Il Papa a Ginevra, l’incontro con il Consiglio ecumenico

«L’ecumenismo è un’impresa in perdita, ma una perdita evangelica» – Con una definizione fulminante per potenza espressiva Papa Francesco ha parlato il 21 giugno al Consiglio ecumenico delle Chiese a Ginevra nel 70° di fondazione dello strumento del dialogo ecumenico con pastori e pastore luterani, vescovi evangelici, preti anglicani e metropoliti ortodossi

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«L’ecumenismo è un’impresa in perdita, ma una perdita evangelica». Con una definizione fulminante per potenza espressiva, Papa Francesco parla il 21 giugno 2018 al Consiglio ecumenico delle Chiese a Ginevra nel 70° di fondazione dello strumento del dialogo ecumenico con pastori e pastore luterani, vescovi evangelici, preti anglicani e metropoliti ortodossi.

NEL CAMMINO ECUMENICO BISOGNA «LAVORARE IN PERDITA» – Non vanno tutelati «gli interessi delle proprie comunità ma essere del Signore e scegliere in nome del Vangelo il fratello». È la terza visita di un Papa: Paolo VI il 10 giugno 1969, Giovanni Paolo II il 15 giugno 1982. Bergoglio predilige l’ecumenismo della preghiera e dell’azione comune ma non disdegna quello dei dialoghi teologici. «Camminare, pregare, lavorare insieme» è il motto del 23° viaggio all’estero. Camminare nello Spirito «è rigettare la mondanità, è scegliere il servizio, è progredire nel perdono, è calarsi nella storia non con il passo rimbombante della prevaricazione, ma con il passo di Dio». Le divisioni tra cristiani sono spesso avvenute «perché nella vita delle comunità si è infiltrata una mentalità mondana», situazioni in cui «il nemico di Dio e dell’uomo, il diavolo, ha avuto gioco facile nel separarci. Camminare in questo modo è lavorare in perdita, perché non si tutelano gli interessi delle proprie comunità. Le distanze, che esistono, «non siano scuse: è possibile camminare secondo lo Spirito». La strada della divisione «porta a guerre e distruzioni e danneggiala la predicazione del Vangelo».

IL CORAGGIO DEI PRIMI ECUMENISTI – «La credibilità del Vangelo è messa alla prova dal modo in cui i cristiani rispondono alle vittime del tragico aumento di un’esclusione che genera povertà e fomenta i conflitti». Francesco insiste sulla missione e sulla testimonianza comune al Vangelo che i cristiani possono e debbono dare. Francesco ringrazia i primi ecumenisti che «non si sono lasciati imbrigliare dagli intricati nodi delle controversie, ma hanno trovato l’audacia di guardare oltre e di credere nell’unità, superando gli steccati dei sospetti e della paura. Il Consiglio ecumenico delle Chiese è nato come strumento del movimento ecumenico suscitato da un forte appello alla missione: come possono i cristiani evangelizzare se sono divisi tra loro?». Questo si chiese la Conferenza missionaria mondiale di Edimburgo del 1910 dove 1.200 missionari protestanti e anglicani intendevano «non disperdere le energie facendoci concorrenza l’un l’altro». «Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è un nuovo slancio evangelizzatore. Siamo chiamati a essere un popolo che vive e condivide la gioia del Vangelo, che loda il Signore e serve i fratelli, con l’animo che arde dal desiderio di dischiudere orizzonti di bontà e di bellezza inauditi a chi non ha ancora avuto la grazia di conoscere veramente Gesù. Sono convinto che, se aumenterà la spinta missionaria, aumenterà anche l’unità fra noi».

OMELIA SULLE TRE P, PADRE, PANE, PERDONO – Celebra la Messa per la comunità cattolica sullo sfondo delle montagne. Nell’omelia propone le tre P, «Padre, pane, perdono». Padre: con il «Padre nostro» «preghiamo “in cristiano”: non un Dio generico, ma Dio che è anzitutto Papà, prima di essere infinito ed eterno, Dio è Padre. “Padre nostro” è la formula della vita, che rivela la nostra identità: siamo figli amati. Non stanchiamoci di dire “Padre nostro” perché non esiste alcun figlio senza Padre e nessuno di noi è solo in questo mondo. Ma ci ricorda anche che non c’è Padre senza figli: nessuno di noi è figlio unico, ciascuno si deve prendere cura dei fratelli». Pane: «È anzitutto il cibo sufficiente per la salute e per il lavoro; quel cibo che a tanti nostri fratelli e sorelle manca. Per questo dico: guai a chi specula sul pane! Il cibo di base per la vita quotidiana dei popoli deve essere accessibile a tutti. La vita è diventata tanto complicata. Vorrei dire che per molti è come “drogata”: si corre dal mattino alla sera, tra mille chiamate e messaggi, incapaci di fermarsi davanti ai volti, immersi in una complessità che rende fragili e in una velocità che fomenta l’ansia. Si impone una scelta di vita sobria, libera dalle zavorre superflue». Perdono. «È difficile perdonare perché portiamo sempre dentro un po’ di rammarico, di astio, e quando siamo provocati da chi abbiamo già perdonato».

«NÔTRE NOM EST PIERRE»: LA VISITA DI PAOLO VI NEL 1969 – Ha le sue radici in un documento di vent’anni prima: il 20 dicembre 1949 il Sant’Uffizio emette l’istruzione «Ecclesia catholica» sul «Movimento ecumenico» e sul «metodo da seguirsi in questo lavoro», approvata da Pio XII, firmata dal segretario, cardinale Francesco Marchetti Selvaggiani, e dall’assessore mons. Alfredo Ottaviani. Segnala errori da evitare: minimizzare il dogma cattolico, insistere in modo esagerato sugli elementi dottrinali comuni; giudica positivamente l’ecumenismo «frutto dell’ispirazione dello Spirito Santo»; autorizza i vescovi a permettere riunioni di cattolici e cristiani di altre confessioni e di teologi; permette la partecipazione dei cattolici alle riunioni ecumeniche. La cosa singolare è che il Sant’Uffizio, nel giugno 1948, disse no alla partecipazione dei cattolici alla Conferenza ecumenica di Amsterdam da cui nacque il Cec che Paolo VI visita il 10 giugno 1969. Parla all’assemblea in francese: «Nôtre nom est Pierre. Eccoci in mezzo a voi. Il nostro nome è Pietro. Pietro è pescatore di uomini ed è il pastore. Il Signore ci ha concesso un ministero di comunione non per isolarci da voi ma per lasciarci il precetto e il dono dell’amore, nella verità e nella umiltà». In precedenza all’Organizzazione internazionale del Lavoro di Ginevra Montini si fa «interprete e difensore di ogni uomo e di tutto l’uomo: non più il lavoro contro il lavoratore ma  il lavoro al servizio dell’uomo. Non mai più il lavoro al di sopra dell’uomo e contro il lavoratore, ma sempre il lavoro per il lavoratore, sempre il lavoro al servizio dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo».

 

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