Il Cottolengo santo da 90 anni

19 marzo 1934 – «San Giuseppe Benedetto Cottolengo, un genio del bene» lo definisce Papa Pio XI alla canonizzazione il 19 marzo 1934, novant’anni fa, nella Basilica di San Pietro in Vaticano

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San Giuseppe Benedetto Cottolengo

«San Giuseppe Benedetto Cottolengo, un genio del bene» lo definisce Pio XI alla canonizzazione il 19 marzo 1934, novant’anni fa. Alla sua morte il 30 aprile 1842 re Carlo Alberto esclama: «Ho perduto un grande amico».

La canonizzazione di San Giuseppe Benedetto Cottolengo nella Basilica di San Pietro il 19 marzo 1934

«Siamo giornalmente circondati e assediati dagli accattoni: tale è il numero che, anche se tutti fossero realmente poveri e non viziosi, non sarebbe possibile avere né i mezzi né il tempo di fermarsi  e di soccorrerli tutti. Così siamo costretti a proseguire il cammino senza ba­dare né alle loro lagrime né ai loro scongiuri». Questo dice nel 1827 il conte Luigi Fran­cesetti di Mezzenile alla Commissione agricoltura e commercio.

La Torino della prima metà dell’Ottocento – quella della prodigiosa stagione delle guerre, della politica e dei santi – è una città povera e di poveri. Su 127 mila torinesi, almeno 20 mila vivono nella miseria. A ri­dosso dei palazzi barocchi e all’ombra della reggia, uomini e donne dormono in otto per stanza, calzano gli zoccoli, anche d’inverno. Altissima la mortalità infantile; centinaia e centinaia i mendicanti, le prostitute, gli ammalati senza cure. Occuparsi di loro significa supplire all’assenza di uno Stato privo di mezzi, di strutture e del­la mentalità per occuparsi dei diseredati. Così se ne curano borghesi caritatevoli come i D’Azeglio, marchesi devoti come Carlo Tancredi e la sposa Giulia Falletti di Barolo e preti venuti dalla provincia come Giuseppe Benedetto Cottolengo e Giovanni Bosco.

I festeggiamenti nella Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino dopo la canonizzazione di San Giuseppe Cottolengo a Roma il 19 marzo 1934

Don Giuseppe Benedetto Cottolengo arriva a Torino il 29 maggio 1818 da Bra, estrema periferia della diocesi verso Cuneo. Lau­reato in Teologia, è canonico nella centralissima parrocchia Corpus Domini, un prete conscio del proprio ruolo e partecipe dei privilegi della casta. Fino al 2 settembre 1827. Quel giorno l’operaio Pietro Ferrario, la moglie Giovanna Maria Gonnet e i tre figli, lasciata Milano per raggiungere Lione, transitano per Torino: la donna, colta da malore, è portata all’ospedale «San Giovanni Battista» ma, secondo i regolamenti, non può essere ricoverata perché incinta. Anche l’«Ospizio della maternità di San Michele» la respinge perché accoglie solo le donne incinte in buone condizioni. Febbricitante e spossata, finisce in un dormitorio pubblico per barboni, a fianco del Municipio: si aggrava e chiede un prete. Dal Corpus Domini arriva don Cottolengo. Troppo tardi. Una scena straziante: i figlioletti piangono disperati; il padre impreca contro la città.

«Ma il più colpito è il Cottolengo – scrive lo scrittore don Giovanni Barra – ed è ossessionato dal quadro di squallore, miseria e disperazione. In ogni uomo sonnecchia l’eroe. Basta svegliare l’eroe latente, il gigante della carità». Un lampo squarcia la notte dell’incertezza. Fa suonare le campane e agli sbalorditi fedeli, esclama: «La grazia è fatta! La grazia è fatta!».

Avvia un’iniziativa unica al mondo: una specie di «pronto soccorso» per i più poveri. Il 17 gennaio 1828 nasce l’«Ospedaletto della Volta Rossa». Il colera del 1831 sconvolge Torino. Troppi malati, i vicini protestano, il Comune interviene, Cot­tolengo risponde: «Noi di Bra sappiamo che i cavoli, perché vengano belli e robusti, vanno trapiantati. La Divina Provvidenza pianterà altrove e si farà un gran bel cavolo». Si trasferisce nei prati di Valdocco in una casupola tra fi­lande, osterie e casolari: due stanze, una tettoia, la stalla, il fienile: «Questi sono i principi. La Piccola Casa sarà la cittadella di Torino e del Piemonte. Verrà il giorno in cui migliaia di persone mangeranno il pane della Provvidenza». Una notte portano una donna coperta di piaghe e vermi: «Vi ringrazio di cuore del gioiello che avete portato alla Piccola Casa».

Trova vuota la cassetta delle elemosine e il fornitore della legna reclama i suoi soldi. Si rivolge alla Madonna: «Sentite, madre mia cara, se non mi aiutate che farò? Dovrò chiudere e andarmene? Farete brutta figura anche voi». Torna alla cassetta e la trova piena di marenghi. Lo avvertono che non c’è più farina: si inginocchia da­vanti al quadro della Madonna. Un’ora un misterioso benefattore lascia un car­ro di farina.

Ma il vero miracolo è che restituisce dignità alla folla di storpi, ciechi, deformi e folli che mendicano nelle strade, scherniti e schivati. Nascono l’orfanotrofio, le scuole per i sordomuti e per i poveri; l’infermeria «per malati acuti». La società Montyon e Franklin gli assegna la medaglia d’oro, una sorta di Nobel del primo Ottocento: gliela consegna l’erede al trono, Vittorio Emanuele: «Non la merito, sono nato tra i cavoli di Bra». Ordina: «Non re­gistrate quello che la Provvidenza ci manda: sa tenere i registri meglio di noi. Non cercate di conoscere il numero dei ricoverati. Non immischiatevi negli affari della Provvidenza. E non affannatevi perché non ha bisogno di voi». Quando nel 1842 muore a 56 anni, i ricoverati sono 1.300.

Scrive Camillo Benso di Cavour, protagonista dell’unità d’Italia: «Cottolengo è un uomo semplice, fonda un’opera mirabile sostenuta da un sol uomo che altro non possiede che gli inesauribili tesori di un’immensa carità. Confida nella Provvi­denza che non gli manca mai. Il canonico non ha ragio­nieri, non ha carte, non ha libri, non ha registro. Eppure tut­to procede con ordine e tutti hanno il solo pensiero della Provvidenza. Un uomo prodigioso».

La Piccola Casa per i torinesi è «il Cottolengo», cittadella della sofferenza e della carità, dove ognuno ha il suo compito: chi soffre, chi prega, chi lavora, chi serve, chi cura, chi istruisce, chi amministra. «Fare bene fa bene al cuore». Quando muore un giornale scrive: «La sua vita è stata un’intensa giornata d’amore». Per umiliarsi fa vedere una vecchia moneta d’oro del Cantone di Berna in Svizzera. Su una faccia si legge una frase latina e sull’altra si vede l’immagine di un orso. Spiega: «Il lato dov’è scolpito “Deus providebit” mostra la fiducia della Piccola Casa nella Provvidenza: qui poi dove sta questo bestione, s’insegna che il Signore si serve di un orso – e accenna a sé stesso – per giustificare la fiducia della Piccola Casa».

Pier Giuseppe Accornero

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