«Siamo stanchi di ogni guerra, abbiamo bisogno di pace» singhiozzano i libanesi mentre Israele, dopo aver assassinato oltre 73 mila palestinesi di Gaza, con i suoi carri armati con la stella di Davide procede nel sud del Paesi dei cedri, espugna il castello dei crociati di Beaufort e corre – con la protezione degli Stati Uniti e del dèspota di Washington – verso il «Grande Israele». E le cancellerie tacciono, nonostante gli sforzi del presidente francese Emmanuel Macron.
Papa Leone il 30 maggio ha guidato una veglia di preghiera per il Libano e per la pace nel mondo con il rosario presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani. La celebrazione pone al centro la grave crisi e i bombardamenti che distruggono il Paese dei cedri e il Pontefice invoca la fine delle ostilità affidando le necessità del popolo libanese alla Vergine e al santo monaco Charbel del monastero di Annaya, presso la città costiera di Byblos, dove sorge il monastero del patrono di quella terra al quale si affidano i cristiani e i musulmani per invocare pace, dialogo, salute. Sulla sua tomba si era inginocchiato Papa Leone nel viaggio in Turchia e in Libano nel novembre-dicembre 2025 invocando pace per il Medio Oriente.
In Libano sono stanchi di guerre – che durano da decenni -, di crisi, di bombardamenti, di emigrazione, della povertà dilagante e della instabilità generale: «La preghiera per la pace è molto importante perché abbiamo bisogno di pace, siamo stanchi davvero. Il popolo è stanco di tutti questi problemi e c’è tanta gente che sta per lasciare il Paese per trovare un rifugio in altri posti nel mondo» spiega ai media vaticani padre Youhanna Semaan, monaco di Annaya, patrologo e docente tra il Libano, Roma e Londra: «Oltre alle distruzioni e alle migrazioni, diverse città sono “tabula rasa”, la gente fugge perché non ha un posto dove dormire e si infila in locali senza elettricità e acqua». Momenti bruttissimi, «ma per la preghiera la chiesa non sarà piena ma pienissima con anche gente fuori. La preghiera con Papa Leone è molto importante per noi. Questa preghiera apre la mente del mondo a guardare quanto la guerra fa male, quanto le guerre non servono a niente, sono soltanto distruzione e basta. Nei santuari si vede la sete della gente sfinita dai conflitti».
Dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani Leone XIV prega per la pace insieme ai molti e importanti santuari del mondo, come successe nella veglia per la pace dell’ 11 aprile scorso dalla basilica di San Pietro. Aderiscono i santuari: della Madre di Dio ad Zarvanytsia in Ucraina; quello internazionale di Nostra Signora della pace e del buon viaggio ad Antipolo, nelle Filippine; quello del rosario a Fátima in Portogallo; Madonna regina della pace a Medjugorje, in Bosnia ed Erzegovina; Nostra Signora di Lourdes sui Pirenei in Francia; il santuario pontificio della Santa Casa a Loreto in Italia. Oltre a questi, ci sono quelli sparsi in Libano, dove il principale gruppo cristiano sono i maroniti, una delle comunità fondanti del Paese. Chiesa cattolica orientale di rito antiocheno, è in piena comunione con il Papa e con Roma. Prende il nome dall’eremita San Marone (IV-V secolo). È l’unica Chiesa orientale interamente cattolica. La sua liturgia conserva l’uso dell’arabo, del siriaco e dell’aramaico (la lingua parlata da Gesù). In base al Patto nazionale, la presidenza della Repubblica è riservata a un cristiano maronita.
Di «tragedia catastrofica e moralmente inaccettabile» parla il cardinale patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, descrivendo la situazione a Gaza: «La devastazione è totale; le case e le infrastrutture sono rase al suolo; manca tutto a una popolazione costretta a vivere in condizioni disumane nelle fogne, tra tende e ruderi; mancano i medicinali ed è impossibile far arrivare i beni di prima necessità». Cinquecento cristiani superstiti, cattolici e ortodossi, continuano a essere asserragliati nella parrocchia cattolica Sacra Famiglia di Gaza, dove le suore e la comunità si prendono cura di decine di disabili gravi, anche musulmani. Il patriarca francescano di origine bergamasca fa un ragionamento che tutte le persone di buon senso non possono non condividere: «La comunità internazionale permette a Netanyahu di fare quello che ha fatto a Gaza e quello che sta facendo in Libano, che viene però impedito a Putin di fare in Ucraina». Pizzaballa ha più volte condannato gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 «inammissibili e ingiustificabili» ma il protrarsi dei bombardamenti e il blocco degli aiuti è «una sentenza di morte per gli innocenti».
Il «Board of Peace», sul quale ha farneticato per mesi il Presidente Trump, ha raccattato parecchi milioni di dollari e si è perso per strada. Per Pizzaballa, come per ogni cattolico, «la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa o qualsiasi altra guerra è il peccato più grave. Non ci sono nuove crociate e Dio non c’entra in tutto questo. Dio è tra coloro che stanno morendo, che stanno male, che soffrono». Israele sogna «il Grande Israele» e in Cisgiordania «ogni giorno ci sono attacchi dei coloni contro i palestinesi, anche cristiani». Marciano spedite le iniziative legislative per ri-accatastare i terreni dei palestinesi a favore dei coloni israeliani». In una lettera pastorale, intitolata «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa», il patriarca riflette sul contesto di guerra e sul ruolo della Chiesa in Terra Santa. L’icona biblica è la città di Gerusalemme, «che indica la convivenza, la relazione civile e religiosa. Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della comunità ecclesiale. L’eccidio degli ebrei compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza sono eventi spartiacque che, nel peggior modo possibile, hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra. Viviamo non solo un conflitto locale ma un paradigma a livello globale. La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra».
Pier Giuseppe Accornero
