Il dono di Nosiglia: “resterò in parrocchia”

Arcivescovo emerito – Mons. Nosiglia non lascerà Torino. Si metterà a servizio di una parrocchia, la comunità del Pilonetto in corso Moncalieri. E continuerà nel suo impegno a fianco dei poveri, dei disoccupati, dei migranti e senza dimora

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«Sono convinto che l’azione di impegno per i lavoratori senza lavoro e le loro famiglie, come del resto i senza dimora e immigrati che vivono nell’Episcopio, sono una realtà importante che merita la più ampia considerazione da parte di tutti. Per cui non cesserò di essere loro vicino con ancora più intensità e attenzione. Ma nello stesso tempo, sono certo che la preparazione del nuovo Arcivescovo sul piano teologico e culturale sarà ancora di più un volano importante perché ogni povero si senta amato dal Signore e dalla Chiesa e le varie istituzioni della nostra città trovino nel Vangelo quel dono di grazia insostituibile per dare fiducia e speranza nell’amore di Dio e nella fraternità di chi, mediante la carità e l’accoglienza,  scopre la bellezza e grandezza  dell’incontro con Cristo». Così mons. Cesare Nosiglia dice alla «Voce e Il Tempo» all’indomani dell’annuncio del suo successore, don Roberto Repole, della sua intenzione – annunciata per la prima volta pubblicamente nell’ottobre scorso al Cottolengo, in occasione della presentazione del Bilancio di Missione della Piccola Casa della Divina Provvidenza – di rimanere a Torino, nella parrocchia Madonna Addolorata al Pilonetto, dedicando la sua «pensione» all’amata Chiesa di San Massimo.

Mons. Nosiglia in visita al campo Rom di strada dell’Aeroporto nel luglio 2021 – foto Pellegrini

Chi ha avuto, come noi cronisti della «Voce», la fortuna di seguire passo passo il ministero di mons. Nosiglia in diocesi, non si è stupito della sua scelta di rimanere in città per proseguire il suo servizio, soprattutto nei confronti della Torino che va avanti a scartamento ridotto: quella delle periferie, dei nomadi, dei carcerati, dei senza fissa dimora, degli stranieri, dei disoccupati, dei malati, degli anziani soli. Sono gli «scarti» della società, tanto cari a Papa Bergoglio, eletto al soglio pontificio il 13 marzo 2013, quasi tre anni dopo l’ingresso di Nosiglia a Torino (21 novembre 2010). Una «categoria di persone» poco considerata dalla Torino che va a piena velocità e che mons. Nosiglia in qualche modo anticipando papa Bergoglio, ci ha invitato a trattare con un occhio di riguardo mettendola al centro della nostra comunità cristiana. Un esempio su tutti è la Lettera pastorale ai Rom e ai Sinti, pubblicata il 24 ottobre 2012, «Non stranieri ma concittadini e familiari di Dio» con cui, a due anni dal suo ingresso in diocesi, chiariva a tutti lo stile del suo episcopato accanto agli ultimi.

Del resto la parola che più ricorre nei suoi discorsi, soprattutto rivolti ai lavoratori dell’ex Embraco e molti altri, ai manager e ai politici che hanno un ruolo centrale nella soluzione della crisi è «dignità». Dare dignità è il leitmotiv dell’episcopato di Cesare, «padre, fratello e amico», perché «senza dignità non c’è speranza e finiamo tutti per accettare miseria e diseguaglianze». Così ogni volta recandosi in visita in carcere al «Lorusso e Cutugno» e al minorile «Ferrante Aporti», ha assicurato ai reclusi che avrebbe fatto il possibile perché i penitenziari cittadini venissero considerati dalla comunità cristiana «come parrocchie della diocesi».

«Chi altri come i Santi sociali che tutti conosciamo sono i nostri più validi ed efficaci maestri di vita e di umanità e fede di cui c’è oggi tanto bisogno nella nostra città e paese? Mi auguro che tutti i credenti e gli uomini e donne di buona volontà che vivono nel nostro territorio si sentano chiamati in causa per ritrovare slancio di fede e di amore da vivere e testimoniare con impegno e determinazione», conclude l’Arcivescovo, «io negli 11 anni del mio ministero a Torino ho imparato ad apprezzare quanti umanamente appaiono solo bisognosi di cura e di attenzione, quando invece posseggono una serie di valori non solo importanti ma decisivi per tutta la nostra Chiesa e comunità civile. Sì, mi sono abituato ad ascoltare e imparare da loro una grande serie di insegnamenti che mi hanno arricchito molto sul piano della fede e dell’amore vicendevole. Per questo li avvicinavo volentieri, non tanto e solo per dare aiuto e sostegno di cui avevano anche bisogno, ma per ascoltarli come maestri di Vita e di amore più di quanto io potessi loro dare. Per questo sento di avere verso di loro un dovere di riconoscenza che porterò con me per sempre». Grazie mons. Cesare.

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