Il grazie di mons. Cesare Nosiglia al clero torinese

Torino – Mons. Cesare Nosiglia nel Giovedì Santo, 14 aprile, ha presieduto nella chiesa del Santo Volto la Messa del Crisma con i presbiteri e i diaconi della diocesi. La celebrazione è stata l’occasione per il clero torinese e la diocesi di ringraziare mons. Nosiglia che in queste settimane chiude il suo episcopato a Torino. GALLERY

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Pubblichiamo l’omelia che mons. Cesare Nosiglia ha pronunciato nel Giovedì Santo, 14 aprile, nella chiesa del Santo Volto per la Messa Crismale con i presbiteri e i diaconi della diocesi. La celebrazione è stata l’occasione per il clero torinese e la diocesi di ringraziare mons. Nosiglia che in queste settimane chiude il suo episcopato a Torino.

1. E’ con viva riconoscenza al Signore che in questa solenne celebrazione vogliamo ricordare il nostro sacerdozio, dono gratuito che abbiamo ricevuto e fonte continua di grazia per noi, la nostra Chiesa e i fedeli. Che cosa c’è sulla terra di piu’ grande di questo dono e mistero del sacerdozio? Nel sacramento dell’Ordine, che ci è stato dato, si racchiude tanta potenza di grazia che viene da chiederci: perché proprio io, Signore, sono stato amato a tal punto da essere investito di una grazia così grande?  Quale è il motivo della tua scelta?

La risposta di Dio è la stessa del salmo: “Io ti ho trovato  mio servo, ti ho consacrato con il mio santo olio, la mia mano è il tuo sostegno e il mio braccio è la tua forza”. Sì, Dio è stato ed è la nostra forza ed il sostegno sempre e in ogni momento.

Oggi vogliamo riconoscere tutto questo come atto di gratuità assoluta  di Colui che ci ha liberato dai nostri peccati con il suo sangue e ha fatto di noi un regno di sacerdote per il suo Dio e Padre. Se questo rendimento di grazia vale per ciascuno vale ancora di più per me dopo un ampio e fecondo ministero sacerdotale che il signore mi ha donato   Mi rendo sempre più conto della grazia che Lui mi ha fatto chiamandomi tra voi ad essere vescovo, padre ed amico. L’incontro con voi presbiteri nelle unita pastorali, nella visita pastorale e in tante altre occasioni nelle parrocchie è stato un’esperienza ricca di fraternità e di comunione vera e sincera. Ho visto con i miei occhi la vostra fiduciosa disponibilità e generosità e soprattutto la serenità, malgrado anche tante condizioni di vita difficili, di solitudine, di precaria salute a volte, di incomprensione da parte di alcune persone. Mi ha stupito il vostro spirito di obbedienza al vescovo e di rispetto ed accoglienza con cui mi avete ascoltato.

Parlandovi cuore a cuore oggi sento di dovervi esprimere la mia profonda ammirazione e riconoscenza per quello che  avete rappresentato per me e per la Diocesi e per tutto ciò che fate, giorno per giorno, nel faticoso e complesso lavoro apostolico.

Parafrasando il detto di Agostino, mi sento di dirvi che il mio intento è  stato quello di essere per voi vescovo e con voi sacerdote, dove quel “per” indicava il mio servizio  e il “con” indicava la mia piena partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo, che tutti ci è unito a sé mediante il sacramento dell’Ordine e dunque con un vincolo strettissimo e di grazia incommensurabile. La tentazione individualistica si insinua sempre nel tessuto umano, ecclesiale e pastorale e impedisce di realizzare i cinque verbi che Giovanni Paolo II ha indicato al “suo” presbiterio e che io ho fatto risuonare tra voi la prima volta che abbiamo celebrato  la messa: stare insieme, pregare insieme, decidere insieme, operare insieme e mangiare insieme.

2. Oggi voglio anche che facciamo nostre le parole di Cristo nella sinagoga di Nazareth, perché di quello che egli attribuisce a se stesso, ci ha resi partecipi in quanto suoi presbiteri nella Chiesa. La certezza di essere stati consacrati con l’unzione dello Spirito e di essere stati mandati qualifica la nostra identità ed il ministero sacerdotale. Meno accentuiamo il ruolo e più invece la dimensione profondamente umana e spirituale del nostro rapporto reciproco e più avremo una risposta efficace anche sul piano della unità pastorale a cui pure dobbiamo tendere.

Dobbiamo guardaci molto dal permettere che il nostro sacerdozio, vissuto nel presbiterio, cessi di essere per noi la realtà più importante ed essenziale da curare, proteggere, aiutare a crescere  come elemento unificante di tutto ciò che facciamo. Esso non deve mai diventare un fatto scontato  e supplementare rispetto all’agire pastorale. Questo comporta un costante lavoro su noi stessi e nella nostra vita interiore con una permanente formazione spirituale, pastorale e intellettuale.

Comunione e formazione, lo sappiamo bene, camminano insieme. E’ dunque necessario che come presbiteri sentiamo forte l’impegno a formarci insieme e con assiduità. Le iniziative diocesane non mancano, anche se non tutti le frequentavano secondo il programma stabilito. Sono certo tuttavia che in tutti c’è il desiderio di non restare privi di una solida formazione, oggi necessaria per comunicare e vivere il Vangelo in un mondo che cambia rapidamente e che, se non è compreso e gestito anche sul piano culturale, rischia di vanificare ogni sforzo pastorale. La formazione è ormai diventata una questione di coscienza per ogni vescovo e sacerdote.

Mi sono sempre chiesto come predicavo, come facevo catechesi, come aiutavo i poveri, i senza dimora e gli operai privo di lavoro, come dirigevo le anime e questo mi sollecitava a confrontarmi con gli altri presbiteri, a studiare ed approfondire vie nuove di evangelizzazione e di preghiera. Tutto ciò però l’ho fatto per  vivere e far crescere il mio sacerdozio e dunque la mia unione a Cristo e alla Chiesa. Qui sta il proprium della  santità sacerdotale: l’unione a Cristo e alla Chiesa mediante l’unione  ai confratelli nell’unicum presbiterium diocesano.

Per questo ho cercato di coltivare in me stesso l’atteggiamento della fraternità sacerdotale, imparare l’arte del programmare e decidere insieme, vivere lo scambio delle esperienze, l’aiuto reciproco sul piano della carità e dell’amicizia, la pazienza di accoglierci gli uni gli altri nell’umiltà.. La spiritualità del presbitero diocesano infatti si caratterizza per un costante inserimento nel concreto vissuto della sua gente da cui sa trarre linfa e slancio di unità e di servizio.

Ho imparato con voi a lavorare insieme per rendere il nostro presbiterio un soggetto forte e di sostegno reciproco, garantendo così un effetto moltiplicatore anche delle nostre fatiche pastorali. Ci siamo impegnati di  mostrare ai fedeli l’unità di intenti, che ci guida ed aiuta a realizzare anche tra noi, quella comunione spesso così difficile nelle nostre comunità. Sono convinto che quando i presbiteri si amano, si stimano e si sostengono a vicenda sono una testimonianza persuasiva e raggiungono anche pastoralmente risultati straordinari. Il condividere insieme la passione apostolica e l’attuazione di vie convergenti di pastorale è “l’arma” più efficace per l’evangelizzazione.

Richiamo, infine, in proposito un testo sintetico, ma preciso, della “Pastores dabo vobis”: che vi lascio come meta fondamentale della vostra vita sacerdotale: “Solamente un  presbitero, che abbia  sperimentato l’ascetica  della  comunione nel suo rapporto con  Dio,  con il proprio  Vescovo e con i  confratelli nel  presbiterato,  sarà capace  di instaurare  dei rapporti di carità, di  mutua comprensione e di dialogo con i fratelli  laici,  non già  dismettendo la propria peculiare identità ministeriale ma attualizzandola al massimo come  servizio  della comunione; potrà condurre  all’unità la molteplicità dei fedeli a lui affidati mediante un autentico discernimento nello  Spirito; e, infine sarà credibile testimone e annunziatore di Cristo  nella missione ed  esperto nell’arte del dialogo  con tutti  gli uomini”.

3. Il rapporto con il Vescovo

3.1 Ogni presbitero sa bene quanto sia essenziale per il suo ministero mantenere e sviluppare un raccordo e dialogo di comunione e una costante fraternità spirituale e pastorale con il proprio vescovo. Allo stesso modo il vescovo è chiamato ad essere padre, fratello ed amico di ogni sacerdote. Considero l’incontro personale con ciascuno di voi essenziale per raggiungere questi obiettivi e pertanto dobbiamo aiutarci reciprocamente per renderlo effettivo e possibile sia da parte mia, visitandovi nelle vostre parrocchie o luoghi di ministero, sia da parte vostra, ricercando con spontaneità e semplicità le occasioni più propizie.

Un presbiterio così numeroso esige certamente delle persone che, insieme al vescovo, curino questo aspetto importante della vita del presbiterio. In primo luogo, il Vicario generale che ringrazio sentitamente per la sua costante opera di dialogo ed orientamento che svolge verso i sacerdoti e per il generoso e competente servizio in molti ambiti pastorali della vita della Diocesi. La sua esperienza ed il suo illuminato consiglio sono preziosi per me e per voi e mi rallegro della sincera stima di cui gode presso il presbiterio. Ringrazio anche quanti seguono con amore e generosità la formazione dei sacerdoti giovani, la formazione permanente del clero ed i sacerdoti anziani e malati. Un grazie particolare va al mio segretario, che svolge un’opera assidua e preziosa di raccordo tra me e voi per tutti gli appuntamenti e le necessità che riguardano il mio ministero nelle parrocchie e realtà ecclesiali.

Si tratta dunque di mediazioni necessarie ed indispensabili, ma non possono esaurire l’impegno reciproco di incontrarci personalmente. Ogni sacerdote deve poter accedere sempre ed in ogni momento direttamente al vescovo e non solo per sottoporgli eventuali problemi o richieste, ma anche per incontri informali di amicizia e di gioiosa fraternità. Sono in particolare i momenti, sempre delicati, dei cambiamenti, che esigono questo rapporto stretto e determinante tra il vescovo e ciascun presbitero.

Credo che se percorreremo con impegno e serenità questa via potremo realizzare quella carità pastorale che tanto sta a cuore a tutti noi e che rappresenta la meta più necessaria ed efficace del nostro presbiterio.

3.2 In questo clima di gioiosa fraternità ricordo anzitutto i confratelli malati e anziani, che rappresentano, come in  ogni famiglia, una risorsa ricca di grazia da accogliere con gioia e solidale amicizia. Non dimentichiamoci mai di loro e manifestiamo con fatti concreti la nostra vicinanza, andandoli a trovare spesso, mantenendoli, se possibile, inseriti nel presbiterio di vicariato o di parrocchia, offrendo loro segni di affetto e di riconoscenza.

Mi fa male al cuore quando vedo che qualche sacerdote anziano, che ha speso tanto in una comunità e lascia il ministero per limiti di età o di salute abbandona anche un proficuo rapporto con il presbiterio. La scadenza dei 75 anni è un momento difficile per tutti,  ma anche di umiltà, che produce molto frutto sia per la propria santità personale che per l’esempio di obbedienza che si offre ai fedeli. Tuttavia, credo che dovremo insieme esplorare vie e modalità più ricche di umanità e di riconoscenza verso chi ha speso la vita per il Signore e la Chiesa e può ancora dare molto, se in salute, non solo sul piano dell’agire pastorale ma anche della presenza nel presbiterio, mediante adeguate forme di responsabilità, che usufruiscano ancora della sua preziosa esperienza e generoso impegno.

Se poi questi confratelli sono malati e sofferenti, è necessario, prima di ricorrere alle pur utili strutture di sostegno e di cura, tentare vie alternative, che non allontanino il prete dall’ambiente vitale del presbiterio del vicariato e dal territorio dove tanta gente lo stima e lo ama.

3.3 Dagli anziani ai presbiteri giovani. I primi anni di ministero necessitano di uno speciale accompagnamento spirituale e pastorale, ma anche paterno e fraterno, da parte del vescovo, dei sacerdoti responsabili della formazione e dei parroci e presbiteri di vicariato in cui sono inseriti.

Il carico di lavoro apostolico, a cui spesso sono sottoposti con la scusa che sono giovani, rischia di non permettere loro un graduale e sicuro inserimento nell’azione pastorale mantenendo spazi di autonomia e di libertà nel gestire il proprio tempo ed una regola di vita serena e meno affannata e frammentata. Non è solo questione di selezionarne i compiti, ma di creare un clima sereno, di dialogo e di accompagnamento fiducioso e fraterno nel presbiterio parrocchiale e di vicariato.

Ai presbiteri giovani raccomando poi di sviluppare, imponendoselo se necessario come dovere, un costante dialogo con il padre spirituale ed il vescovo e di curare  forme di unione amicale e gioiosa con i compagni di classe o di seminario.

3.4 Nella mia visita ai vicariati ho potuto constatare un clima sereno e fraterno tra voi presbiteri. Ringrazio il Signore per questo e ringrazio anche i vicari foranei, che lavorano molto per favorire l’unità tra tutti i presbiteri. Restano alcune zone d’ombra, che andranno illuminate dal nostro comune impegno. Si tratta di superare la solitudine, sia presbiterale che pastorale, di cui spesso ci lamentiamo, ma per cui non lavoriamo ancora abbastanza e con efficacia per superarla.

Sono molti i sacerdoti, che vivono da soli in canonica facendosi anche da mangiare. Anche se per molti questo fatto viene affrontato con serenità e senza eccessivi problemi, credo che non sia una scelta positiva. A lungo andare, rischia di pesare, e fortemente, sul carattere oltre che spesso anche sulla salute. Chiedo di ripensare questa situazione per ricercare forme di maggiore condivisione, anche per i pasti, tra sacerdoti delle parrocchie dello stesso vicariato o unità pastorale o comunque vicine sul territorio. Incontrarsi, anche solo per i pasti principali, con altri sacerdoti è un grande dono ed arricchimento personale e comunitario.

Questo potrebbe anche aiutare a superare l’altro aspetto della solitudine pastorale lamentata da molti sacerdoti. Il ministero del presbitero è un fatto eminentemente comunitario nel senso che egli agisce sempre insieme e per conto del vescovo e del presbiterio in cui è inserito. Tale fatto, chiaro sul piano teorico, diventa difficile su quello pratico di ogni giorno. Ci possono aiutare al riguardo il cammino e le scelte diocesane, che rappresentano l’alveo dentro cui muoversi e camminare insieme. Non si tratta solo di applicare con fedeltà gli orientamenti stabiliti, ma di mentalità e di stile pastorale che devono ricercare sempre l’unità e la comunione. Questo rende più efficace il nostro rapporto con i laici e le nostre comunità. Le vie “solitarie” sembrano, a volte, più immediatamente produttive ed efficaci, ma in realtà non producono frutto, perché sono prive di quella grazia particolare che è, appunto, la comunione, senza la quale battiamo l’aria, anche se lavoriamo giorno e notte, corriamo molto ma invano e senza mai raggiungere la meta sperata.

3.5 Un grave e primario impegno di tutto il presbiterio è quello delle vocazioni. E ciò non solo per evidenti ragioni di personale, ma prima ancora per aprirci al dono gratuito di Dio, che continua a chiamare là dove il terreno spirituale è fecondo e la santità dei suoi ministri manifesta la sua potenza nella debolezza.

Le vocazioni segnano la temperatura spirituale delle nostre comunità e ne manifestano il radicamento evangelico, ma segnano anche la nostra comunione presbiterale e ne testimoniano la sincerità e la profondità umana, spirituale, ecclesiale. Sacerdoti santi e un presbiterio santo non possono non suscitare vocazioni nel popolo di Dio. Parte dunque dal nostro rinnovamento spirituale la prima via della pastorale vocazionale e su questo si misura il nostro comune impegno a favorirne la crescita e lo  sviluppo. E’ difficile infatti che una vocazione al sacerdozio nasca senza un rapporto stretto con un sacerdote, senza contatti personalizzati con i ragazzi e giovani, senza amicizia e paziente accompagnamento spirituale. Se i ragazzi e giovani ci vedono sempre indaffarati per troppe cose, pronti allo scontento e al lamento, distanti dalla loro esperienza di vita, trascurati nella preghiera, come potranno essere attratti dal sacerdozio? Se invece sperimentano in noi la gioia e l’entusiasmo di essere ministri di Cristo, la generosità nel servizio alla Chiesa, la prontezza nel farsi carico delle situazioni spirituali, umane e familiari della gente, soprattutto dei poveri, malati e sofferenti, saranno spinti ad interrogarsi se non possa questa essere anche per loro la via migliore da seguire  nella vita.

A questo aggiungo anche un ultima annotazione: l’amore per il Seminario, che si esprime in molti modi, anche concreti, dalla visita insieme ai ragazzi, alla Giornata diocesana svolta con cura e forte animazione, alle missioni promosse dai seminaristi, al sostegno anche finanziario, all’affectus che ogni sacerdote manifesta nel parlare del seminario alle famiglie, ai ragazzi e giovani, alla sua comunità.

3.6 Un’altra consegna che vi faccio, e rivolgo anche a me stesso, è il ricordo costante dei sacerdoti membri del nostro presbiterio, che svolgono il loro ministero nei paesi missionari.

La nostra Diocesi ha fatto uno sforzo notevole negli anni scorsi per avviare e mantenere questa frontiera avanzata sul terreno della evangelizzazione del mondo e di comunione con le Chiese sorelle di tanti Paesi missionari. Si tratta di un tesoro prezioso, che non va disperso, e per questo ringrazio quanti tra voi si rendono disponibili a mantenere vivo il flusso di invii sia in sostituzione dei confratelli che tornano sia per potenziare quelli che restano. E’ necessario tuttavia che questa scelta sia condivisa e sentita come fattore di grazia e di crescita nella comunione missionaria di tutto il presbiterio. Questi confratelli non vanno a titolo personale, ma inviati dalla Chiesa e dal vescovo e dunque anche dal presbiterio. Ricordarli, andarli a trovare, mantenere un contatto e soprattutto quando tornano usufruire della ricchezza di esperienza missionaria di cui sono portatori, rappresentano fattori importanti di cui tutti dobbiamo farci carico con serietà e fiducia.

In quest’ora, così carica di significato spirituale ed ecclesiale, vorrei rivolgere al Signore una preghiera forte e sincera per i nostri presbiteri “fidei donum” e per tutti i missionari  vicentini sparsi nel mondo, perché si sentano uniti a noi in un vincolo stretto e sacramentale di unità in Cristo e nella Chiesa e su questo possano contare sempre per il loro generoso servizio che svolgono anche a nostro nome e uniti con noi.

3.7 Infine non posso dimenticare quei confratelli che hanno lasciato il sacerdozio. E’ nostro compito percorrere vie di dialogo e di carità verso di loro; mantenere i contatti con quelli che conosciamo, facendoli sentire ancora partecipi del cammino di fede della Chiesa a cui hanno comunque dato parte della loro vita; accompagnarli con la preghiera ed una serena amicizia.

Canterò per sempre l’amore del Signore

4. Il dono del presbiterio unito al vescovo è un evento mirabile di grazia e di santità. Qui oggi si rinnova e si consolida l’unità nel sacramento dell’Ordine che ci fa una cosa sola in Cristo e nella Chiesa. Le promesse sacerdotali, che rinnoveremo tra poco, siano l’espressione sincera di riconoscenza al Signore, il quale, chiamandoci al sacerdozio e ad esercitarlo nella Chiesa di Torino insieme ai confratelli e al vescovo, ci invita a rimotivare e riconfermare il nostro sì di fedeltà e di generosità a quanto Egli ci ha gratuitamente dato.

A te, Maria, madre di ogni sacerdote,  affidiamo l’impegno di crescere nella fede verso il tuo Figlio, nella comunione con gli altri presbiteri ed il vescovo all’interno della nostra Chiesa locale e nella missione universale di salvezza a cui il sacerdozio ci richiama  ogni giorno quando celebriamo l’Eucaristia, segno sacramentale di partecipazione all’unico ed eterno sacerdozio del nostro Signore Gesù Cristo. Amen.

+ Cesare Nosiglia, Amministratore Apostolico di Torino e Susa

Torino, 14 aprile 2022

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