Il festival dei libri in periferia

Borgo Vittoria – Dal 14 al 18 aprile presso la Piola-Libreria di Catia in via Bibiana 31 e nella parrocchia-santuario Nostra Signora della Salute si è tenuta la sesta edizione del “Festival dei libri in Piola e non solo”. A fare gli onori di casa la scrittrice Margherita Oggero

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Margherita Oggero e Bruno Gambarotta hanno inaugurato nella Piola-Libreria di Catia il Festival letterario in Borgo Vittoria

«Periferia Viva, Wiva la periferia». Sono almeno due i motivi per cui ci vuole coraggio di questi tempi a lanciare uno slogan che inneggia alla vivacità della periferia quando chi abita in periferia vive nel timore (terrore se sei anziano) di scippi, atti vandalici e incendi alle auto parcheggiate sotto casa, aggressioni, baby gang, degrado e spaccio. E nell’insicurezza del presidio delle forze dell’ordine che pattugliano i quartieri a rischio con circospezione (perché anche le aggressioni agli agenti sono frequenti)…

Un elenco desolante, come in questi mesi ha documentato più volte il nostro giornale. Eppure la periferia è «Viva», perché le persone che la abitano – soprattutto per chi ci è nato e ha deciso di rimanere e non vuole arrendersi all’incuria – non ci stanno ad essere considerati torinesi di serie B rispetto a chi vive in centro, alla Crocetta, Borgo Po o in collina anche se i tuoi figli ti dicono: «io appena posso da questo schifo me ne vado», o certi mass media sbattono in prima pagina solo il malaffare, la sporcizia per le strade, le risse e l’illegalità… Mai una buona notizia dalle periferie torinesi.

«Periferia Viva, Wiva la periferia» è lo slogan scelto quest’anno per «Il festival dei libri in Piola e non solo», giunto alla 6ª edizione. Da venerdì 14 aprile a martedì 18 in Borgo Vittoria – presso la Piola-Libreria di Catia in via Bibiana 31 e il cortile della vicina parrocchia, il santuario di Nostra Signora della Salute in via Vibò 26 – la passione per le buone letture, la musica, l’arte e la storia locale hanno coinvolto i borghigiani e non solo con una varietà di proposte «culturali».

E qui sta il primo motivo per cui ci vuole coraggio a proporre in Borgo Vittoria un festival culturale che ha quasi il sapore di una sfida. Perché non è detto che la cultura in città debba trovare spazio solo nei salotti buoni o al Salone del Libro.

Il secondo motivo: un festival dove la madrina, fin dalla prima edizione, è la scrittrice da best seller Margherita Oggero aiuta a sfatare i pregiudizi. E così, chi si avventura in Borgo Vittoria o in Barriera dai «quartieri alti» per conoscere la Oggero, scopre che qualche buona notizia, qualche «germoglio» di speranza – come ha richiamato recentemente il nostro Arcivescovo Repole – spunta anche in quella porzione di città che viaggia a scartamento ridotto.  Perché Borgo Vittoria, periferia nord di Torino, ex quartiere operaio – ex perché le fabbriche qui non ci sono più, come in altre periferie (in primis la confinante Barriera di Milano) – oggi terra di nuova immigrazione, disoccupazione giovanile  (ma anche di tanti padri di famiglia), dove nascono come funghi sale gioco, slot machine e negozi etnici, dove non ci sono più né cinema né teatri se non quelli parrocchiali, dove le edicole chiudono e non c’è neppure più una libreria, c’è chi da tempo, con tenacia, prova a investire su cultura e buone letture. È la scommessa di Catia Bruzzo che, con alcuni amici borghigiani, scrittori, giornalisti, pittori e musicisti, da 10 anni ha trasformato una piola-vineria ereditata dai genitori in un luogo di aggregazione dove si presentano libri di autori locali ma anche «famosi». L’obiettivo, spiega Catia è «rilanciare la periferia per chi non ha la possibilità di frequentare i Circoli del centro ma ha talenti e buone notizie da offrire alla città. E l’associazione di borghigiani, parrocchiani, scrittori e artisti nati in Borgo Vittoria, pagando ogni anno una quota sostenendo questo ‘sogno’ – non abbiamo altre sovvenzioni che le nostre forze – è un fiore nato in periferia».

E anche quest’anno il Festival ha dato i suoi frutti: Margherita Oggero (tra i fondatori dell’associazione) ha fatto gli onori di casa presentando il suo ultimo romanzo «Brava gente» (HarperCollins, pagine 223, 19 euro) colloquiando con Bruno Gambarotta, altro torinese «illustre» di casa alla Piola: «Io abito alla Crocetta da sempre» ci ha detto «è indubbio che lì si vive meglio che in periferia ma è un quartiere chiuso, non succede nulla. Vi abitano famiglie che si tramandano da generazioni professioni borghesi, avvocati, medici, commercialisti, accademici, manager, industriali… Ma i cambiamenti della città, nel bene e nel male, non avvengono dei quartieri «bene» ma in periferia dove il ‘melting pot’ delle immigrazioni prima dal Veneto poi dal Meridione e ora dal Sud del mondo e dall’Est Europa favorisce la commistione di persone di origini, religioni e culture diverse arricchendo – con inevitabili problemi di ordine pubblico che vanno gestiti – tutta la città. La mia sensazione invece è che – soprattutto dopo la pandemia che ha portato disorientamento e rabbia nelle fasce più deboli e nei giovani che non vedono prospettive per il futuro – non si sappia come governare la complessità e il mondo sommerso di una grande città come la nostra. E nel nuovo romanzo di Margherita – ambientato proprio in Barriera di Milano dove i 48 personaggi (dai 14 ai 92 anni) ben rappresentano le vite che si intrecciano tra i vecchi e i nuovi arrivati – è ben descritto il livore che cova nelle nuove generazioni di Barriera che sfocia poi in episodi di vandalismo o di violenza fine a se stessa, come è accaduto qualche settimana fa, quando alcuni giovani hanno lanciato una bicicletta dai Murazzi senza motivo, rovinando forse per sempre un loro coetaneo».

Ed ecco perché una scrittrice del calibro della  Oggero, tra gli autori italiani più letti e tradotti all’estero, classe 1940 torinese doc, nata in Barriera di Milano, continua a vivere in periferia. «Una Barriera che è decisamente cambiata da quando ero piccola» ha spiegato «allora gli immigrati veneti, i primi a sbarcare a Torino li chiamavamo i ‘bisnenti’ gente che non aveva niente due volte (casa e lavoro), come gli immigrati di oggi che nel quartiere più popoloso della città, 50 mila abitanti, sono la metà, e sbarcano il lunario vivendo di espedienti».

Margherita Oggero ha insegnato Lettere per più di 30 anni in vari istituti torinesi e, una volta in pensione nel 2002 ha pubblicato il suo primo romanzo, «La collega tatuata» (Mondadori). Da allora ogni suo libro è un successo come l’ultimo che ha intitolato «Brava gente»: «perché il luogo comune ‘italiani brava gente’ non è poi così azzeccato» prosegue «Tutti noi anche i più ‘virtuosi’, seppur non balordi di periferia come alcuni personaggi del romanzo, qualche malefatta l’abbiamo commessa».

Nel dialogo ironico e piacevolissimo con l’amico Gambarotta, che l’ha invitata a raccontare al folto pubblico stipato nella Piola il cuore del romanzo, la Oggero ha precisato perchè continua ad abitare in periferia. «Ho deciso di vivere in uno dei quartieri torinesi dove la mescolanza delle culture e delle provenienze è in atto da decenni: prima negli anni 50-60 con l’arrivo degli emigrati dal Sud Italia e oggi con gli stranieri dall’Africa, dal Medio Oriente, dall’America Latina. La periferia non mi ha mai spaventato, anzi: è un luogo dove con la mescolanza degli strati sociali si incontrano le culture, in periferia si vive proiettati nel futuro. Non avrei mai potuto abitare nei quartieri ‘alti’, luoghi chiusi, vecchi, autoreferenziali, dove si vive ancora «in caste. Il rumore, i colori, la folla favoriscono il senso di appartenenza ad una comunità più ampia, mi sento cittadina del mondo: per questo credo che la periferia sia un luogo privilegiato per fare cultura, per scambiare cultura, per portare cultura, per imparare a dialogare con chi è diverso da te». Certo in periferia si soffre, c’è povertà, illegalità, criminalità, ma anche solidarietà e rapporti autentici. «In periferia si respira la vita vera, si percepiscono i cambiamenti della società e uno scrittore ha bisogno di essere immerso nel dinamismo, nella multiformità, anche nella difficoltà dell’incontro. La periferia mi ispira, è a partire dalla periferia che puoi capire il cuore, i problemi di una città».

I personaggi di «Brava gente», molti «bisnenti» di oggi, sopravvivono come possono alle variabili della vita di chi nasce nella «culla sbagliata». Non è un libro per un pubblico «imbalsamato», conclude l’autrice. Del resto l’epigrafe, tratta da «La guerra di Annina e dei camminanti» di Beppe Mariano, non lascia dubbi al lettore: «Ognuno frana per conto proprio. Sarà la terra ad andare via da noi».

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