Il Centenario di fratel Bordino

12 agosto 1922 – Cento anni fa a Castellinaldo (Cn) nasceva il beato cottolenghino fratel Luigi Bordino, esempio per i professionisti della cura. Dopo la tragedia sulle lande desolate della Russia della Siberiper trent’anni serve gli ammalati  nella Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino

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«Non aveva niente, moriva di fame e dava via quel poco che gli passavano. Io non ho conosciuto altri Alpini con il cuore grande come Andrea Bordino» testimonia il commilitone Pietro Ghione. E il cappellano don Carlo Chiavazza nel diario «Scritto sulla neve» racconta: «In questo mondo disperato si rinnovano spesso episodi di carità e di generosità esemplari. I più sani soccorrono i congelati, aiutano i feriti sulle slitte con gesti goffi, accomodandoli sotto le coperte, fasciando le piaghe, ripetendo parole di conforto oppure, quando è il caso, si riuniscono in gruppi per fronteggiare la prepotenza dei tedeschi e degli ungheresi. Sanno farsi rispettare perché, dicono, i sani hanno il dovere di proteggere i più deboli». Gli «sconosciuti santi di Nikolajewka».

Sabato 2 maggio 2015 a Torino il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, in rappresentanza di Papa Francesco, beatificò l’artigliere alpino Andrea Bordino. Dopo la tragedia sulle lande desolate della Russia della Siberia, diventa fratel Luigi della Consolata e per trent’anni serve gli infermi nella Piccola Casa della Divina Provvidenza.

Andrea Bordino nasce cento anni fa il 12 agosto 1922, in una famiglia contadina a Castellinaldo, provincia di Cuneo, diocesi di Alba, che lo educa cristianamente. Determinante la militanza nell’Azione Cattolica: a 19 anni è presidente del circolo della sua parrocchia. Nel gennaio 1942 è arruolato, con il fratello Risbaldo, tra gli Alpini della «Cuneense» mandati a morire dal dittatore Benito Mussolini nella sciagurata «campagna di Russia». La disfatta avviene sul Don nel gennaio 1943. Dopo 12 giorni di marce forzate e aspri combattimenti, il 28 gennaio vicino a Valuiki, gli Alpini esausti sono circondati dai cosacchi. Combattono fino all’ultimo ma non si arrendono: i pochi superstiti sono catturati con le armi in pugno. Solo 1.300 torneranno in Italia.

Andrea è spedito in Siberia nel «Campo 99». Al processo canonico i reduci raccontano la sua dedizione verso i compagni di prigionia. Mesi e mesi di privazioni, atroci sofferenze, spostamenti da un «gulag» all’altro lo riducono a una larva, offre conforto ai moribondi, sostegno ai sofferenti, coraggio ai sopravvissuti. Trasferito in Uzbekistan, assiste gli infetti agonizzanti isolati nelle baracche. I due fratelli rientrano in Italia nell’ottobre 1945.

Nel luglio 1946 Andrea bussa alla «Piccola Casa». Nel 1948 emette i voti come laico consacrato e prende il nome di fratel Luigi di Maria Consolata. Si consacra al servizio degli infermi. Istituisce in ospedale un gruppo di donatori di sangue, scelti di preferenza tra gli ospiti della Piccola Casa e una piccola emoteca nella sala di medicazione, attigua alla sala operatoria. Due intuizioni professionali di grande valore. Anestesista, la sua presenza infonde sicurezza ai medici e agli infermieri e tranquillità ai pazienti. Proprio perché donatore di sangue, nel giugno 1975 scopre di avere una leucemia acuta. Due anni di calvario. Muore a 55 anni il 25 agosto 1977.

Dal 1989 al 1993 a Torino si svolge l’inchiesta diocesana su quello che Papa Benedetto XVI, nella visita alla Piccola Casa il 2 maggio 2010, definisce «una stupenda figura di religioso infermiere». Il 3 aprile 2014 Papa Francesco autorizza la Congregazione per le cause dei santi a promulgare il decreto sul miracolo.

Andrea matura una mite religiosità, una delicata vocazione e una vigorosa spiritualità in quella disastrosa spedizione: le sofferenze che gli mordono le carni e che soccorre nelle carni dei commilitoni lo cambiano in profondità. Uomo di rarissime parole, è muto sulla terribile esperienza. Il cappellano Carlo Gnocchi, l’artigliere Luigi e il capitano Giovanni Gheddo – vercellese e padre di famiglia, prossimo beato – sono alcuni degli esempi di soldati italiani che in quella campagna iniziano un cammino che li porta alla santità riconosciuta. Quella dei soldati italiani, ma anche tedeschi, rumeni, russi non è solo un «calvario» di sofferenza e orrore, di ferocia e fame, di gelo e morte, ma germina frutti inaspettati di donazione e fraternità. Quella interminabile «strada del “davai”» che in russo significa «avanti, cammina!» verso i gulag della Siberia è lastricata di eroismo militare, umana generosità e virtù cristiane. Una situazione tremenda perché i prigionieri hanno perso anche la speranza di tornare «a baita, a casa» perché sono caduti in mano degli spietati russi.

Carlo Gnocchi in «Cristo con gli alpini» scrive: «In quei giorni fatali posso dire di aver visto finalmente l’uomo. L’uomo nudo, completamente spogliato, per la violenza degli eventi troppo più grandi di lui, da ogni ritegno e convenzione, in totale balìa degli istinti più elementari paurosamente emersi. Ho visto contendersi il pezzo di pane o di carne a colpi di baionetta; ho visto battere con il calcio del fucile sulle mani adunche dei feriti che si aggrappavano alle slitte; ho visto un uomo sparare nella testa di un compagno che non gli cedeva una spanna di terra, nell’isba, per poi sdraiarsi al suo posto a dormire. Eppure, in tanta desertica nudità umana, ho raccolto anche qualche raro fiore di bontà, di gentilezza e d’amore – soprattutto dagli umili – e è il loro ricordo dolce e miracoloso quella vicenda disumana».

L’ufficiale Carlo Vicentini in «Noi soli vivi» registra che la solidarietà tra prigionieri va sgretolandosi: «L’egoismo cominciava a farsi strada, ognuno pensava per sé; trascinare, quasi di peso per ore, uno di quei poveri diavoli che restavano indietro, voleva dire spendere energie che domani potevano essere necessarie a noi stessi».  

Lo scrittore cuneese Nuto Revelli – autore di «Mai tardi. Diario di un alpino in Russia», «La guerra dei poveri», «L’ultimo fronte. Lettere di soldati caduti o dispersi nella II guerra mondiale» – in «La strada del “davai”» considera: «Non mi parve poi tanto strano che un reduce dalla prigionia di Russia avesse scelto di farsi frate. Non dimenticherò mai le parole che don Gnocchi ci rivolse dopo il rimpatrio: “I più non sono tornati. Anche noi siamo morti durante la ritirata. Torniamo alla vita migliori”».

Mario Rigoni Stern, autore de «Il sergente nella neve» racconta: «Nei momenti estremi di sofferenza fisica, quando la morte agita sopra di te le sue ali e tutto intorno ti dice che non c’è speranza, ricorri alla preghiera. O alle maledizioni. L’ho visto e provato. Chi supera la prova nasce un’altra volta. Ma con coscienza. Due fratelli in Russia, artiglieri della Cuneense, nella notte dei morti congelati, si stringono vicini e sopravvivono. Promettono una cappellina alla Consolata. Ma Andrea, il più giovane, quando ritorna dalla durissima prigionia, fa di più: bussa alla porta del Cottolengo. Ha vissuto ogni dolore umano e ora al dolore umano decide di dedicare il resto della sua vita. È lì, dentro le mura del Cottolengo per dare una mano ai più appartati e ai più disgraziati umani. Ed è nato per la terza volta».

A Paktarol in Uzbekistan il soldato Mario Corino testimonia: «Noi che eravamo infettivi non avevamo aiuti da nessuno; solo lui ha trovato il coraggio di aiutarci. Eludendo i controlli e quindi a proprio rischio, Andrea veniva nella baracca dove mi trovavo, mi passava una mano sotto la schiena e una sotto le ginocchia e mi portava al gabinetto di peso, servendomi meglio che poteva». Anche l’alpino Michele Pellegrino: «Nel campo si era un po’ tutti avvelenati, la legge della sopravvivenza portava alla rapina vicendevole: ma questo non toccava Andrea Bordino. Lui passava il maggior tempo possibile per confortare i moribondi al lazzaretto, dove li portavano a morire». Così egli, unico tra tutti i prigionieri e pur privo di forze, si recava ad assistere abusivamente i malati più gravi, almeno per sollevarli e girarli sul fianco così da alleviare il dolore delle piaghe. Calorio Melchiorre: «Bordino era “distrofico”, cioè ridotto a pelle e ossa, ma accudiva i malati. Aveva niente da dare, ma faceva quel che poteva e poi ancora un po’ per dare sollievo. Non aveva medicine o materiale ma ti stava vicino, ti aiutava, ti diceva qualche parola di luce, ti dava la forza di dire una preghiera, di ancora sperare. Personalmente durante i due mesi che siamo stati insieme, non temo di affermare che mi ha fatto da padre». Giovanni Giordano: «Specialmente per quelli che erano più malati o moribondi si adoperava affinché non si sentissero abbandonati».

Il fratello Risbaldo: «Materialmente mancavano le condizioni per aiutare il prossimo. Andrea però si serviva di qualunque cosa, anche solo della propria opera, per alleviare le sofferenze altrui. Moralmente fu di molto aiuto per la forza d’animo che dimostrava e il coraggio che seppe infondere. Una sua potente arma era la preghiera. Riusciva a far pregare chiunque. Egli imparò in Russia a fare l’infermiere nel senso che, durante l’epidemia del tifo petecchiale, aiutava gli ammalati trasportandoli per i loro bisogni, pulendoli, muovendoli e assistendoli spiritualmente, anche se gli mancava l’attrezzatura per vere e proprie medicazioni».

Il compagno di gulag Battista Candela: «Verso ottobre del 1944 fui colpito da una grave forma di dissenteria con perdite emorragiche che perdurò per alcuni mesi. In quel periodo era Andrea che veniva a trovarmi. Ci davano da bere un solo mestolo di acqua bollita al giorno: soffrivamo la sete al punto di non poter resistere (l’altra acqua del campo non era potabile!); rammento Andrea che mi supplicava di non berla perché portava il tifo e peggiorava la situazione. Quante volte ho pregato con Andrea!».

Fratel Andrea, che secondo le testimonianze e pur essendo tra i più malmessi in salute, durante la prigionia era l’unico ad avere un’incrollabile e inspiegabile certezza di tornare. Lo testimonia l’alpino Calorio Melchiorre: «Andrea parlava pochissimo, ma quel poco che diceva era sempre un invito alla speranza. Ricordo che andava ripetendo: “C’è un Supremo!”. “Torneremo a casa”. La mia speranza era nei tacchi, invece lui pur mezzo cadavere sembrava certo di ritornare in Italia».

Infermiere al Cottolengo

Durante la prigionia nelle gelide steppe russe e siberiane Andrea Bordino imparò a servire gli ammalati in ginocchio. Racconta l’alpino Mario Corino: «Veniva nella baracca, mi passava una mano sotto la schiena e una sotto le ginocchia e mi portava al gabinetto di peso, servendomi meglio che poteva». Aggiunge Michele Pellegrino, omonimo dell’arcivescovo di Torino: «Nel campo si era un po’ tutti avvelenati, la legge della sopravvivenza portava alla rapina vicendevole: ma questo non toccava Andrea Bordino. Lui passava il tempo a confortare i moribondi nel lazzaretto». E il fratello Risbaldo: «Imparò in Russia a fare l’infermiere: aiutava gli ammalati trasportandoli per i loro bisogni, pulendoli e assistendoli spiritualmente, come poteva».

Durante l’ostensione della Sindone, settant’anni dopo la terribile esperienza del Don e dei gulag, sabato 2 maggio 2015 la Chiesa ha proclamato beato fratel Luigi della Consolata che Benedetto XVI nella visita alla Piccola Casa della Divina Provvidenza il 2 maggio 2010 definì «una stupenda figura di religioso infermiere».

Andrea Bordino nasce il 12 agosto 1922 – cento anni fa – a Castellinaldo, provincia di Cuneo e diocesi di Alba, da una famiglia di agricoltori: dopo la scuola elementare aiuta il papà in campagna e impara tante attività manuali. Un’infanzia e un’adolescenza normali tra famiglia e scuola, lavoro nei campi e parrocchia: a 19 anni è eletto presidente del circolo di Azione Cattolica.

Con la dittatura fascista arriva la guerra. Nel gennaio 1942 è arruolato nel 40° reggimento artiglieria alpina della divisione «Cuneense» e spedito in Russia, con il fratello Risbaldo. Due settimane di tradotta attraverso mezza Europa, poi chilometri e chilometri a piedi per arrivare al fiume Don. L’attacco sovietico costringe gli alpini a ripiegare: migliaia di morti, di feriti, di prigionieri, tra i quali i due fratelli. Andrea finisce in Siberia e poi in Uzbekistan. Fame e gelo, stenti e sofferenze lo riducono a una larva. Conforta i moribondi, aiuta i sofferenti, sostiene i sopravvissu­ti. Dopo l’armistizio e dopo un viaggio di tre mesi torna a casa nell’ottobre 1945. La terribile esperienza lascia una ferita indelebile. Provvidenziale l’incontro con don Secondo Bona, prete della Piccola Casa dove Andrea entra il 26 luglio 1946: il 18 luglio 1948 emette i primi voti religiosi e assume il nome di fratel Luigi della Consolata; nel gennaio 1965 la professione perpetua. Cottolenghino convinto, partecipa alla vita della comunità dei fratelli: vicario generale della Congregazione dal 1966, si occupa del novi­ziato, del probandato, dell’aspirandato e delle comunità locali; nel 1972 è superiore della comunità di Torino.

Impara l’arte infermieristica dai fratelli cottolenghini e frequentando il «Maria Vittoriaۚ» e il «Maurizia­no». Per quasi trent’anni lavora in sala operatoria come anestesista e nei reparti ortopedico e chirurgico. Dopo una giornata intesa e faticosa, dedica la serata ai poveri che bussano alla Piccola Casa da Torino e da fuori: lava e cura piaghe di ogni tipo. Dice: «Dove troviamo maggiore riposo se non anche nell’aiutare il prossimo bisognoso?».

La sanità è efficace quando il professionista cura con perfezione tecnica ma anche con rispetto e comprensione. Fratel Luigi è professionista di alto valore e di grande bravura. I medici per primi ne rilevano le doti umane e professiona­li; le infermiere, religiose e laiche, hanno in lui un modello; i pazienti sono tranquilli e sicuri fra le sue mani robuste e forti. I sanitari si rivolgono a lui quando le diagnosi sono più difficili. Non ha studiato i tomi della medicina ma è molto bravo.

Lo testimonia il dottor Secondo Carnevale Schianca: «Fratel Luigi entrò nella mia vita quando nel 1966 incominciavo la mia attività di medico all’Ospedale Cottolengo. Trovavo incomprensibile e ingiustificata l’importanza che i col­leghi attribuivano alla sua figura e alle sue parole. Nella mia formazione di giovane medico in un istituto uni­versitario impregnato di nozioni, di cultura e di aspirazioni scientifiche, non trovavo logico che un umile infermiere, roz­zo nei modi e incerto nel linguaggio, venisse consultato con tanta riverenza dai medici. Ben presto la mia arrogante presunzione venne puni­ta. Un sabato pomeriggio sono stato chiamato d’urgenza a soccorrere una paziente con una lussazio­ne bilaterale della mandibola. Ahimè! La mia cultura universitaria, la mia esperienza, le mie capacità professionali vennero mortificate mentre fallivo nelle mano­vre terapeutiche. Mi accingevo a trasferire ad altro centro chirurgico l’ammalata, quando una voce timida­mente disse: “Chiamiamo fratel Luigi” e fratel Luigi venne, operò in silenzio e rapidamente ottenne la riduzione della lus­sazione. Cominciai a capire cosa rappresentasse fra­tel Luigi nella sua costante disponibilità e nella sua abilità professionale. Da allora lo ebbi spesso accanto nella difficile rianimazione di un paziente in stato di shock allergico da infusione di sostanze iodate, per accertare una diagnosi di pancreatite, per risolvere le piaghe da decubito, ecc.».

Istituisce il gruppo donatori di sangue, scelti di preferenza tra gli ospiti della Piccola Casa – allora le donazioni erano dirette da donatore a paziente – e una piccola emoteca nella sala di medicazione attigua alla sala operatoria.

Viso aperto, non ride quasi mai, sorride spesso. Ricordano i testimoni: «Aveva un’andatura solenne, non correva né camminava piano, il suo andare era mae­stoso, esprimeva la ricchezza e la nobiltà dei valori che portava in cuore». Dice: «Abìtuati a tenere le mani forti per alleviare le infermità dei corpi ma sfòrzati di mantenere il cuore e la mente uniti a Dio in continua preghiera».

Grande umiltà, una virtù necessaria nel mondo sanitario, spesso invaso dalla prepotenza della carriera, dall’orgoglio del potere, dalla presunzione del sapere, dal delirio di onnipotenza, da un tecnicismo esasperato che crede di poter manipolare tutto, anche la persona, la vita e la morte. Stimato da tutti, non insuperbisce. Un testimone: «Per curare le piaghe spesso lo vedevamo inginocchiato per terra». Fratel Domenico Carena: «Viveva l’onore di servire».

Il suo segreto? Prega, è sempre unito al suo Signore, passa dall’altare alla corsia. Dice: «Alla Piccola Casa è la Divina Provvidenza c’è, è grande e fa tutto». Nel giugno 1975 scopre di essere affetto da leucemia mieloide. Un nuovo calvario di oltre due anni. Spira il 25 agosto 1977. Il suo ultimo atto d’amore il dono delle cornee a due non vedenti.

 

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