Il dovere sacro di salvare i disperati

Scuotere le coscienze – Cordoglio e preghiera per le vittime, vicinanza ai superstiti, ma anche terribile strazio e sconcerto per l’ennesimo naufragio avvenuto all’alba del 26 febbraio sulle coste di Crotone, in Calabria…

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Cordoglio e preghiera per le vittime, vicinanza ai superstiti, ma anche terribile strazio e sconcerto per l’ennesimo naufragio avvenuto all’alba del 26 febbraio sulle coste di Crotone, in Calabria. I migranti morti in mare sono «come una spina nel cuore», gridò papa Francesco durante il primo viaggio del suo Pontificato, a Lampedusa nel 2013. «Chi piange questi morti?» aveva domandato. «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? Per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie?».

Papa Francesco a Lampedusa aveva affermato che nella società si è persa la capacità di piangere, del «patire con» e aveva fatto riferimento alla globalizzazione dell’indifferenza che ci ha tolto la capacità di piangere.

E oggi siamo a contare nuovamente le vittime. Oltre 60 morti finora accertati. «Uomini, donne e bambini di cui non conosceremo forse mai i nomi, ma che si aggiungono alla lista dei tanti morti nel Mediterraneo, diventato un vero e proprio cimitero», afferma mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes. Non possiamo più vedere immagini strazianti come quelle cui hanno assistito i soccorritori in Calabria. Mentre sulle spiagge di Steccato di Cutro si procedeva a raccogliere ciò che resta di un uomo, di una donna, di un bambino senza vita, all’ospedale sono stati accolti i superstiti che – come racconta la direttrice Migrantes della diocesi di Crotone-Santa Severina, suor Loredana Parisi –  nel disastro hanno riportato ferite, anche gravi. Tra queste persone «la disperazione di una donna, molto provata e ferita, che incessantemente chiama la figlia morta che non ha potuto salvare… Dal reparto di pediatria le urla sono di una piccola bambina, anche lei ferita, anche lei piange e si dispera perché cerca una mamma che non può più rispondere. Intere famiglie sono morte in quest’orrore, tutte accomunate dal desiderio di una vita migliore». «Sono storie che chiedono un rinnovato impegno di solidarietà e di responsabilità – dice mons. Felicolo – perché sia vinta l’indifferenza che fa dimenticare queste tragedie, perché sia finalmente superato il disimpegno, per una nuova stagione umanitaria che accompagna e non abbandona persone in fuga da primavere e inverni umani». Sono nostri figli e fratelli. E difendere la loro vita è sacro.

Il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, parla di «profonda tristezza e acuto dolore che attraversano il Paese per l’ennesimo naufragio avvenuto sulle nostre coste». «Le vittime sono di tutti e le sentiamo nostre», ha dichiarato rivolgendo un invito pressante a scelte e politiche, nazionali ed europee, che affrontino la questione dei migranti con determinazione nuova. «Non possiamo ripetere parole che abbiamo sprecato in eventi tragici simili a questo, che hanno reso il Mediterraneo in venti anni un grande cimitero». Ogni anno, infatti, il 3 ottobre sempre più timidamente si ricordano le vittime dell’immigrazione nel Mediterraneo nella Giornata di commemorazione nata all’indomani del naufragio che portò nel 2013 alla morte 368 persone sulle coste di Lampedusa. Morti che si ripetono, nell’indifferenza generale e nell’ipocrisia.

In questo tempo quaresimale di preghiera e di conversione, va bene l’elemosina per i più poveri, ma per raggiungere una conversione autentica, oltre al digiuno, serve un impegno concreto, forte e di tutti, perché le persone non debbano continuare a morire mentre cercano una vita migliore.

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