Il Congo al centro della «guerra africana»

Africa – Il giornalista e documentarista Davide Demichelis è stato più volte nelle zone dove è stato ucciso nelle scorse settimane il nostro ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo: alle radici della violenza che infiamma il Congo ci sono le immense ricchezze del sottosuolo

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Una cava_di cassiterite - I continui scontri che insanguinano il Paese da anni sono collegati allo sfruttamento delle risorse minerarie (foto di Alessandro Rocca)

Quella strada ha una storia: la storia di una delle zone più martoriate del mondo, una regione che racchiude tutte le ricchezze, le magnificenze, il fascino e le tragedie dell’Africa. Un’Africa troppo ricca, altro che povera. Ricca di materie prime: oro, diamanti, cobalto, coltan e vari altri minerali, preziosi per il mercato mondiale. Talmente preziosi che per poterli estrarre senza limitazioni e a poco prezzo, qui si è tradotto in pratica un vecchio, tragico motto: «finché c’è guerra, c’è speranza».
Era il 1994 quando percorrevo per la prima volta quella strada, la strada nazionale, che collega Goma con Rutshuru, correndo lungo la frontiera fra la Repubblica Democratica del Congo, il Ruanda e l’Uganda. Qui si distende anche un altro confine, quello della foresta del Congo: polmone verde dell’Africa. Si possono ancora ammirare ampie macchie di foresta vergine, tracce di quella vegetazione lussureggiante a cui l’uomo sta sottraendo lo spazio vitale.
Dal lago Kivu, lasciando la città di Goma, si sale su per le montagne. Siamo nella zona dei monti Virunga e del vulcano Nyiragongo: terra fertile, rossa e nera, ricca di argilla e spesso ricoperta da una lunga e spessa coltre di lava. E poi lassù, fra le vette, i gorilla di montagna, protetti dal Parco Nazionale dei monti Virunga e soprattutto dai settecento ranger che ogni giorno rischiano la vita per garantire la sopravvivenza ad una specie a rischio di estinzione, che rappresenta anche un’attrazione turistica unica e garantisce quindi una delle poche forme di sostentamento rimaste alla popolazione locale. Solo negli ultimi anni duecento ranger hanno perso la vita negli scontri con bracconieri e bande armate, per proteggere questi primati.

Il lago Kiwu (foto Alessandro Rocca)

Era il 1994 quando il Nord Kivu veniva invaso da due milioni e mezzo di persone nel giro di poche settimane. Erano profughi, in gran parte hutu, in fuga dal Ruanda, l’anno del genocidio. Quella strada era invasa da fiumi di persone, che fuggivano dai massacri. A piedi scalzi avevano macinato chilometri di asfalto in Ruanda ed ora fuggivano più lontano possibile lungo la direttrice di questa pista sterrata. Seguendo il flusso dei profughi abbiamo attraversato la frontiera quasi senza accorgercene, a darci il benvenuto nell’allora Zaire c’era un’enorme montagna di armi. Le avevano sequestrate ai profughi. Quanti altri kalashnikov, fucili, pistole, macete e bombe a mano, avranno attraversato il confine? Spuntavano le prime tende, buttate lì, a caso. Solo dopo vari giorni le Nazioni Unite attrezzarono i campi profughi, che poi rimasero lì per anni. Li popolavano centinaia di migliaia di persone, che avevano perso tutto e dipendevano dagli aiuti internazionali o dalle bande armate che si spartivano il territorio. È facile immaginare quanto potesse essere pericolosa, quella terra di nessuno.
Dopo il 1994 altre crisi si sono abbattute sul Nord Kivu. Ad esempio la seconda guerra del Congo, detta anche la Guerra mondiale africana, fra il 1998 e il 2003. Un conflitto che ha coinvolto 35 gruppi armati di otto nazioni africane (oltre al Congo, il Ruanda, il Burundi, l’Uganda, la Tanzania, l’Angola, il Ciad e il Sudan). Un conflitto che ha provocato oltre 5 milioni di morti: il più cruento, dopo la Seconda guerra mondiale. Le ricchezze di questa regione suscitano troppi interessi, fin dai tempi della colonizzazione. Nel 1884 a Berlino si tenne la Conferenza dell’Africa Occidentale che aveva prima di tutto lo scopo di regolare il commercio europeo in Africa nelle aree dei fiumi Congo e Niger. Leopoldo II, re del Beglio, si aggiudicò il bacino del Congo che sfruttò senza remore. In soli vent’anni di dominio coloniale il suo governo causò la morte di dieci milioni di persone, per amputazioni, violenze, epidemie e fame. A sud di Bukavu vi è una enorme collina che custodisce una gran quantità d’oro. Il re aveva ordinato ai suoi uomini di tagliarla e portarla in Belgio, dove il prezioso minerale sarebbe poi stato estratto. I suoi consiglieri, dopo vari sopralluoghi, capirono finalmente che quel progetto era irrealizzabile. La collina è rimasta là, è stata forata come un pezzo di gruviera, e sono ancora migliaia le donne, gli uomini (e i bambini…) che continuano a scavare buche precarie, per andare alla ricerca dell’oro.
Nel 2003 ho percorso nuovamente quella strada, per andare a vedere i gorilla di montagna. Abbiamo dovuto attendere vari giorni prima di avere il via libera dal governatore di Goma, che ci ha assegnato una scorta di una ventina di uomini. Sulla via del Parco, il nostro corteo di auto si è fermato davanti ad un vecchio edificio abbandonato. Era la sede di lavoro di Dian Fossey, la zoologa statunitense che ha dedicato gran parte della sua vita allo studio e alla protezione dei gorilla di montagna. È stata barbaramente uccisa il 26 dicembre 1985, probabilmente dai bracconieri, che aveva osteggiato. Lasciate le auto, abbiamo camminato tre ore per raggiungere la prima famiglia di gorilla. Stavamo per entrare in una macchia di foresta quando abbiamo incontrato Bicidi, un pastore quattordicenne con le sue mucche. Gli ho chiesto se avesse mai visto i gorilla, e lui con lo sguardo fisso a terra ha risposto di no. Qui, non si usa guardare in volto l’interlocutore, è un segno di rispetto. Soprattutto bisogna sempre diffidare di chiunque, tanto più se si tratta di uno straniero. I gorilla spesso superano le recinzioni che delimitano la zona del parco, per spingersi nei campi coltivati alla ricerca di cibo. E qui, cadono vittime della gente locale, che li uccide per proteggere il raccolto e mangiarne la carne. Questa guerra fra poveri però, deve restare segreta: Bicidi ha imparato la lezione.
Sulla strada da Goma a Rutshuru (foto Alessandro Rocca)

È dal duemila che le Nazioni Unite presidiano la Repubblica Democratica del Congo con una delle più costose operazioni di mantenimento della pace promosse dal Palazzo di vetro, la Monusco, che quest’anno dovrebbe essere ulteriormente potenziata. Si tratta di una missione fra le più costose, ma anche fra le più fallimentari. I caschi blu non sono riusciti a mantenere la pace e neanche a proteggere la popolazione civile. In molti casi si sono persino resi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Sull’altra sponda del lago Kivu, nella città di Bukavu, opera il ginecologo Denis Mukwuege, premio Nobel per la Pace per l’assistenza prestata alle numerose donne vittime di violenza sessuale. Mukwuege non usa mezzi termini: «La violenza delle bande armate e il conflitto senza fine sono direttamente collegati allo sfruttamento delle ingenti ricchezze minerarie di questo territorio».
È questa la cornice in cui il 22 febbraio si è consumato l’agguato alle due auto delle Nazioni Unite, su cui stavano viaggiando l’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha Milambo. Era un rapimento a scopo di riscatto o l’obiettivo di quei miliziani erano le Nazioni Unite, o proprio l’Ambasciatore italiano? Difficile dirlo. Di sicuro, sarà tutt’altro che facile accertare la verità. Due settimane dopo, il 5 marzo, nella stessa strada è stato ucciso William Assani, il magistrato congolese che stava indagando su quell’attentato. Secondo padre Filippo Ivardi Ganapini, direttore di «Nigrizia», la rivista dei missionari comboniani, questi attentati avrebbero uno scopo preciso: l’occupazione del territorio congolese da parte del Ruanda. Secondo questa tesi l’ambasciatore Attanasio sarebbe stato eliminato da guarnigioni ruandesi in quanto stava monitorando gli aiuti umanitari e indagando su alcune stragi sospette. Questa sua volontà di accertare verità scomode gli sarebbe costata la vita.
Intanto nella Repubblica Democratica del Congo si contano ancora cinque milioni di sfollati interni e un milione di profughi fuggiti all’estero, mentre i signori della guerra continuano a governare indisturbati ampie porzioni di territorio, soprattutto nel Nord Kivu, dove estraggono illegalmente preziosi minerali. Perché, il Congo, è così: «finché c’è guerra, c’è speranza».
Davide DEMICHELIS

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