«Il Papa è il solo a chiedere la pace» dice il prof. Andrea Riccardi in un’intervista a «Corriere della Sera»: «Leone respinge la guerra mentre ortodossi, musulmani, ebrei e protestanti stanno spesso con i loro governi». Lo hanno capito molto bene i quotidiani che riservano grossi titoli alla «preghiera per la pace» che Leone XIV ha guidato in San Pietro l’11 aprile 2026, sabato dell’ottava di Pasqua, nel 63° anniversario (era Giovedì Santo) della «Pacem in terris» (11 aprile 1963), la più famosa enciclica e il testamento spirituale di Giovanni XXIII.
«Fermatevi. Sedetevi ai tavoli del dialogo. Basta morte in nome di Dio» titola «Corriere della Sera»; «Fermiamo il delirio di onnipotenza. Ascoltiamo la voce dei bambini. Basta follia della guerra» («la Repubblica»); «Ripudiamo la guerra, fermatevi» («Il Messaggero»). «La Stampa» lo relega su un titoletto a due colonne in pagina interna. I media vaticani spiegano l’evento più struggente e importante del primo anno di pontificato: «L’appello alla maggioranza silenziosa, che sceglie la pace contro la follia della guerra, mobilita miliardi di persone che non si arrendono all’idolatria del denaro e del potere».
«Preghiamo per la pace, si fermi chi uccide e vuole il mondo in ginocchio» chiede: «Chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Alla morte è asservito chi volta le spalle a Dio, per fare di sé e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo pieghi il ginocchio». È come banalizzare il male e gli ingiusti profitti. Si staglia così, prorompente e accorata, la riflessione di Papa Prevost che segnala più volte «le inderogabili responsabilità dei governanti» che a quei tavoli «pianificano il riarmo e deliberano azioni di morte» mentre il Regno di Dio «spezza la catena demoniaca del male, intrecciata di droni e vendette». Non è filosofia da quattro soldi, non è politica da sbruffoni vanagloriosi e incoscienti ma è la fede perché «la guerra divide, la speranza unisce; la prepotenza calpesta, l’amore solleva; l’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta una briciola di fede per affrontare insieme quest’ora drammatica della storia».
Quella dell’umanità è storia di guerre, genocidi e massacri come insegnano i successori di Pietro: Benedetto XV definisce «inutile strage» la Grande Guerra (1914-18); Pio XII nel 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, proclama: «Nulla è perduto con la pace; tutto può essere perduto con la guerra»; Giovanni XXIII nella «Pacem in terris» (1963) scrive: «Dalla pace tutti traggono vantaggi, individui, famiglie, popoli, la famiglia umana». Paolo VI si presenta sul podio delle Nazioni Unite a New York (1965) e supplica: «Jamais la guerre, jamais la guerre»; Giovanni Paolo II, nella seconda guerra del Golfo (2003), ripete: «Mai più la guerra». Francesco invoca «gli artigiani di pace che agiscano con ingegno e audacia». Questo – aggiunge Leone – è possibile se si pone «un argine al delirio di onnipotenza», se si sceglie «il Regno di Dio in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. E nei discorsi di morte è trascinato il nome santo del Dio della vita».
Dalle lettere che riceve dalle zone di conflitto, percepisce «la verità dell’innocenza e la disumanità di azioni che gli adulti vantano con orgoglio. Ai governanti sui quali pesano inderogabili responsabilità, gridiamo: “Fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non a quelli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte». Sprona la Chiesa, a servizio della riconciliazione e della pace, «ad avanzare senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo; ad annunciare il Vangelo della pace e a educare a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini».
Temi che aveva anticipato nel messaggio pasquale: «La risurrezione di Cristo è la via per l’umanità nuova, umanità di dialogo, perdono, riconciliazione. Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo». Le Chiese in Italia, attraverso il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, aderiscono «al pressante appello del Pontefice a implorare dal Cristo Risorto il dono della riconciliazione».
Il Libano, intanto, precipita in una situazione sempre più grave. Dopo il genocidio dei palestinesi, Israele si macchia della strage dei libanesi: 357 uccisi in un solo giorno, l’8 aprile. Il 10 aprile Leone XIV riceve il presidente francese Emmanuel Macron. È la prima volta che si incontrano: con Francesco ci furono tre incontri in Vaticano con un esponente molto attivo in Europa per ricostruire uno scenario di pace. Nei colloqui con il Papa e con il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin «c’è stato con uno scambio di vedute sulle situazioni di conflitto nel mondo, auspicando che si possa ristabilire la convivenza pacifica attraverso il dialogo e il negoziato». Il presidente assicura: «La Francia lavorerà sempre per il dialogo, la giustizia e la fratellanza».
Nel «Regina coeli» del 12 aprile Leone XIV chiede il cessate-il-fuoco per il Libano, dove i bombardamenti israeliani fanno strage di civ: «Sono più che mai vicino all’amato popolo libanese in questi giorni di dolore, di paura e di invincibile speranza in Dio.
Particolare attenzione anche per l’Iraq: il 10 aprile riceve i membri del Sinodo dell’antica Chiesa caldea, convocato per eleggere il nuovo patriarca dopo la rinuncia del cardinale Louis Raphaël Sako per raggiunti limiti di età: «Siate segni di speranza in mezzo alle brutalità che dilagano con ferocia nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, profanate dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari». Chiede il rispetto dei cristiani «che stanno al Medio Oriente come le stelle al cielo».
Pier Giuseppe Accornero


