Il messaggio dei Vescovi italiani per il 1° maggio

Monito – «La terribile prova della pandemia ha messo a nudo i limiti del nostro sistema socio-economico. Nel mondo del lavoro si sono aggravate le diseguaglianze esistenti e create nuove povertà»: lo notano i Vescovi italiani nel messaggio per la festa dei lavoratori 2021

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«La terribile prova della pandemia ha messo a nudo i limiti del nostro sistema socio-economico. Nel mondo del lavoro si sono aggravate le diseguaglianze esistenti e create nuove povertà»: lo notano i vescovi italiani nel messaggio per la festa dei lavoratori del 1° maggio dal titolo «E al popolo stava a cuore il lavoro (Neemia 3,38). Abitare una nuova stagione economico-sociale». Evidenzia la necessità di un «vaccino sociale rappresentato dalla rete di legami di solidarietà, dalla forza delle iniziative della società civile e degli enti intermedi».

Situazione drammatica quando finirà il blocco – Il coronavirus mette in gravi difficoltà disoccupati, inattivi e irregolari, «coinvolti nel lavoro nero che accentua una condizione disumana di sfruttamento». Ma quando scadrà il blocco dei licenziamenti – probabilmente il 31 ottobre 2021 – la situazione diventerà insostenibile. Anche se appena si alleggerirà la pandemia, la voglia di ripartire «dovrebbe generare una forte ripresa e vitalità della nostra società contribuendo ad alleviare i gravi problemi». Ma è fondamentale che «tutte le reti di protezione siano attivate. Il mondo del lavoro dopo la pandemia ha bisogno di trovare strade di conversione e riconversione, anche per superare la questione della produzione di armi. Conversione alla transizione ecologica e riconversione alla centralità dell’uomo, che spesso rischia di essere considerato come numero e non come volto nella sua unicità».

«Siamo tutti legati e interdipendenti» – I vescovi ricordano: «Siamo chiamati a impegnarci per il bene comune, indissolubilmente legato con la salvezza, cioè il nostro stesso destino personale». Ricordano le parole di Papa Francesco a Pentecoste del 2020: «Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi». I pastori sottolineano: «La crisi ci ha spinto a scoprire e percorrere sentieri inediti nelle politiche economiche. Viviamo una maggiore integrazione tra Paesi europei grazie alla solidarietà tra Stati e all’adozione di finanziamenti comuni per istruzione e sanità». Netta è la condanna dell’«insostenibilità dei ritmi di lavoro, l’inconciliabilità della vita professionale ed economica con quella personale, affettiva e famigliare, i costi psicologici e spirituali di una competizione che si basa sull’unico principio dei risultati ottenuti (“performance”)».

La bussola di «Fratelli tutti» di Papa Francesco – Il lavoro a distanza al quale tanti sono costretti, permette di «esplorare possibilità di conciliazione tra tempo del lavoro e tempo delle relazioni e degli affetti» con la possibilità di «diventare imprenditori del proprio tempo, capaci di ripartirlo in modo armonico tra lavoro, formazione, cura delle relazioni, della vita spirituale, del tempo libero». Se è vero che le relazioni «a faccia a faccia» sono le più ricche e privilegiate, «nei rapporti di lavoro è possibile risparmiare tempi di spostamento mantenendo o aumentando l’operosità e combinandola con la cura di relazioni e affetti». La Chiesa italiana segue come una bussola l’enciclica di Francesco «Fratelli tutti» (3 ottobre 2020) la quale afferma: «La fraternità illumina anche i luoghi di lavoro, che sono esperienze di comunità e di condivisione e, in tempo di crisi, la fraternità è tanto più necessaria perché si trasforma in solidarietà con chi rischia di rimanere fuori dalla società».

La bussola della Settimana sociale di Taranto – Il 21-24 ottobre 2021 l’evento affronterà il rapporto tra ambiente e lavoro: «La conversione che ci è chiesta è passare dalla centralità della produzione – dove l’essere umano pretende di dominare la realtà – alla centralità della generazione, dove ciò che facciamo non può mai essere slegato dal legame con ciò e con chi ci circonda, oltre che con le future generazioni». La festa di San Giuseppe lavoratore deve essere una spinta «a vivere questa difficile fase senza disimpegno e senza rassegnazione», ad abitare le diocesi «con le loro potenzialità di innovazione ma anche nelle ferite che emergono e che si rendono visibili sui volti di molte famiglie e persone». Nel condividere le preoccupazioni degli italiani, la Chiesa vuole farsi carico «di sostenere nuove forme di imprenditorialità e di cura».

Festa dei lavoratori con San Giuseppe lavoratore. Nell’anno dedicato a San Giuseppe è bene ricordare che il 1° maggio 1955 Pio XII – spinto dalla devozione e soprattutto impressionato dalle folle di lavoratori che i comunisti muovevano – istituì la festa di San Giuseppe lavoratore «per sottolineare l’importanza e la dignità del lavoro». In un discorso in piazza San Pietro lo annunciò a migliaia di lavoratori: «L’umile artigiano di Nazareth non solo impersona la dignità del lavoratore del braccio, ma è anche provvido custode» dei lavoratori e delle famiglie. Il messaggio Cei proviene dalla Commissione per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace, presieduta dall’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro e della quale è membro l’arcivescovo di Vercelli, il torinese Marco Arnolfo.

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