«Non si può credere a Gesù e fare la guerra»; «La dignità umana non ha passaporto». Le espressioni-chiave illuminano la seconda (Barcellona) e la terza (Canarie) tappa del viaggio di Papa Leone in Spagna (6-12 giugno 2026).
Nella basilica Sagrada Família, «catechesi di pietre, di colori e di luce», sottolinea che chi crede non può uccidere innocenti «né abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria. La Croce di Cristo, posta in cima a questa basilica è la croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno». Alle Canarie, grande arcipelago nell’Oceano Atlantico al largo dell’Africa nord-occidentale – sette isole maggiori e altre isolette minori, di origine vulcanica – l’attenzione va ai migranti che a migliaia arrivano ad Arguineguín, «porto della vergogna», e incontrano moltissime difficoltà.
«Nella Sagrada Família tutto è provvidenziale»: le parole di Antoni Gaudì – morto un secolo fa il 10 giugno 1926 – descrivono l’anima di questa imponente opera con 18 torri, vera e propria catechesi figurativa, espressione di una fede che si fa pietra e forme, trame e colori, luce e profondità dello spazio. Leone XIV rende omaggio alla tomba del venerabile, nella cappella di Nostra Signora del Carmelo. Colpisce milioni di visitatori il modo in cui la luce si propaga e si riflette sulle colonne a forma di albero rendendo l’interno una monumentale foresta di pietra e colori. All’altare con il Cristo crocifisso il Pontefice celebra Messa, cento anni dopo la morte dell’«architetto di Dio», benedice la torre di Gesù, e nell’omelia in catalano e spagnolo ammonisce: «Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente». La basilica «apre le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno all’ascolto della Parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore. Nella “ciutat comtal” di Barcellona, tutta la Catalogna alza lo sguardo per incontrare il volto di Dio in questo tempio, segno di unità e di concordia».
«Questa chiesa è un unico edificio composto di molte pietre, una casa che cresce negli anni secondo un identico progetto. Noi siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine». La basilica, consacrata nel 2010 da Benedetto XVI come «segno visibile del Dio invisibile», è ancora oggi un cantiere: «Ci ricorda come la vita cristiana sia un cammino, perché si tratta di un progetto che Dio porta a compimento. Non abitiamo un’opera incompiuta ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa. Di qui l’impegno a cooperare al progetto di Dio per farci diventare un suo capolavoro». Sottolinea che le tre facciate «sono un richiamo alla Croce di Gesù: posta in cima a questa basilica, è la croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. La torre della Croce diventa vessillo di carità perché brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città».
La Sagrada Família non è un primato ma una luce che guida il cammino – «Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: ci propone un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi». È un capolavoro architettonico ma è anche «un’eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce, un riflesso della “Biblia pauperum” delle antiche cattedrali e anche oggi appare evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione». La torre di Gesù rende la basilica di Gaudí la più alta del mondo: «Mentre alziamo lo sguardo al Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere. E dimostriamo che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane ma per guidare i passi del popolo di Dio».
Las Palmas de Gran Canaria è punto di approdo delle barche dei disperati che fuggono da Mauritania, Senegal, Marocco e Sahara e le Isole Canarie sono uno dei punti di approdo all’Europa più vicini all’Africa. Qui Leone XIV incontra i volontari che ogni giorno lavorano nell’accoglienza e nell’assistenza agli immigrati: «In riva al mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati da paura, fame e violenza, dopo il deserto, la notte e il mare». Il messaggio è chiaro: nessuno può dimenticare queste creature. «La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana».
«Anche oggi in questi mari esistono alcuni mostri: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette che i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio». Si deve «essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune ma dove parlano i gesti». Alla nigeriana Blessing, costretta a lasciare il suo paese e vittima, come tante donne, di tratta e sfruttamento, Papa Prevost dice: «Se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti: sei figlia e sorella». Conclude: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte. Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza. Per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi al Mediterraneo e all’Atlantico cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante».
Pier Giuseppe Accornero


