Il Concilio Vaticano II e la stampa mondiale

11 ottobre 1962 – La stampa mondiale giudica l’apertura del Concilio Vaticano II sotto i migliori auspici: «Gesto di alto valore storico» («Le Figaro»), «Fatto di pace e distensione fra gli Stati» («Le Monde»), «Gesto coraggioso in un momento in cui la tirannia sottomette la religione a inumana persecuzione» («New York Herald Tribune»), «Progetto meraviglioso ed eccezionale per tutto il mondo» («New York Times») …

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«Eravamo quattro o cinque giornalisti nella Sala stampa vaticana» – che era all’interno del Vaticano, vicino a «L’Osservatore Romano» (n. d. r.) – raccontò Arcangelo Paglialunga, che scriveva per «Gazzettino di Venezia» e «Gazzetta del Popolo» di Torino. Un dirigente dell’ufficio, Luciano Casimiri, si presentò con un foglietto in mano: «Oggi il Papa ha annunciato in San Paolo fuori le mura la convocazione di un Concilio ecumenico per la Chiesa universale, di un Sinodo per la Chiesa di Roma e l’avvio della formulazione di un nuovo Codice di diritto canonico». Stupore per un annuncio clamoroso «poi tutti ci precipitammo ai telefoni e in pochi secondi la notizia fece il giro del mondo».

Ma ecco il colpo di scena. Casimiri torna trafelato: «Aspettate, il Papa non ha ancora dato l’annuncio. La celebrazione è andata per le lunghe». «Niente da fare – narrò Paglialunga – ormai le agenzie avevano battuto la notizia: l’annuncio del Concilio fu dato dai giornalisti al mondo, prima ancora che Giovanni XXIII lo desse ai cardinali. L’Ufficio informazioni de «L’Osservatore Romano», costituito il 20 febbraio 1939 da Pio XI, durante il Concilio funziona come Sala Stampa, dal 1966 sottoposta al Pontificia Commissione per le comunicazioni sociali, poi alla Segretaria di Stato, oggi alla Segreteria per la comunicazione. Direttori e vicedirettori anche dei subalpini: l’aostano Angelo Fausto Vallainc, addetto stampa del Concilio, direttore (1966-70), poi vescovo di Alba; il novarese Pier Franco Pastore, vicedirettore (1976-84); il bresciano Giulio Nicolini vicedirettore (1984-87), poi vescovo di Alba; il gesuita saluzzese Federico Lombardi, pluridirettore di Radio Vaticana, Centro Televisivo Vaticano, Sala Stampa (2006-16). Ricordi nitidi di un evento aperto 60 anni fa da Papa Giovanni l’11 ottobre 1962, anche se il ricordo di Paglialunga si riferisce all’annuncio di tre anni prima, il 25 gennaio 1959.

La stampa mondiale giudica l’evento sotto i migliori auspici. «Gesto di alto valore storico» («Le Figaro»), «Fatto di pace e distensione fra gli Stati» («Le Monde»), «Gesto coraggioso in un momento in cui la tirannia sottomette la religione a inumana persecuzione» («New York Herald Tribune»), «Progetto meraviglioso ed eccezionale per tutto il mondo» («New York Times»), «Avvenimento di portata storica mondiale» («Die Ostschweiz»), «Concilio della speranza» («Echo der Zeit»), «È giunto in un momento quanto mai opportuno» («Vanguardia española»). Tra i protagonisti i media collocano il cardinale arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini – che otto mesi dopo succede a Papa Giovanni sul soglio – «influente alleato della corrente che chiede una maggiore valorizzazione dell’episcopato». «Avanti!» ne risalta «l’intonazione pastorale e conciliante», «l’Unità» prevede che il Concilio condannerà il mondo moderno come «materialista ed estraneo allo spirito», previsione sbagliata perché l’assise non scaglia anatemi; «Italia domani» è ultimativa: «Il Concilio è solo una mossa del Vaticano per assicurarsi il predominio su Asia e Africa». Per «Corriere della Sera» è «l’iniziativa più coraggiosa di un papa» e spiega: «La Chiesa vuole presentarsi al mondo, respingendo i tentativi di considerarla sopra o contro o fuori gli interessi dell’uomo; vuole restare viva e possente nella storia, non farsi estromettere». Il 12 titola: «Serena fiducia nella società contemporanea».

Il «Corrierone» incorre in un clamoroso infortunio. Indro Montanelli, il «maestrone», in tre articoli spiega il perché e il percome Roncalli è un modernista: un clamoroso falso. Gino Fantin, veneto, caporedattore del «Corriere d’informazione», incontra mons. Loris Francesco Capovilla, segretario del Papa: erano stati compagni di scuola. Riferendosi agli articoli di Montaneli, Capovilla urla: «Avete fatto piangere il Papa, andrete all’inferno». Montanelli poi fece ammenda: «Mi hanno usato».

«La Stampa» titola: «Il pontefice esprime serena fiducia nella società moderna» e Arturo Carlo Jemolo parla di «Chiesa viva». Il discorso di Giovanni XXIII «Gaudet Mater Ecclesia» dell’11 ottobre 1962 è straordinario per il tono ottimistico «specie se si pensa – aggiunge Svidercoschi – che fu pronuncia­to da un Papa anziano che vedeva dischiudersi i cancelli della morte»: morirà il 3 giugno 1963. Invita a lottare contro i profeti di sventura e a nutrire il mondo con la medicina della misericordia. Una mattinata piovosa rischia di far annullare la processione in piazza San Pietro, ma all’improvviso esce il sole e il lungo corteo di 2.500 vescovi si dipana in piazza. Alla sera il fantastico «discorso della Luna» di Giovanni: «Andando a casa, portate una carezza ai vostri bambini».

L’atmosfera del Concilio non fu sempre così idilliaca. Ci furono contrasti e scontri e «scoop» veri o presunti. Sostenne Federico Mandillo: «Anche a noi giornalisti il Concilio impose una brusca accelerazione. Dovemmo abbandonare l’atteggiamento provinciale per aprirci ai problemi del mondo che la grande assise portava in casa. Non è stato un avveni­mento per intellettuali ma un fatto di fede che presupponeva una conversione di vita. Sbagliavano coloro che preten­devano di leggerlo con le categorie della politica». Dopo sessant’anni «si è superata la distinzione tra conservatori e progressisti – osserva Svidercoschi – ma ci sono ancora aspetti contraddittori. L’antisemitismo di oggi non è certamente di marca cristiana. Quanti hanno letto la dichiarazione “Nostra aetate”? Sulla liturgia il Concilio ha determinato una rivoluzione copernicana». Si prevede che il Concilio «non abolirà il latino ma consentirà le traduzioni» (Benedettini per il volgare, Gesuiti per il latino); imporrà a vescovi e cardinali «un’età della pensione»; abolirà abiti medievali, titoli e privilegi. «L’obiettivo fondamentale è l’unione dei cristiani».

Benny Lai sostenne di aver coniato il termine «vaticanisti». Bruno Bartoloni confessa la propria ignoranza: «Dovetti consultare l’enciclopedia, per capire di cosa si trattava». Il Concilio incise profonda­mente sul modo di fare informazione religio­sa. Ancora Lay: «In una conferenza stampa si parlava di “pneumatologia ed ecclesialità”. Interruppi perché era un linguaggio incomprensibile. Il Concilio ci costrinse a studiare e a documentarci». Nacque la Sala Stampa: con l’arrivo di centinaia di giornalisti, si dovette allestire un ambiente più grande in via della Conciliazione. Partirono le conferenze stampa, prima sconosciute in Vaticano, per gruppi linguistici. Tra gli informatori c’erano il vescovo Andrea Pangrazio, il gesuita Roberto Tucci direttore de «La Civiltà Cattolica», il teologo milanese don Carlo Colombo. Ricorda Svidercoschi: «Ricevemmo un’informa­zione molto buona; ma alcuni non riferivano gli interventi del card. Alfredo Ottaviani, capo del Sant’Ufficio, perché «di destra».

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