Il grido che sale dalle carceri

Intervista – Rosalia Marino, direttrice uscente dal penitenziario di Torino, racconta il mondo dei reclusi e la battaglia per l’«umanizzazione» delle pene. L’unità di crisi del Piemonte ha aperto un hub vaccinale fra le mura del penitenziario

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Rosalia Marino, direttore  reggente  della Casa Circondariale torinese «Lorusso e Cutugno» dal 2020, lascia in questi giorni la direzione del Penitenziario per ritornare a dirigere quello di Novara. Dal 12 gennaio prende il testimone la collega Cosima Buccoliero, che dirige attualmente il carcere minorile Beccaria di Milano. Abbiamo incontrato la dottoressa Marino per tracciare un bilancio di questo difficile biennio e per capire le motivazioni del trasferimento.

Rosalia Marino ha diretto il carcere di Torino negli ultimi due anni

Dottoressa Marino, lei ha assunto nel 2020 la direzione del «Lorusso e Cutugno» in una situazione difficile – oltre che per le carenze croniche di personale, il degrado delle strutture – anche per i fatti di violenza su alcuni ristretti che hanno portato a 25 richieste di rinvio a giudizio tra cui l’ex direttore del carcere e il capo degli agenti penitenziari. Perché ha accettato?

Ho assunto l’incarico di direttore reggente della Casa Circondariale di Torino, su richiesta del superiore Ufficio Dap (Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria) il 29 luglio 2020, e per la seconda volta, purtroppo, in un momento estremamente difficile per l’Istituto e per il personale, dopo la rimozione dei vertici a seguito dei noti accadimenti. La prima volta fu nel gennaio 2014, solo per pochi mesi, dopo l’omicidio-suicidio del 17 dicembre 2013 costato la vita a due agenti di polizia penitenziaria, l’assistente capo Giuseppe Capitani e l’ispettore Giampaolo Melis. Un incarico senza alcun dubbio molto complesso e difficile, per la cronica carenza di personale, per l’obsolescenza della struttura, per il sovraffollamento, a cui si aggiungeva anche la complicata gestione dell’emergenza sanitaria. Ma ho accettato per la profonda passione che nutro nei confronti di questo lavoro e perché credo fortemente nella funzione rieducativa ed utile della pena, anche rifiutando a febbraio 2021 l’incarico di direttore titolare della Casa di Reclusione di Bollate.

Un anno e sei mesi non sono molti, ma sufficienti, data la sua lunga esperienza di direzione carceraria, per farsi un’idea di cosa ha bisogno il «Lorusso e Cutugno» per essere un luogo dove chi esce dopo lo sconto di pena si reinserisca nella società. Quali sono gli interventi necessari? 

Raccontare il carcere è difficile. Raccontare il carcere di Torino lo è molto di più. Perché è l’Istituto penitenziario più complesso ed articolato dell’intero territorio nazionale, con vari circuiti detentivi, con un tasso di sovraffollamento molto alto, con problematiche strutturali importanti, con un intero padiglione detentivo a vocazione sanitaria, con una sezione filtro, unica in tutta Italia, una Atsm (Articolazione territoriale di Salute mentale maschile e femminile) ed un Reparto Sai (Servizio assistenza sanitaria intensificata).  Ciò significa che a Torino vengono trasferiti da tutto il territorio nazionale detenuti con problematiche fisiche e psichiatriche che necessitano di cure sanitarie continue ed adeguate. Tuttavia, nonostante l’emergenza sanitaria, la gravissima carenza di personale di tutti i ruoli, l’assenza di vicedirettori, il clima non certamente sereno per il personale, grazie alla preziosa collaborazione di coloro che hanno creduto in me e nel mio lavoro, ho cercato di lavorare sulle criticità, quali la grave carenza di assistenza sanitaria, soprattutto di medici specialisti; la semplificazione dei circuiti detentivi; l’ampliamento delle opportunità lavorative per i detenuti, con l’obiettivo primario di cercare di introdurre cambiamenti concreti in grado di migliorare la vita quotidiana di coloro che vivono e lavorano in carcere; ma soprattutto, vista la vastità dell’Istituto, di rafforzare e riorganizzare la Mof (Manutenzione ordinaria fabbricato) prevedendo una squadra di detenuti e di personale addetto per ogni padiglione detentivo al fine di monitorare le problematiche ed effettuare in modo più rapido ed efficace i lavori di manutenzione ordinaria.

La direttrice Rosalia Marino con i detenuti del primo Liceo artistico

Durante la sua direzione è scoppiata la pandemia e lei si è battuta fin da subito perché le carceri fossero considerate come Rsa e si vaccinassero il più in fretta possibile detenuti e dipendenti. Quale situazione lascia alla sua collega sul fronte dei vaccini e sulla gestione della emergenza sanitaria?

Un risultato importante è stato senza alcun dubbio l’aver firmato un Protocollo, grazie al dott. Antonio Rinaudo, responsabile dell’Unità di crisi del Piemonte, per istituire all’interno dell’Istituto un Hub vaccinale che sin dal mese di marzo 2021 sta consentendo la vaccinazione mensile dei detenuti ed anche del personale e che ha permesso di tenere sotto controllo la diffusione del virus. La Casa Circondariale di Torino è individuata con delibera regionale quale sede con Assistenza Hub, quindi con una copertura medica ed infermieristica h 24 e soprattutto con una specialistica completa. Purtroppo – anche se nel corso di questo periodo di reggenza siamo riusciti ad ottenere il ripristino di molte specializzazioni che mancavano, delle ore settimanali di assistenza sanitaria che erano state improvvisamente decurtate nel mese di luglio, la ripresa della funzionalità della sala radiologica che ha ridotto notevolmente le visite mediche esterne – la strada da percorrere per garantire una assistenza sanitaria adeguata è ancora molto complicata.

Ancora, durante la sua direzione, sebbene in piena pandemia e nonostante tante restrizioni negli ingressi, le attività formative non si sono fermate: il 30 ottobre scorso è stata inaugurata una «galleria d’arte» affrescata dai detenuti che frequentano anche il Primo liceo artistico di Torino.  Spesso lei ha sottolineato quanto queste opportunità, scolastiche, lavorative, formative contano perché il tempo della pena sia davvero un periodo di rieducazione e faccia calare la recidiva altra piaga del sistema carcerario italiano…

Altro progetto importante soprattutto per il suo profondo significato e che ho voluto fortemente è stato il risanamento igienico-sanitario del lunghissimo corridoio che conduce al Padiglione C (tristemente noto per i recenti fatti di cronaca) e la realizzazione di una sorta di galleria d’arte, un bellissimo ed importante progetto di decorazione pittorica ideato e realizzato da un artista del territorio, Giulio Lucente, con la collaborazione di artisti di strada e di detenuti e della Caritas che ha contribuito fornendo i materiali necessari per la realizzazione degli affreschi. Moltissimi sono stati gli interventi, i lavori ed i progetti portati a termine, impossibile da elencare  tutti, tra questi le salette skype per le videochiamate; molti sono in corso di realizzazione, tra cui la ristrutturazione del Sestante (il reparto psichiatrico), del Sai, il nuovo sito dell’istituto che consentirà ai familiari ed avvocati di effettuare tramite una app la prenotazione dei colloqui, la Dad per i percorsi scolastici e soprattutto universitari grazie al Progetto Cisco, il Progetto Carioca e la Cucina per il Reparto Femminile; e molti altri ancora di prossima realizzazione.

Quale ruolo può avere la società civile, il volontariato, perché il carcere possa essere considerato non un ghetto ai margini della società, ma un luogo dove chi «sbaglia non rimanga sbagliato» per tutta la vita come dice Papa Francesco?

Grazie alla preziosa collaborazione di un gran numero di personale interno ed esterno, al volontariato che ringrazio di cuore, abbiamo lavorato e fatto davvero tanto per l’istituto di Torino. Abbiamo accesso i riflettori sui problemi dell’assistenza sanitaria, sul sovraffollamento, sulla presenza dei numerosi circuiti detentivi, sulla necessità di una maggiore apertura del carcere al territorio per ampliare e migliorare le opportunità lavorative dei detenuti. Senza dubbio, bisogna lavorare tanto per aprire questo carcere al territorio che conta, alle aziende, al mondo delle imprese, ma per realizzare ciò è necessario risolvere alla radice i molteplici problemi strutturali e di organico che questo istituto si trascina da molti anni. È necessaria una stabilità direzionale, uno staff di dirigenti, di funzionari, ripristinare tutti gli organici, semplificare i circuiti detentivi, ridurre la capienza dei detenuti, ma soprattutto migliorare l’assistenza sanitaria e psichiatrica.

Perché nonostante le criticità, ma anche i risultati positivi in un tempo così complicato per il carcere di Torino, ha deciso di lasciarne la direzione?   

Ho deciso di rinunciare all’incarico di direttore titolare di Torino per il profondo rispetto che nutro per me stessa e per il mio lavoro. Quando ho letto titoli di giornale sul carcere di Torino come il «Carcere peggiore di tutta Italia, il carcere della vergogna» (in seguito alla denuncia sporta dall’associazione Antigone sulla situazione di degrado della Sezione Sestante per detenuti psichiatrici, ndr) mi aspettavo un moto di indignazione, di rabbia, una qualsiasi reazione da parte di coloro che vivono e lavorano in questo carcere da anni, anche e soprattutto dopo i gravi fatti che continuano a ferire questo Istituto e l’intera amministrazione. Ma questo non è accaduto. Il silenzio assordante, l’assenza di una qualunque reazione, mi ha colpito nel profondo. Allora ho capito che il mio lavoro a Torino era finito. Che ero davvero da sola e che non avrei più potuto continuare il mio lavoro in questo istituto. L’energia, l’entusiasmo e la passione che nutro per questo lavoro e che mi aveva fatto accettare l’incarico non bastavano più.

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