Il dolore di Nosiglia per i migranti morti in mare

Torino – L’Arcivescovo il 27 aprile ha presieduto, nella chiesa dei Santi Martiri, una Veglia di preghiera, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, in suffragio delle persone migranti morte nel naufragio al largo della Libia nei giorni scorsi. GALLERY

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Mons. Cesare Nosiglia (foto Pellegrini)

L’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia il 27 aprile ha presieduto nella chiesa dei Santi Martiri a Torino una Veglia di preghiera, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, in suffragio dei migranti morti nel naufragio al largo della Libia nei giorni scorsi. Pubblichiamo il testo dell’omelia.

Sorelle e fratelli,
questa sera siamo riuniti per ascoltare questa parola del Signore che è un cantico, un salmo straziante che Giona ha pronunciato mentre era nel ventre del pesce e che ci dice tutta l’angoscia di un uomo gettato nell’abisso del mare, circondato dalle correnti con le onde che lo sovrastano. Attraverso questa parola, rileggendo questo Salmo, vogliamo fare nostra, per quello che possiamo, l’angoscia delle decine di persone che hanno perso la vita ieri nel Mare Mediterraneo vicino alla costa libica: Persone a cui è mancato qualsiasi tipo di soccorso e che sono state indotte da trafficanti senza scrupoli ad attraversare un mare agitato.

Sentiamo su di noi il peso di questa angoscia, di questa sofferenza, di questo dramma, di questa tragedia accaduta vicino a noi, tanto vicino a noi, vicino al nostro Paese, vicino alla nostra Europa, al confine dell’Europa. Siamo ancora turbati per ciò che è accaduto e vorremmo che tutto il mondo facesse suo questo Salmo, queste parole di Giona e che tutti potessero almeno per un momento identificarsi con l’angoscia di chi è travolto dalle onde di un mare agitato, senza nessun riferimento, senza nessun appoggio, senza nessun salvataggio.

Queste notizie passano tanto velocemente ed è anche questo che ci stupisce. La nostra indifferenza è diventata freddezza: si passa da una cosa all’altra senza mai fermarsi se non attorno a noi stessi e alle nostre sofferenze. E allora ascoltare la Parola del Signore, e con essa il grido di angoscia lanciato da tante persone durante questo viaggio e altri viaggi, in balìa di condizioni di viaggio insopportabili, è per noi un momento per fermarci e per dire che tutto questo è inaccettabile. Dobbiamo reagire ogni giorno nella vita, innanzitutto innalzando la nostra preghiera al Signore, lottando ogni giorno per vincere l’indifferenza di questo nostro mondo, di questo nostro tempo così stordito, così preso da sé.

Quando Papa Francesco all’inizio del suo pontificato si recò a Lampedusa, uno dei luoghi simbolici delle morti dei profughi del Mediterraneo, disse: “Chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle; ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta l’anestesia del cuore; ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi e rende le persone insensibile alle grida degli altri”. Queste parole, pronunciate alcuni anni fa, sono tanto vere ancora oggi. Sono tanto vere se pensiamo alla tragedia di questa notte, sono tanto vere se pensiamo al cuore indurito, al cuore stordito, al cuore accomodato nel proprio benessere, all’anestesia del cuore che tante volte tocca anche la nostra vita. Noi conosciamo queste storie, Sant’Egidio con le chiese protestanti e la Conferenza Episcopale Italiana, abbiamo aperto dei corridoi umanitari che possono essere una salvezza per tante persone, ma questo non ci deve anestetizzare, anzi ci deve impegnare ancora di più e ci deve liberare dall’anestesia del cuore, dallo stordimento che tante volte prende nelle nostre giornate, tanto siamo ripiegati su noi stessi.

La preghiera di questa sera che coinvolge tutte le comunità di Sant’Egidio in Europa vuole essere anche una grande domanda alla nostra società, a chi ci governa, a tutti: la domanda di smettere di essere anestetizzati e di piegarci finalmente ad ascoltare il grido di chi soffre. Siamo capaci di amare e di ospitare lo straniero come Dio lo ospita nel mondo e lo salva nella sua misericordia? È la domanda che ci fa questa sera la Parola del Signore e allora l’angoscia diventi misericordia, diventi la misericordia di ogni giorno di colui che apre il cuore, che permette all’altro di rigenerarsi, di sentirsi a casa sua, di prendere fiato e di fare l’esperienza che c’è qualcuno che condivide con lui la propria storia.

Facciamo dell’ospitalità ogni giorno in questa città un evento di grazia del Signore, mostriamo che l’ospitalità è possibile; che non solo è possibile ma che è un evento di grazia del Signore e che le porte chiuse e che i muri rappresentano solo una crudeltà.  L’ospitalità è un evento di grazia del Signore, lo sperimentiamo ogni giorno. Il Signore si onora di visitarci e di farsi accogliere inviando presso di noi una sua immagine, quella del migrante e del rifugiato. Per questo, fedeli alla Parola del Signore, siamo chiamati ancora questa sera ad accogliere nel nostro cuore questo grido, ma anche la vita di tutti coloro fratelli e sorelle, che vivono tra noi con il saluto del risorto: “Pace a voi!”. Diffondiamo la cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità che è la cultura di cui oggi questo mondo ha bisogno e di cui manca tanto, per accogliere l’onore della visita che il Signore ci fa attraverso la storia, la vita di tanti migranti, di tanti rifugiati e dei loro figli.

Detto ciò desidero condividere con voi quanto ho sofferto e sentito nel cuore e nella mia coscienza quando ho saputo di questa tragedia.
È risuonata in me la richiesta del Signore “dove è il tuo fratello ? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo”. Sì cari amici vorrei che sentissimo risuonare questo grido perché forse anche in noi prevale la risposta di Caino: sono forse io il custode di questi miei fratelli? Sì, ne siamo tutti i custodi e dunque ne siamo tutti causa anche della loro tragedia e morte. Non possiamo solo alzare il dito per accusare altri che pure hanno una grande responsabilità, ma accusiamo anche noi stessi la nostra indifferenza e noncuranza verso questi fratelli e sorelle e chiediamo il loro perdono perché non si ripeta più una simile tragedia. Solo così potremo ricevere anche da Dio il perdono e la forza di opporci ad ogni forma di esclusione e rifiuto di chi ci interpella nella miseria e sofferenza che vivono tanti immigrati che giungono nel nostro Paese dal nord al sud e chiedono di essere considerati veramente come spesso diciamo a parole nostri fratelli e sorelle.

La preghiera questa sera nutra il nostro spirito di questa grazia perché tale è ogni impegno che esercitiamo verso il prossimo che il Signore ci fa incontrare e amare nella vita di ogni giorno.

+ Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino

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