Il Natale con mio papà detenuto

Caritas e operatori carcerari – Grazie alla mobilitazione dei volontari e la disponibilità di educatori e agenti si è organizzata una festa natalizia per 50 figli dei reclusi: un raro momento di famiglia dietro le sbarre

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L’inizio dell’Avvento, tra vetrine scintillanti e spot pubblicitari in Tv con famiglie felici che sbocconcellano panettoni sotto l’albero e bambini che scartano pacchi dono, per i figli con mamma o papà in carcere è uno dei periodi più mesti dell’anno. «Le famiglie con un congiunto dietro le sbarre vivono ‘fuori’, ma è come se fossero recluse: se sei un bambino poi, come fai a non pensare al tuo papà in cella quando a scuola si preparano le letterine di Natale da consegnare ai genitori? E che dire delle festività natalizie per i minori fino a 6 anni che vivono con le mamme detenute all’Icam (gli Istituti a custodia attenuata come quello all’interno del penitenziario torinese, ndr)?», riflette Wally Falchi, responsabile del Centro di ascolto «Le due Tuniche» della Caritas diocesana. Così, quando è stata comunicata al carcere la disponibilità di un volontario «Babbo Natale» per una festicciola giovedì 17 novembre, con i figli dei detenuti si è subito accettato. Grazie al coordinamento di Arianna Balma Tivola, responsabile dell’Area trattamentale della Casa Circondariale «Lorusso e Cutugno», in una settimana si è messa in piedi la festa di Natale – coincisa con l’inizio dell’Avvento – per 50 piccoli e adolescenti da 3 ai 17 anni figli di detenuti tra cui le mamme con i bimbi dell’Icam.

Per chi non ha famigliarità con i tempi del carcere è difficile rendersi conto di come sia complicato, per motivi di sicurezza, preparare in poco tempo un’iniziativa con personale esterno: occorre procurare i permessi per i volontari e i parenti (alla festa sono stati invitati, oltre i figli, i congiunti dei detenuti tra cui alcuni nonni), controllare tutto il materiale che varca i cancelli, chiedere agli agenti penitenziari la disponibilità di garantire la vigilanza nel teatro dove si è allestito il ritrovo.

Ai regali per i figli dei reclusi e al rinfresco ci ha pensato il Centro d’ascolto Caritas che in due giorni, grazie al tam tam nelle parrocchie, ha raccolto presso la sede di corso Mortara 46, un camion di materiale consegnato mercoledì 16 alle Vallette. «Il Banco Alimentare e l’associazione Terza Settimana ci hanno donato panettoni, cioccolatini, caramelle, pop corn, dolci e bibite; amici e volontari ci hanno portato giochi, peluches, pennarelli, album da colorare che sono stati impacchettati – dopo i dovuti controlli – dagli educatori della cooperativa «Il Margine», prosegue Wally.

Babbo Natale nel Teatro del penitenziario torinese con Arianna Balma Tivola (a sinistra) e Wally Falchi

La Caritas diocesana opera al «Lorusso e Cutugno» con un servizio di ascolto interno che segue, tra l’altro, le attività di inserimento dei detenuti nel volontariato e nella formazione professionale e con la gestione di un alloggio, «Casa Silvana», a disposizione dei ristretti in permesso premio e dei loro parenti che non possono permettersi un soggiorno alberghiero.
«La catena di solidarietà che si è creata in due giorni ci ha sorpresi, come la gioia incontenibile dei bambini a cui Babbo Natale ha consegnato un dono, le lacrime dei papà con in braccio i figli e per mano le mogli in un clima disteso, molto diverso dai colloqui dove il tempo è contingentato e non puoi esprimerti liberamente. ‘Guarda papà’ ci sono le caramelle gommose e i pop corn! Posso portarmene un po’ a casa?’ chiedeva una bimba… e i poi canti natalizi, i giochi insieme ai genitori e le fotografie scattate ad ogni famiglia dal fotografo di Babbo Natale che ha ottenuto il permesso dal carcere di donarle ad ogni famiglia» racconta Wally. Un raro momento di normalità in un luogo che non sembrava una galera, dove i figli dei detenuti per qualche ora si sono dimenticati di avere un papà o una mamma dietro le sbarre, ma erano semplicemente ‘figli’.

«Si è vissuto il clima delle feste di Natale nei nostri oratori, dove gli agenti – anche loro genitori – giocavano con i bambini e chiacchieravano con i detenuti» conclude Wally Falchi. «Basta poco per rendere il carcere più umano: un luogo di pena certo, ma dove non smetti di essere padre o madre». Gesti semplici, in linea con l’art. 27 della Costituzione che raccomanda che il tempo trascorso nei penitenziari «rieduchi il condannato» anche ad essere genitore.

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