Il Novecento del settimanale La Voce del Popolo

Puntata 3 – Vecchia e gloriosa bandiera, «La Voce del Popolo» di Torino ha origini nobilissime nelle intuizioni di Leonardo Murialdo, uno dei «santi sociali» torinesi: la sua impresa più importante nei media è un bollettino che nasce per strada tra la sede delle Unio­ni operaie cattoliche in via Arcivescovado e il Collegio Artigianelli in corso Palestro. Puntata 1Puntata 2 

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Vecchia e gloriosa bandiera, «La Voce del Popolo» di Torino ha origini nobilissime nelle intuizioni di Leonardo Murialdo, il più brillante e coraggioso dei «santi sociali». La sua impresa più importante nei media è un bollettino che nasce per strada tra la sede delle Unio­ni operaie cattoliche in via Arcivescovado 12 e il Collegio Artigianelli in corso Palestro 14. Una sera di febbraio 1876 don Leonardo, il ferroviere Paolo Pio Perazzo e l’impiegato di commercio Domenico Giraud, dopo una seduta, si avviano verso il Collegio. Discutono sulla necessità di fondare un giornale che tratti i problemi del lavoro e degli operai. La proposta è accettata dal Consiglio delle Unioni. Domenica 15 marzo 1876 nella chiesa San Francesco d’Assisi si distribuisce il bollettino «Unioni operaie cattoliche. Pubbli­cazione mensile del Consiglio centrale di Torino». Giraud è direttore, Murialdo e Perazzo redattori.

Gli obiettivi nell’editoriale «Due parole di programma»: difesa della classe lavoratrice; risveglio e coordinamento delle Unioni operaie e del movimento operaio; for­mazione religiosa dei soci; barriera contro la «moltitudine di errori» del tempo; notizie sulle socie­tà operaie cattoliche. «Anche alle più elementari questioni pratiche di economia domestica consa­creremo qualche pensiero, senza però mai allontanarsi dallo spirito del giornaletto. La politica sarà rigorosamente esclusa». In Italia è il primo – e unico fino al 1883 – periodico cattolico che si interessa dei lavoratori, redatto prevalentemente da lavoratori. Trova favorevole accoglienza. Il 22 maggio 1876 il Consiglio giudica riuscito l’esperimento e decide di continuarlo. Varie associazioni lo scelgono come notiziario grintoso e polemico con anticlericali e massoni, che spadroneggiano nella politica e nell’amministrazione.

Dal 1° luglio 1883 diventa «La Voce dell’Operaio», nome suggerito da Murialdo. Si rivolge a tutti i lavoratori «destinato alla classe operaia senza distinzioni». Inaccettabile la lotta di classe perché imprenditori e lavoratori sono legati dagli stessi problemi e impegnati a risolverli. Dal gennaio 1887 è quindicinale con il  motto: «Religione-Patria-Lavoro» per combattere il conservatorismo, la massoneria, il socialismo e l’indifferenza. L’enciclica «Rerum novarum» (15 maggio 1891) di Leone XIII spinge i cattolici a impegnarsi nel sociale: assieme alla difesa dei valori cristiani e dei diritti della Chiesa, si precisano i diritti dei lavoratori e la loro «elevazione». Arriva una ventata di novità con servizi agili, popolari e coloriti. Dal 6 maggio 1895 con l’arcivescovo Davide Riccardi diventa settimanale: le 10 mila copie varcano i confini del Piemonte e si affermano nelle aree socialmente più attive.

Nuovi problemi sorgono con la morte, il 30 marzo 1900, di Leonardo Murialdo. Il 2 novembre 1901, su invito del cardinale Agostino Richelmy, i Giuseppini acquistano «La Voce» e don Eugenio Reffo è direttore di fatto – nominale è il casalese Evasio Franchi – fino alla morte nel 1925. Giornale formativo e battagliero, sostanzioso nei contenuti, taglio polemico e autorevole voce del mondo cattolico. Affronta e supera momenti delicati e problemi insidiosi: il modernismo; l’intervento militare dell’Italia di Libia; l’inserimento dei cattolici nella vita politica; il primo conflitto mondiale. Contrario all’entrata in guerra, il 23 maggio 1915 scrive: «Come italiani sentiamo che il dovere incombe e lo adempiamo volentieri e ci assoggetteremo ai sacrifici e alle privazioni e pregheremo il Dio delle vittorie perché voglia benedire le armi italiane».

Nel 1915 raggiunge le 35 mila copie e 41-42 mila nel 1922-24, tiratura strabiliante perché il 40 per cento della popolazione è analfabeta. L’eredità di don Reffo passa al  biellese don Alessandro Cantono, direttore fino al 1927. Il fascismo sopprime la stampa «nemica». Lo storico Giovenale Dotta scrive: «”La Voce” non manca di prendere posizioni critiche: le continue violenze, gli scontri con i socialisti, le offese verbali e fisiche agli esponenti del movimento cattolico, le aggressioni. Come durante la Grande Guerra se l’era presa con i “pescecani dell’industria”, in primo luogo la Fiat, così ora se la prende con gli agrari, “pescecani dell’agricoltura”, che finanziano le squadracce fasciste». Il giornale assaggia i soprusi del regime. Riprende diretto da don Ernesto Casalis fino al 1947. Illustra le encicliche del focoso Pio XI, che non ha mai definito Mussolini «l’uomo della Provvidenza», ma «uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare», cosa molto diversa.

Su indicazione del cardinale Maurilio Fossati, mons. Giuseppe Garneri – parroco della Cattedrale e fondatore-direttore di Torino-Chiese – concepisce due settimanali e un quotidiano: «Il Popolo Nuovo» supplisce all’assenza di un quotidiano cattolico regionale. Il 18 settembre 1947 «La Voce del Popolo» passa alla diocesi e il direttore mons. Jose Cottino scrive: «”La Voce” che per 70 anni fu vessillo di fede per le popolazioni, continuerà la nobile tradizione. La vecchia e gloriosa bandiera non sarà ammainata». Ne potenzia la diffusione, ne migliora la veste grafica, punta su uno stile popolare. Il giornale si fa portavoce delle situazioni ecclesiali locali. Dal 1949 si unisce in consorzio con altri sei settimanali, ai quali fornisce le pagine comuni: «L’Ancora» (Acqui), «L’Indipendente» sostituito nel 1950 da «Il Corriere della Valle» (Aosta), «L’Osservatore piceno» (Ascoli Piceno), «La Guida di Cuneo», «L’Unione Monregalese» (Mondovì), «La Valsusa». A Cottino il 15 dicembre 1968 subentra nella direzione don Franco Peradotto.

Nel panorama dei settimanali piemontesi spicca il cattolico ma non diocesano «il nostro tempo» di Torino, testata di cultura cristiana che varca i confini subalpini. Vede la luce il 14 dicembre 1946, grazie a un gruppo sacerdoti e laici stimolati da don Giuseppe Garneri, futuro vescovo di Susa. Il primo e grande direttore, don Carlo Chiavazza, nell’editoriale inaugurale, sintetizza il bisogno dei cattolici di «rivivere nell’unità, nell’audacia, nell’umanità». Chiavazza fa de «il nostro tempo» un grande giornale, punto di riferimento per il cattolicesimo post-bellico. Alla morte di Chiavazza a fine 1981 succede Domenico Agasso, e poi Beppe Del Colle. Senza grande fortuna l’edizione milanese, voluta dagli arcivescovi Giovanni Saldarini (Torino) e Carlo Maria Martini (Milano): dura dal 1993 al 2004. Il 2 ottobre 2016 l’Arcivescovo Cesare Nosiglia, molto coraggiosamente, fonde le due testate – «La Voce del Popolo» di 141 anni e «il nostro tempo» di 71 anni – in «La Voce e il Tempo».

(3.Fine)

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