Galeazzo Bignami, deputato di Fratelli d’Italia con curriculum politico di provenienza filofascista e filonazista, dovrebbe studiare la storia prima di parlare di cose che non conosce e di insultare la memoria del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, uomo di Stato cristallino, che l’autore del presente articolo ha conosciuto e ammirato.
COSA HA DETTO BIGNAMI – Il 6 agosto, parlando alla Camera, Bignami ha citato le elezioni del Quirinale del 1992: «Per noi – ha detto – fu una sconfitta il fatto che il Movimento Sociale italiano non riuscì a fare eleggere Paolo Borsellino: per noi quella fu una sconfitta. Se fosse diventato Presidente della Repubbluca, Borsellino sarebbe con noi a combattere battaglie buone e giuste per l’Italia. La sinistra fece eleggere Scalfaro, che un anno dopo liberò 300 mafiosi al 41 bis che furono rimandati in galera dal ministro della Giustizia Conso».
RICOSTRUZIONE FALSA – In verità il primo che propose l’elezione di Scalfaro, democristiano moderato, era stato il radicale Marco Pannella. Il 25 maggio 1992 Scalfaro fu eletto Presidente al 16° scrutinio con 672 voti di democristiani, socialisti, socialdemocratici, Pds, verdi, La Rete, liberali e radicali.
Anche il resto della ricostruzione di Bignami è falsa e non regge alla prova dei fatti. Nel 1993 il «carcere duro» durava 6 mesi o 1 anno, eventualmente da prorogare. Nel novembre ’93 scadevano i decreti per 334 persone detenute in regime di articolo 41-bis. Scalfaro, Capo dello Stato, non aveva nessun potere per intervenire; fu invece il ministro Giovanni Conso a decidere di non prorogare il decreto: i detenuti al 41-bis non furono comunque scarcerati, ma trasferiti al regime ordinario. Conso difese poi la sua decisione parlando alla Commissione parlamentare sulle stragi: «Non c’era un’ottica di pacificazione, ma di frenare la minaccia di altre stragi», dopo quelle di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e Borsellino (19 luglio 1992). Fu proprio la strage di Capaci ad accelerare l’elezione di Scalfaro, alla vigilia di Tangentopoli.
UN GRANDE ITALIANO – Il distintivo dell’Azione Cattolica all’occhiello della giacca, la corona del rosario in tasca, il Vangelo in mano, la Costituzione nel cuore. Da questi «segni» Scalfaro non si è mai distaccato. Uomo dalla fede convinta e limpida, dalla testimonianza coerente e rigorosa, dalla profonda umanità. Dalla fede nasce la sua fermezza nell’affrontare difficili vicende del secondo dopoguerra, tenendo dritta la barra della democrazia e portando la nave della Repubblica fuori dalla tempesta. Una fede imparata in famiglia, curata e irrobustita alla scuola dell’Azione Cattolica.
Figlio di un impiegato delle Poste di origine siculo-pugliese – che non prese la tessera fascista e, per questo, non fece carriera – e di una piemontese di Canelli, era nato a Novara il 9 settembre 1918. Dopo la maturità si iscrive a Legge all’Università Cattolica a Milano a contatto con i giovani di Azione Cattolica e gli universitari della FUCI. Laureandosi in giurisprudenza, nel 1943 entra in magistratura. Deve fare i conti con le leggi dello Stato. Giovanissimo pubblico ministero, affronta il processo contro un aderente alla Repubblica di Salò, incriminato per omicidio, che secondo il Codice deve essere condannato a morte: «Fu uno dei momenti più terribili della mia vita. Sono sempre stato contrario alla pena capitale (poi abolita, n. d. r.), ma in quell’occasione era mio dovere chiederla nel rispetto della legge. Mi tormentai per giorni, poi chiesi la massima pena, ma aggiunsi di essere contrario». L’uomo fu poi graziato.
DIO E LE LAMPADINE BRUCIATE – Eletto alla Costituente con oltre 40 mila preferenze, interviene sui rapporti civili e sulla relazione tra Stato e persona. Partecipa per la DC alla storica campagna elettorale del 1948. Riconfermato parlamentare nelle legislature successive, ricopre incarichi di governo e altre cariche istituzionali. Ministro dell’Interno nel 1983-1987 con Bettino Craxi, a Vittorio Messori racconta: «Ogni tanto un amico sacerdote mi apre una chiesa di solito chiusa nel centro di Roma. Prego davanti a un’antica tomba: è quella di Alessandro VI, Papa Borgia. Quel Papa sciagurato mi è caro perché è soprattutto in lui – più ancora che nei Papi santi – che risplende la potenza di Dio. Dio è Dio perché fa luce con le lampadine bruciate: se usasse quelle buone che Dio sarebbe?».
L’HO CONOSCIUTO – Quand’ero giornalista all’”L’Eco di Bergamo” conobbi Scalfaro l’11 maggio 1986 quando rendeva la sua testimonianza a migliaia di giovani insieme al campione di ciclismo Felice Gimondi, al capitano dell’Atalanta Eugenio Perico, al missionario padre Piero Gheddo, al giornalista del «Tg1» Alberto Michelini. Le sue parole furono accolte da un’ovazione: «Il tavolo del ministro dell’Interno è come un grande confessionale. Al mattino presto mi raccontano cosa è accaduto nella notte: omicidi, reati, sciagure, incidenti, miserie. Il nostro è un Paese in cui l’assoluta maggioranza lavora, si impegna, tira avanti, manda giù rospi. Il male più grave? La mancanza di verità, non chiamare il male “male”, il peccato “peccato”, il bene “bene”, l’amore “amore”. Ma sono un inguaribile ottimista. La cosa che mi dà più pena è che, come cattolici, facciamo troppo poco. Se malauguratamente libertà e democrazia, i due beni sommi che Dio ci ha dato, dovessero vacillare, la prima responsabilità sarebbe del mondo cattolico».Tornò a Bergamo da presidente della Repubblica e a «L’Eco» incontrò noi giornalisti con grande affabilità.
TENNE TESTA A BERLUSCONI – Capo dello Stato, intransigente contro ogni concezione deteriore del potere e sempre rispettando la Costituzione, Scalfaro tenne testa a Silvio Berlusconi, preoccupato sempre principalmente di sostenere le sue aziende con le «leggi ad personam e ad aziendam». Dopo la rottura Bossi-Berlusconi, sostenne il ruolo delle Camere e, con la Lira a rotoli, affidò il governo a un «tecnico», Lamberto Dini, direttore della Banca d’Italia. In vista della Conferenza Onu sulla popolazione al Cairo, Scalfaro indicò le due idee che dovevano guidare la delegazione italiana: «Il diritto essenziale e primario alla vita: la civiltà non può non farsi carico dell’affermazione e della tutela di questo diritto. Poi volgere lo sguardo ai popoli più poveri. Nessuno pensi di accostarsi a questi popoli con la sola o prevalente ipotesi della limitazione delle nascite».
L’ELOGIO DI BENEDETTO XVI – Politico mosso dall’ispirazione cristiana, non gli importava che lo chiamassero «madonnaro». A chi gli diceva che è disdicevole andare in giro con il distintivo dell’Azione Cattolica, rispondeva che non è meno disdicevole per un ufficiale portare la sciabola di cui non si servirà mai, o andare in corteo con le bandiere rosse o la svastica nazista: «Mai ci si dovrebbe vergognare a portare i segni degli ideali religiosi».
Muore a Roma il 28 gennaio 2012 a 93 anni: «Illustre uomo cattolico di Stato, integerrimo magistrato, fedelissimo servitore delle istituzioni, nelle pubbliche responsabilità sempre si adoperò per la promozione del bene comune e dei perenni valori etico-religiosi cristiani propri della tradizione storica e civile dell’Italia». Questo l’elogio con cui lo salutò Papa Benedetto XVI.



