«Basta con queste forme di violenze antisemitiche! Dobbiamo eliminare l’odio dai nostri cuori». Lo sguardo al presepe; il cuore a quanti soffrono «guerra e violenza»; il pensiero alla popolazione di Sydney scossa della sparatoria a Bondi Beach durante l’«Hanukkah, festa delle luci», trasformata in una strage di ebrei con la morte di 15 persone e di uno dei due attentatori, ucciso dalla polizia, e una trentina di feriti. Papa Leone, a partire dai simboli del Natale, chiede a Dio di «rinnovare in noi il dono della pace e della fraternità» e prega «per quanti soffrono a causa della guerra e della violenza» a cominciare dalla comunità ebraica australiana ebraica che piange la morte, tra le altre vittime, del rabbino Eli Schlanger: «Desidero affidare al Signore le vittime». Il Pontefice – che più volte ha espresso la sua condanna, l’ultima nel 60° (1965-28 ottobre-2025) della dichiarazione conciliare «Nostra Aetate» – rilancia l’appello contro l’antisemitismo.
Ricorda la vicinanza di Dio agli uomini che il presepe simboleggia: «Nella povertà della stalla di Betlemme, contempliamo un mistero di umiltà e di amore. Davanti al presepe riviviamo quell’avvenimento e riscopriamo la necessità di cercare momenti di silenzio e di preghiera per ritrovare noi stessi ed entrare in comunione con Dio». La condanna dell’attentato, «insensato atto di violenza», è espressa in un telegramma, a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin indirizzato, a nome del Pontefice «profondamente rattristato», all’arcivescovo di Sydney Anthony Colin Fisher. Esprime «vicinanza spirituale» a quanti sono colpiti dalla tragedia; chiede che quanti «sono tentati dalla violenza si convertano e cerchino la via della pace e della solidarietà»; assicura preghiere «per la guarigione dei feriti». L’assalto è avvenuto per mano di due attentatori – un padre e il figlio – uno dei quali è stato eroicamente fermato da un civile, di religione musulmana, proprietario di un negozio di frutta, che ha disarmato l’uomo a mani nude.
L’arcivescovo Fisher condanna «l’attacco, sfacciato e spietato disprezzo per la vita umana»; definisce l’odio di alcuni verso gli ebrei «un male indicibile che deve essere ripudiato da ogni australiano, un affronto al nostro stile di vita». Chiede che «sia fatta rapidamente giustizia per le vittime». L’attentato – sottolinea l’arcivescovo – «deve portare a un cambiamento perché negli ultimi anni si è diffuso un clima di antisemitismo che ha portato a intimidazioni, divisioni, manifestazioni e a un linguaggio incendiario, azioni che hanno alzato la temperatura e contribuito alla radicalizzazione. Tutto questo deve finire». In mezzo alla tragedia Fisher rileva «tracce di bontà nello straordinario coraggio della polizia, dei soccorritori e degli operatori delle ambulanze; e nella generosità di coloro che hanno offerto aiuto» ed esprime sentite condoglianze alla comunità ebraica: «Amiamo i nostri vicini e amici ebrei e dobbiamo fare tutto il possibile per proteggerli. La comunità cattolica raddoppierà gli sforzi per combattere l’antisemitismo».
L’episcopato italiano esprime «dolore e sdegno per il vile attentato. Ribadiamo la nostra ferma condanna dell’antisemitismo; esortiamo i cattolici italiani a ripudiare ogni forma di violenza, verbale e fisica». Sentimenti espressi dal cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, e da mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, a rav Arbib, presidente dell’Assemblea Rabbinica italiana, e a Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche Italiane: «Nell’affidare all’amore misericordioso del Padre le vittime dell’insensato attacco e invocando la guarigione per quanti soffrono, ci stringiamo alla comunità ebraica con il nostro affetto e la nostra amicizia». L’attacco è avvenuto nel giorno in cui la Cei ha reso pubblico il messaggio per la 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo cattolici-ebrei del 17 gennaio 2026: «Desideriamo lottare con forza contro ogni tipo di antisemitismo e antigiudaismo e continuare a camminare con i nostri cari fratelli ebrei. Ci impegniamo a studiare le Sacre Scritture; desideriamo mantenere uno stretto legame per imparare da loro e con loro l’arte di mantenerci popolo in cammino capace di speranza».
I vescovi ricordano che «Gesù Cristo ci lega al popolo ebraico. L’identità cristiana non può fare a meno del popolo ebraico, della sua storia e spiritualità. Sono i nostri fratelli maggiori. Siamo in debito verso di loro. Siamo rami diversi che spuntano dalla stessa radice». I vescovi rammentano che i Papi «hanno sempre condannato l’antisemitismo con parole chiare» e ritengono fondamentale il comune lavoro sulle 16 «Schede per conoscere l’ebraismo», progetto congiunto della Conferenza episcopale italiana e dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane (Ucei), che esplorano concetti fondamentali (Bibbia, Torah, nome di Dio, elezione), vita comunitaria (feste, ciclo di vita, ruolo donna/rabbini), storia (Ebrei d’Italia, Gesù ebreo) e dialogo interreligioso. I vescovi suggeriscono la diffusione di queste schede nella Giornata del 17 gennaio 2026. Così sostengono il testo «Decostruire l’antigiudaismo cristiano», tradotto in italiano per volontà della Cei: «Auspichiamo e ci impegniamo a promuovere, a livello territoriale, ulteriori momenti di confronto e di studio; intendiamo continuare gli incontri per ostruire una “via italiana” al dialogo».
«La tragedia di Gaza non giustifica il mostruoso massacro di innocenti» sostiene il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio di Roma, in un’intervista su «La Stampa»: «Quando manca il rispetto per gli ebrei, la libertà di tutti è in pericolo. Massacrare persone innocenti e disarmate in preghiera è un atto vile e mostruoso che non può essere giustificato con la questione palestinese e la tragedia di Gaza né con altro motivo. Dobbiamo tutti condannare l’orrore avvenuto a Sydney». Ricciardi concorda con il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, per il quale «la strage è il risultato di troppa propaganda». E Riccardi aggiunge: «L’antisemitismo è cresciuto e ci si chiede come non sia mai tramontato dopo decenni e decenni: in Germania un partito neonazista è alla testa dei sondaggi. Va costruito un clima sociale che bandisca ogni forma di antisemitismo. In questa visione distorta, ogni ebreo è considerato un bersaglio, e insultarlo e colpirlo è visto come un modo di attaccare la politica d’Israele. Le legittime critiche al governo Netanyahu e il dramma di Gaza non devono mai essere il pretesto per l’odio contro gli ebrei».
«L’antisemitismo trova sempre nuovi pretesti per riemergere» dice il docente romano: «Per secoli in tante società gli ebrei hanno rappresentato l’altro e il diverso. Confidano nella forza disarmante della preghiera che porta all’umiltà e che non si esaurisce al pari dell’olio del Tempio di Gerusalemme. I due attentatori hanno considerato gli ebrei come nemici dell’umanità e si sono sentiti legittimati a colpirli. Non è la prima volta che gli ebrei vengono attaccati mentre pregano». Da molto tempo accade anche contro i cristiani, «una pandemia del terrore». Alla domanda «Chi deve fare mea culpa?» il fondatore di Sant’Egidio risponde: «Tutti. La Chiesa per secoli è stata malata di antigiudaismo. Con il Concilio c’è stata la svolta, come nella visita di Giovanni Paolo II nella sinagoga di Roma. La Chiesa ha saputo cambiare. Ma contro gli ebrei c’è una miniera di stereotipi d’odio: i nazisti parlavano dell’ebreo “sottouomo”, malvagio, ricco e deicida».
Pier Giuseppe Accornero


