Il Papa (e Torino) in Mongolia

Intervista – Parla il cardinale Marengo, Missionario della Consolata, che in questi giorni accoglie Francesco «ai confini del mondo»

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Si apre ufficialmente sabato 2 settembre il viaggio di Papa Francesco in Mongolia, partito per il Paese asiatico nella serata del 31 agosto. Abbiamo parlato del viaggio, delle attese e della realtà mongola con il cardinale Giorgio Marengo, nato a Cuneo, ma cresciuto a Torino, Missionario della Consolata, prefetto apostolico di Ulaanbaatar dal 2020.

Eminenza, il 3 giugno scorso è stato dato l’annuncio ufficiale della visita di Papa Francesco. Come è stata accolta la notizia e come la Chiesa mongola ha vissuto questi mesi di attesa?

La comunità cristiana cattolica è particolarmente in fermento per questa visita così storica.  Storica perché è la prima volta che un pontefice si reca in Mongolia, ma poco meno di ottocento anni fa Papa Innocenzo IV nel 1246 inviò Giovanni di Pian del Carpine, un frate Francescano umbro, alla corte degli Imperatori mongoli per stabilire un primo contatto con questo popolo che stava avvicinandosi sempre di più all’Europa e che rappresentava una novità assoluta. Ci piace ricollegare questi due viaggi molto distanti nel tempo, ma che hanno delle caratteristiche in comune perché si trattava anche allora di una missione di pace, conoscenza, fraternità.  Certo i tempi sono cambiati – e poi né Papa Innocenzo né altri pontefici di fatto sono mai andati fisicamente in Mongolia – però a quel primo contatto tra la Santa Sede e la Mongolia, che risale appunto al XIII secolo, i Mongoli danno una grande importanza perché fu il primo interessamento ufficiale da parte dell’Occidente verso di loro e fu proprio da parte di un Papa. Ottocento anni dopo arriva Papa Francesco, primo successore di San Pietro che viene a trovare questa comunità così piccola. E questo è l’altro aspetto, oltre a quello storico, che ha colpito i Mongoli: l’importanza che lui ha voluto dare con la sua visita a questa realtà così marginale e così lontana dai riflettori che è la piccola comunità cattolica della Mongolia che conta circa 1.500 membri su quasi tre milioni e mezzo di abitanti. Un grande segno di cura verso le comunità più piccole e più lontane che potrebbero sembrare meno significative perché sono fatte di numeri irrisori e che ci dice tanto del suo cuore di pastore universale che appunto ritiene di spendere le sue energie nonostante l’età, nonostante la salute, nonostante la distanza geografica per manifestarci la sua vicinanza. Quindi noi come comunità cattolica siamo tutti molto felici e veramente onorati di questa visita che è stata preparata non solo negli aspetti pratici, ma soprattutto da un punto di vista spirituale anche attraverso un pellegrinaggio della statua di quella Madonna che tempo fa fu trovata in una discarica e che l’8 dicembre nella celebrazione di affidamento della Mongolia alla Vergine è stata intronizzata nella cattedrale della capitale. Una statua che è anche diventata un po’ il simbolo di questa visita.

Il motto del viaggio è «Sperare insieme». È un modo per fare riferimento a come la comunità cristiana intende rapportarsi con lo Stato?

Quando abbiamo pensato al motto volevamo trovare una espressione che tenesse insieme il valore pastorale della visita, che è anzitutto un viaggio apostolico, e il fatto che è anche la visita di un capo di Stato. Così abbiamo scelto il verbo «sperare» che fa riferimento alla virtù di cui abbiamo più bisogno nel mondo in questo momento e che per la nostra fede è una virtù teologale; ma la speranza è anche una virtù pratica riconosciuta dal mondo laico come fondamentale. In particolare, facciamo riferimento alla speranza che questo Paese rappresenta nel panorama internazionale perché è un Paese coraggiosamente impegnato sul fronte della democrazia, della libertà religiosa, della tutela dei diritti. Anche l’esperienza ecclesiale della Mongolia può essere vista come un segno di speranza, non perché siamo più bravi degli altri, anzi, ma perché questa piccola comunità è una comunità viva che testimonia con semplicità la propria fede. L’avverbio «insieme» indica il desiderio di fare le cose insieme sia come Chiesa, sia nella collaborazione con il governo, sia nel dialogo con le altre religioni.

E il logo?

Nel logo, che è stato realizzato da un artista torinese, Pierpaolo Rovero, abbiamo voluto che la mappa della Mongolia fosse tratteggiata con i tre colori della bandiera; al centro c’è una ger, l’abitazione tradizionale da cui esce un fumo giallo che è il colore della Santa Sede e poi, su una croce a lato, c’è il motto scritto in mongolo antico, uno degli elementi di maggiore identità culturale sulla quale lo Stato sta investendo molto. Il mongolo antico è un motivo di vanto per il popolo che lo ha conservato nei secoli.

Nel programma della visita c’è un incontro interreligioso, come è il dialogo con chi non è cristiano?

Innanzitutto, bisogna dire che la libertà di religione è tutelata dalla Costituzione, che dice che ogni cittadino è libero di credere o di non credere e di esprimere la propria opinione. L’incontro in programma – la mattina di domenica 3 – è anche un’occasione per ricollegarsi al fatto che nel XIII-XIV secolo la convivenza di diverse tradizioni religiose era un fatto che in altre parti del mondo era impensabile, anche in Europa. I mongoli hanno una tradizione di multireligiosità di cui dovrebbero andare fieri. La vivevano a modo loro, sotto il pugno di ferro degli imperatori: tutti dovevano rispettare la legge civile mongola, ma c’erano buddisti, cristiani siriaci, musulmani, taoisti, sciamani… Il dialogo fa parte della vita della Chiesa in Mongolia sin dagli inizi degli anni ’90, quando sono arrivati i primi missionari; oggi godiamo di ottimi rapporti che ci portano ad avere un incontro ogni due mesi con tutti i leader religiosi. A testimonianza dell’amicizia che ci lega posso dire ad esempio che l’anno scorso tra i primissimi con cui ho condiviso la gioia per la notizia della mia nomina a cardinale ci sono stati i membri della delegazione buddista che avevo accompagnato dal Papa e che subito si sono congratulati con me. Da quando sono Prefetto posso anche dire che gli incontri interreligiosi sono aumentati di numero e di qualità e sono diventati un appuntamento regolare e per questo nel programma della visita era giusto e doveroso che ci fosse anche questo momento di confronto con il Papa, che si svolgerà anche in una cornice abbastanza interessante, dentro una grande ger moderna, dove i vari leader esprimeranno un loro pensiero e si concluderà con un discorso del Papa. Per noi il dialogo interreligioso è fondamentale essendo una realtà veramente piccola che si confronta quotidianamente con una società in cui ci sono altri riferimenti religiosi. Fa quindi parte del vissuto quotidiano che è fatto di vita, ma anche di approfondimento e di studio.

Nel programma della visita, la mattina del 4 settembre, prima di Tornare in Vaticano c’è l’inaugurazione della Casa della misericordia, di cosa si tratta?

La Chiesa in Mongolia per il 70% delle sue attività si occupa di iniziative di promozione umana e sociale. Un impegno portato avanti in maniera egregia dalle varie congregazioni, ognuna nei propri specifici ambiti.  Ora sembrava opportuno, da un discernimento fatto insieme, che la Prefettura in quanto tale avesse un suo spazio in cui questo impegno per la società forse visibile, non tanto come opera di una congregazione, ma come espressione della Chiesa locale, e l’occasione è nata perché tre anni fa la Prefettura Apostolica è venuta ad acquisire un edificio per il quale dovevamo trovare un utilizzo. Nel nostro progetto la Casa sarà un luogo per chi non sa dove andare: un centro di prima accoglienza dove trovare un pasto caldo, un letto per qualche giorno, per sfuggire alla violenza domestica o ad altre situazioni complesse della vita. Le attività principali saranno la mensa e un centro di ascolto che orienterà chi è in difficoltà a trovare soluzione ai suoi bisogni. Non vogliamo creare dei doppioni rispetto a quanto lo Stato già sta garantendo alla popolazione anche in maniera encomiabile. Non vogliamo fare un qualcosa di alternativo, ma vogliamo semplicemente esprimere nei fatti l’attenzione che i cristiani hanno per l’altro, soprattutto quando l’altro è in difficoltà e farlo anche valorizzando quello che lo stato già fa. Un altro obiettivo è sottolineare il valore del volontariato perché in Mongolia per tante ragioni storiche, culturali, politiche questa prassi dello spendersi per gli altri per puro desiderio di aiutare senza avere un interesse è ancora non troppo conosciuta… Vorremmo anche coinvolgere il più possibile persone di altre fedi e di altre convinzioni che però vogliano dare tempo e risorse agli altri, per far vedere quanto questo questa dimensione del volontariato sia fondamentale per ogni società.

Una Casa della Misericordia per i più fragili, ma quale è la situazione del Paese?

La Mongolia è un Paese che in questi 31 anni, da quando la Chiesa è presente, è cambiato radicalmente. Nel ’92, quando arrivarono i primi tre missionari, era un Paese in profonda crisi economica che usciva da un rigido regime comunista durato 70 anni. C’era una situazione di grande e diffusa povertà, di mancanza dei servizi essenziali. Da quella situazione si è arrivati oggi, al 2023, in cui la Mongolia è un Paese che si è coraggiosamente lanciato in un’impresa di recupero, con numeri che le fanno veramente onore, ad esempio nel settore della sanità. La povertà endemica dei primi anni ‘90 ha lasciato il posto a una situazione di fermento continuo, a un miglioramento evidente delle condizioni di vita. Ma a questo rapido sviluppo spesso si accompagnano situazioni anche di vuoto, perché le persone non sono state aiutate a stare al passo con questa rapida trasformazione, per cui si stanno creando comunque delle sacche di povertà molto considerevoli soprattutto nella grande periferia della città di Ulaanbaatar. Si è diffuso un disorientamento morale per cui la gente rincorre una ricchezza che non è detto che riesca a raggiungere o che poi non sa gestire. C’è un flusso migratorio continuo dalle campagne alla città per inseguire guadagni, dove poi si manifestano con evidenza le diseguaglianze sociali. Forte è l’impegno del governo contro la corruzione, tantissimi sono i cantieri che indicano sviluppo, molte le opportunità offerte, ma c’è un forte impoverimento dal punto di vista morale e spirituale che la Chiesa cerca di arginare richiamando le comunità al fatto che la vita non è solo inseguire la ricchezza…

Cosa lascerà alla Chiesa in Mongolia questa visita?

Noi abbiamo realizzato una «time line» nell’ingresso della Prefettura Apostolica dove l’anno zero è il 1246 e il 2023 segna in qualche modo un traguardo molto importante. Rimarrà come segno indelebile del fatto che la Mongolia, pur piccola e lontana, ha avuto in quell’anno la visita del Papa e quindi ha ricevuto quell’attenzione che ha sempre sentito, ma in una forma straordinaria come quella di averlo fisicamente tra i suoi confini. Il Papa simbolicamente entrerà in una ger montata fuori dalla cattedrale, dove troverà ad accoglierlo la signora anziana che ha trovato la statua della Madonna nella discarica e che è stata battezzata quest’anno. La foto che scatteremo di quell’ingresso e di quell’incontro resterà credo per sempre il simbolo di questo viaggio. Poi ci saranno le parole che lui dirà sulle quali torneremo perché sicuramente saranno proprio ‘per noi’, ma al tempo stesso ci daranno maggiore respiro universale, per cui noi, pochi che siamo, in quel momento coglieremo di essere nel cuore della Chiesa e di poter offrire alla Chiesa universale quello che siamo, che è semplicemente l’essere discepoli missionari. Saremo credo confermati nel nostro cammino e nell’impegno quotidiano di vivere il Vangelo con gioia.

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