Fatevi chiamare «servo» e non «eminenza». Lo chiede Papa Francesco. Basandosi su un testo del poeta argentino Francisco Luis Bernárde, il 6 ottobre 2024 scrive «fraternamente» ai nuovi cardinali, tra i quali l’arcivescovo di Torino Roberto Repole: «Caro fratello, con la creazione a cardinale entrerai a far parte del clero di Roma. Benvenuto!». L’appartenenza «esprime l’unità della Chiesa e il legame di tutte le Chiese con questa di Roma». Il poeta Bernárdez descrive il mistico San Giovanni della Croce: «Occhi alti, mani unite, piedi nudi».
Applica: «Occhi alti perché il tuo servizio richiede di allungare lo sguardo e dilatare il cuore, per poter guardare più lontano e amare più universalmente con maggiore intensità ed entrare alla scuola del suo sguardo che è il costato aperto di Cristo. Mani giunte perché ciò di cui la Chiesa ha più bisogno – insieme all’annuncio – è la tua preghiera per pascere bene il gregge di Cristo. La preghiera, che è l’ambito del discernimento per aiutarmi a ricercare e trovare la volontà di Dio per il nostro popolo, e seguirla. Piedi nudi, toccando la durezza della realtà di tanti angoli del mondo frastornati dal dolore e dalla sofferenza per la guerra, la discriminazione, la persecuzione, la fame e molte forme di povertà che esigono compassione e misericordia. Che il titolo di “servo” (diacono) offuschi sempre più quello di “eminenza”».
Sessant’anni fa, verso la fine del Concilio Vaticano II, il 16 novembre 1965, 42 vescovi di 15 Paesi stilano il «Patto delle catacombe»: tra essi il brasiliano Hélder Pessõa Câmara, estensore del documento; l’unico italiano Luigi Bettazzi; i martiri Óscar Arnulfo Romero y Galdámez (santo) ed Enrique Angelo Angelelli Carletti (beato). Poi lo firmano 500 vescovi che rifiutano di farsi chiamare «eminenza, eccellenza, monsignore» e preferiscono «il nome evangelico “padre”». Michele Pellegrino, cardinale arcivescovo di Torino (1965-1977), si faceva chiamare «padre». Il Papa va ancora più avanti: non «padre» ma «servo».
Con il prossimo Concistoro il 7-8 dicembre, il decimo di Bergoglio, i cardinali saranno 256: 141 elettori e 115 non elettori. Paolo VI fissò a 120 il numero degli elettori. Ricevono la porpora: 11 europei (5 italiani); 6 americani (5 sudamericani), 3 asiatici, un africano.
Il Papa il 22 ottobre ha accolto la richiesta del francescano Paskalis Bruno Syukur, vescovo della diocesi indonesiana di Bogor, di non essere creato cardinale «per crescere nella vita sacerdotale» e lo ha sostituito con l’italiano Domenico Battaglia, dal dicembre 2020 arcivescovo di Napoli. Calabrese, è noto per il suo impegno a fianco dei poveri. Dichiara: «Sento il peso di questa responsabilità con cui il Papa mi invita ad allargare il cuore. Nel chiamarmi a questo servizio ha guardato a un figlio del Sud, vescovo di una Chiesa del Sud, terra di fatica e di speranza. Sento come mio dovere portare con me le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri e di coloro che soffrono». Diventare cardinale «non è un privilegio ma una responsabilità, sentendoci servi gli uni degli altri. Non chiamatemi eminenza; sono e resterò sempre don Mimmo».
Particolare l’attenzione e il coinvolgimento per i deboli e gli emarginati: si è occupato di tossicodipendenti guidando il «Centro calabrese di solidarietà», legato alle Comunità terapeutiche di don Mario Picchi. A Napoli è apprezzato da sacerdoti, fedeli e laici: nel primo messaggio si presentò «fratello che va tra fratelli in una città, tesoro del Sud in cui si spera e si lotta contro numerose problematiche». Ha sempre denunciato e condannato violenza e criminalità, come quelle delle ultime settimane.
Torino con Repole e Napoli con Battaglia tornano sedi cardinalizie. Si sa – perché lo ripete spesso – che nella scelta dei cardinali, Francesco intende promuovere la «Chiesa in uscita e delle periferie». Principio chiarissimo ma certe scelte sono difficili da capire. Francesco si è riservato il titolo e la responsabilità di «prefetto del dicastero dell’Evangelizzazione» per sottolinearne il ruolo e l’importanza. Esso si articola in due sezioni: una per le missioni, guidata dal cardinale filippino Luis Antonio Tagle; una per la «nuova evangelizzazione» guidata dall’italiano Salvatore Fisichella che, su incarico di Papa Ratzinger, nel 2010 «inventò» la «Nuova evangelizzazione» e oggi – su incarico di Francesco – ha gestito l’Anno Santo del 2025-16 e gestirà quello del 2025: non è stato inserito nelle liste di 10 Concistori dal 2014 a oggi. Così non sono cardinali personaggi di primo piano come Nunzio Galantino e Vincenzo Paglia. Nel 2023 ha fatto cardinale il rettor maggiore dei Salesiani Artime per affidargli – si diceva – un importante incarico. Sono trascorsi quasi due anni e non c’è traccia (pubblica) dell’incarico. Ha fatto cardinale il vescovo di Setúbal e non l’arcivescovo di Lisbona (sede patriarcale); l’arcivescovo di Marsiglia e non quello di Parigi (la capitale) o di Lione (sede primaziale di Francia). Ha fatto cardinale l’ex nunzio centenario Acerbi e non fece Luigi Bettazzi, morto ultracentenario e ultimo padre conciliare. Ha nominato cardinali il patriarca di Gerusalemme (prima volta nella storia), e ora gli arcivescovi di Torino e Napoli, e non di Milano, Venezia (sede patriarcale), Genova, Firenze, Palermo. Ha fatto cardinali gli arcivescovi e vescovi (anche meriti) di Perugia, Ancona, Agrigento, L’Aquila, Ivrea, Como.
I cattolici credono che lo Spirito Santo guida la Chiesa e il successore di Pietro ma talvolta le sue scelte appaiono difficilmente comprensibili.
Pier Giuseppe Accornero

