 ai 20 mila passaggi all’anno. Le persone si fermano un giorno o due e poi partono. Oggi sono una quarantina, per lo più Sudanesi, Eritrei ed Etiopi». C’è chi si ferma prima di intraprendere il cammino verso il confine, chi invece è di ritorno, respinto alla frontiera, ma che con molta probabilità riproverà ancora.

Parla di speranza il cardinale dopo che i suoi occhi hanno incrociato quelli della piccola Amina (nome di fantasia), sbucata da una stanza, ha meno di un anno, si regge appena in piedi è arrivata con la sua famiglia dalla Macedonia. Lo guarda curiosa, lo saluta, gli manda un bacio sotto gli occhi dei genitori che vorrebbero per lei un futuro di pace, di vita.  È la speranza innocente degli occhi di Amina, ma è ancora più quella degli adulti, ma anche dei volontari che con cura fanno provare scarponi ha chi spesso arriva solo con ciabatte, di chi misura giacche a vento a chi non conosce le insidie del freddo e della montagna.

«Mi pare di cogliere che qui le donne, gli uomini e anche i bambini che passano – commenta il cardinale – trovano la possibilità di sperare ancora in una vita diversa da quella che si lasciano alle spalle.  Mi ha colpito il fatto che passando qui abbiamo la possibilità di riguardarci negli occhi per quello che siamo, prima ancora che appartenenti a un paese oppure all’altro o a una nazione…».

Umani nei confronti di una umanità ferita, umani assumendosi la responsabilità della vita di chi soffre e fatica: «quando incontri qualcuno – ha proseguito – che ha bisogno sei messo in discussione perché sei richiamato alla tua responsabilità.  Puoi vivere secondo l’istinto, oppure puoi vivere da uomo sapendo che quel volto ti dice ‘aiutami, non farmi morire’. Ecco mi ha colpito questo, così come mi colpisce il fatto che in queste valli, in questi anni siano morte persone – più di 10 – che semplicemente volevano trovare della vita. Una cosa che non ci possiamo permettere».

I volontari ci credono, ma per mantenere aperto il rifugio servono anche fondi e su questo don Chiampo lancia un appello. «Per la gestione servono sui 700-800 mila euro all’anno. Abbiamo avuto in parte, in certi periodi, il contributo anche del Ministero degli Interni, ma ormai sono due anni che viviamo di risorse della diocesi di Susa, che sempre ci sostiene, e della Fondazione Magnetto. Sono arrivati dei contributi della Fondazione Sanpaolo e di enti privati che credono in questa esperienza e stiamo cercando con la Città metropolitana di costruire una progettualità che dia almeno un respiro per tutto il 2026….».

«Questo rifugio», conclude il cardinale «naturalmente non può andare avanti da solo e sono stato molto felice di essere qua per dire a tutte le donne e a tutti gli uomini di buona volontà che qui c’è un luogo in cui esprimere qualcosa della nostra generosità e della nostra umanità. Dobbiamo fare in modo che il forestiero non sia un nemico, per questo però c’è bisogno di intelligenza, c’è bisogno di sguardi grandi, c’è bisogno di non usare mai gli stranieri per competizioni di bassa lega tra di noi».

Nel corso della visita il Vescovo ha visitato i locali, ha salutato i migranti, ha ringraziato i volontari e, nella prima stanza, si è soffermato di fronte ai biglietti appesi alle pareti: tanti disegni, scritte nelle varie lingue,  fra questi uno con la frase «L’espoir nous fait vivre». «La speranza fa vivere – ha commentato  Repole – questa mi sembra una bellissima sintesi di quello che accade qui dentro. Una speranza per chi trova un rifugio qui, ma forse anche una speranza per chi offre rifugio e per chi vive l’accoglienza».

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