Il crocifisso non discrimina

Torino – Il crocifisso non discrimina. La sentenza della Corte di Cassazione del 9 settembre 2021 ribadisce che «l’affissione del crocifisso – al quale si legano, in un Paese come l’Italia, l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo – non costituisce un atto di discriminazione». Ne prenda diligente nota Silvio Viale, consigliere comunale di Torino che ha tolto il crocifisso dalla Sala Rossa dove si riunisce il Consiglio Comunale

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Il crocifisso non discrimina. La sentenza della Corte di Cassazione del 9 settembre 2021 ribadisce che «l’affissione del crocifisso – al quale si legano, in un Paese come l’Italia, l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo – non costituisce un atto di discriminazione». Ne prenda diligente nota il dott. Silvio Viale, consigliere comunale di Torino che ha tolto il crocifisso dalla Sala Rossa dove si riunisce il Consiglio comunale e che annuncia: «In nome del supremo principio di laicità dello Stato, non sono più disposto ad accettare l’esposizione del crocifisso nella sala che rappresenta tutti i torinesi».

La decisione della Cassazione – crediamo l’ultima in ordine di tempo – applica pienamente il principio di libertà religiosa sancito dalla Costituzione, rigettando una visione laicista della società che vuole sterilizzare lo spazio pubblico da ogni riferimento religioso. La Corte riconosce la rilevanza della libertà religiosa, il valore dell’appartenenza, l’importanza del rispetto reciproco. A favore di questa interpretazione negli ultimi anni si sono stati: una famosa scrittrice ebrea atea; due pronunciamenti del Consiglio di Stato; una sentenza della Corte Costituzionale; la sentenza della Grand Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Attaccare le radici senza riflettere su ciò che siamo è errato. Lo scrisse il 22 marzo 1988 su «l’Unità» Natalia Ginzburg, ebrea atea, una riflessione pacata in risposta a futili polemiche: «Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo smettere di dire così? Il crocifisso è simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce, che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino». Aggiunge: «Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Il crocifisso fa parte della storia del mondo».

Il crocifisso resta nelle aule scolastiche. La Corte Costituzionale il 15 dicembre 2004 ha dichiarato «manifestamente inammissibile» la questione di legittimità sollevata dal Tar del Veneto sui regolamenti che riguardano l’esposizione del simbolo religioso. La Consulta spiega che gli articoli 159 e 190 «si limitano a disporre l’obbligo a carico dei Comuni di fornire gli arredi scolastici per le elementari e medie», ma circoscrivono «l’oggetto e il contenuto solo all’onere della spesa». In sostanza crocifisso e presepe per i credenti sono segni di fede e una presenza preziosa anche per chi non crede. Toglierli dai luoghi pubblici è un impoverimento della vita collettiva.

«Se è vero che il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso, non sussistono nella fattispecie elementi attestanti l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni». Nel marzo 2011 è la conclusione cui è giunta la Grande Chambre della Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo che ha assolto l’Italia dall’accusa di violazione dei diritti umani per il crocefisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici. Questa presenza non rappresenta indottrinamento. In sostanza dice: non togliete il crocifisso dalle scuole e dai luoghi pubblici perché per l’Italia e l’Europa è un segno di identità ed esprime una tradizione che tutti riconoscono. La Grande Chambre di Strasburgo, organo del Consiglio d’Europa che conta 47 Paesi, dunque è più grande dei 27 dell’Unione europea e conta tutte le Nazioni del vecchio continente. La Corte ha concluso a maggioranza per la non violazione dell’articolo 2 del Protocollo n.° 1 (diritto all’istruzione) alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. «Nel rendere obbligatoria la presenza del crocifisso nelle aule la normativa italiana attribuisce alla religione maggioritaria del Paese una visibilità preponderante nell’ambiente scolastico. La Corte ritiene tuttavia che ciò non basta a integrare un’opera di indottrinamento da parte dello Stato. Un crocifisso apposto su un muro è un simbolo essenzialmente passivo, la cui influenza non può essere paragonata a un discorso didattico o alla partecipazione ad attività religiose». Dichiara padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana: «Si tratta di una sentenza che fa storia. Si riconosce a un livello giuridico autorevolissimo e internazionale, che la cultura dei diritti dell’uomo non deve essere posta in contraddizione con i fondamenti religiosi della civiltà europea, a cui il Cristianesimo ha dato un contributo essenziale».

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