Il Papa: fermare la guerra, “prima che diventi una voragine irreparabile”

Angelus – «I venti di guerra che soffiano in Iran e nel Medio Oriente» suscitano «profonda preoccupazione» nel Papa che, all’Angelus di domenica 1° marzo, ha inviato le parti ad agire con «responsabilità» per evitare uno scenario devastante e ad abbandonare armi, violenza e minacce lasciando spazio al dialogo e alla diplomazia

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Evitate «la voragine irreparabile» della guerra mondiale agendo con diplomazia e promuovendo il bene dei popoli: «I venti di guerra che soffiano in Iran e nel Medio Oriente» suscitano «profonda preoccupazione» nel Papa che, all’Angelus di domenica 1° marzo 2026, invita le parti ad agire con «responsabilità» per evitare uno scenario devastante e ad abbandonare armi, violenza e minacce lasciando spazio al dialogo e alla diplomazia: «La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce, né con le armi ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli».

E il vicario apostolico dell’Arabia del Sud, il milanese mons. Paolo Martinelli, condivide i richiami papali «al dialogo, alla diplomazia e alla promozione del bene dei popoli, una questione che non va mai persa di vista da tutte le parti in gioco» perché tocca «la gente comune, con le sue problematiche quotidiane: la scuola, il lavoro, la salute, la malattia. Le persone hanno bisogno di pace, relazioni serene e di una convivenza pacifica fondata sulla giustizia». Chiede che «il dialogo sia autentico e responsabile: con le minacce reciproche si semina distruzione, non si costruiscono pace e stabilità».

Il clima nei territori del vicariato – che ha giurisdizione su Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen, rimane di forte preoccupazione, soprattutto per la presenza di tante basi americane. In una telefonata con i media vaticani il vicario apostolico spera che la situazione non peggiori «perché non riusciremmo a vedere le conseguenze».

Di necessità del dialogo, della consultazione e del rispetto del diritto internazionale parla il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (Wcc), Jerry Pillay: «La pericolosa spirale di violenza mette in pericolo vite umane, distrugge infrastrutture essenziali e aggrava la paura e l’incertezza tra i popoli che hanno già sopportato una prolungata instabilità e conflitti». Chiede «la cessazione immediata di tutte le azioni militari; la protezione delle popolazioni civili e delle infrastrutture critiche in conformità con il diritto internazionale umanitario; la ripresa urgente dell’impegno diplomatico e del dialogo politico attraverso meccanismi internazionali e regionali consolidati; e sforzi internazionali coordinati per ripristinare la stabilità».

In questi anni la Santa sede ha definito «cordiali» i rapporti con l’Iran. Ma con la teocrazia iraniana i tentativi di dialogo con il mondo musulmano – che altrove hanno dato buoni frutti, grazie anche a Papa Francesco – sono inesistenti. Al suo ritorno dall’esilio in Francia nel 1979, l’ayatollah Ali Khomeini pronunciò come prima parola «Azadi libertà», un concetto in realtà inesistente in questa infernale teocrazia: subito cominciarono repressioni e massacri, in particolare dei curdi. Storici con la memoria buona ricordano che Khomeini dall’esilio promise ai curdi che, tornato in Iran, avrebbe concesso loro l’autonomia: invece, appena rientrato, cominciò a impiccare i giovani curdi nelle pubbliche piazze, colpevoli solo di essere curdi. E affermò: «Uccidere un curdo non è peccato». In questo mezzo secolo il Paese è vissuto di proteste e manifestazioni per la libertà e di crudelissime repressioni con migliaia di morti e di prigionieri. Ma lascia perplessi gli osservatori l’imbarazzante silenzio dei Papi e della Santa Sede. Da Paolo VI in qua i Pontefici alla domenica ci hanno abituati alla solidarietà con i popoli più sperduti. Mentre tutte le cancellerie occidentali protestavano per le vittime del regime iraniano, da Papi arrivavano parole di condanna e di incoraggiamento per l’Ucraina, per il Medio Oriente con il genocidio attuato dagli israeliani sui palestinesi, per il Sudan e l’Africa.

Come mai il Papa non parla mai dell’Iran? Mi sono chiesto tante volte e, come me, molti, come una recente nota dell’attenta pubblicazione «Settimana»: «Perché non parla mai delle donne, imprigionate perché non hanno il velo regolamentare? Perché non condanna le morti sommarie e feroci e le torture insopportabili? Il caso iraniano richiama molte attenzioni». I Pontefici non si rivolgono al brutale «regime degli ayatollah» – che si regge sulla forza bruta dei «pasdaran, guardiani della rivoluzione» – ma alle autorità civili dello Stato. Nessun Papa dal 1979 ha mai incontrato la «guida suprema» ma gli esponenti politici mantenendo un approccio cauto finalizzato alla protezione della piccola comunità cattolica locale. Al massimo, Parolin nota che «non si può massacrare il proprio popolo»: è il massimo che ci si aspetta dalla Santa Sede.

Pier Giuseppe Accornero

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